Primo – Incontri

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Quel chiacchiericcio di fondo mal si combinava con la mia solitudine, e non parlo solo di solitudine interiore.
Amara considerazione per chi ne ha fatto un vanto, un moto d’orgoglio.
Saranno queste mura, questa gente, estranei in camera da letto.
E le occhiate comprensive, i cenni a “quando verrà …?”, le sentenze “è solo ?”.Devo alzarmi.
Ho il passo lento del perfetto ospedalizzato, strascico i piedi come una penna che sottolinea una parola, e sopra la linea c’è un lasciatemi in pace, vi prego, potrei anche scoppiare a piangere.
Sono giorni che sono qui, e da giorni non c’è traccia di fumo tra i miei bronchi.
Giorni di ospedale.
Mi avvio ad una saletta tra i corridoi, un’oasi tra porte bianche e lamenti aridi.
Qui ci sono i malati malinconici, scampati alla corsa dei parenti, con quegli sguardi di chi è vittima di un’ingiustizia.
Qualcuno fuma, si azzarda.
Un altro cerca di attaccare discorso, un irriducibile assuefatto da chiacchiere.
Mi siedo.
Penso che è la prima volta che esco in pigiama e pantofole davanti a tanti estranei.
Già, in pantofole.
Le pantofole sono un indumento intimo.
Quanta intimità violata.
I pensieri si accavallano pigri, giocano ad un rompicapo irrisolto ed illusorio, che ti dà la sensazione di essere lì all’ultimo incastro, ma poi lo sconforto di un altro pezzo superato.
In quel momento alzo gli occhi dalle mie spudorate pantofole al lungo corridoio che conduce agli ascensori.
Il solito via vai lento di chi entra in un luogo in cui altri soffrono.
Una sagoma di donna matura.
Capelli trafelati.
Una mano distratta per domarli.
Vestito chiaro d’estate.
La guardo genuinamente stupito, e probabilmente mi si legge in fronte a neon.
Magia.
Crudeltà.
Mi guarda, mi riconosce, lo stesso stupore sul viso.
Ma come cazzo avremmo fatto mai a riconoscerci? – ciao – ma sei proprio … – si, problemi, sai – io, mio marito – tanto tempo – tantissimo – devo, ma aspettami – starò qui ancora per giorni – sempre lo stesso – ricordi, venti anni di ricordi Si allontana, e io ripenso a pochi secondi fa.
Lo sguardo su di lei mentre camminava in un corridoio.
Un vorticoso avvicinamento di metri ed anni.
Lo spazio e il tempo che collassano in passi.
Ad ogni suo passo un anno.
Il passato acceso in flash.
In pochi istanti venti anni.
Camminando.

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Emilio Miranda

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