romanticismo

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Catania in inverno è carica di mille colori.
Il cielo di un azzurro chiaro molto intenso è macchiato a volte da piccoli batuffoli di nuvole bianche dai contorni irregolari e dalle forme strane, lasciati quasi sbadatamente da nuvoloni di passaggio andati ad inscurire ed irrigare territori lontani.
Il sole lentamente si fa strada sull’aria bianca e fredda del mattino, accarezzando con il suo tepore e la sua luce calda i sontuosi ed eleganti palazzi del centro storico.
Queste maestose costruzioni principesche fatte con blocchi di lava nera, alternati a bianchi marmi pregiati, donano alla città quell’aspetto elegante di un’aristocrazia d’altri tempi.
Quale sublime armonia delle forme! Gli stessi blocchi di lava che dalla fabbrica della natura furono portatori di distruzione e morte, sono divenuti, plasmati dalle mani sapienti di uomini antichi, mezzi di fertile ricostruzione, consentendo alla città di riedificarsi sui suoi mille spettri di storia passata, in un perfetto e sublime stile barocco.
Su tutto sovrasta imperiosa la sommità dell’Etna con il bianco tenue della neve fresca, maculata qua e là da ombre velate e scure, ricordi di colate laviche ormai passate.
Qualche sbuffo di fumo nero si alza nel cielo per altezze incalcolabili, ricordando alla città la vivacità della sua natura sempre attiva.
Il tempo sembra scorrere lento per la gente che passeggia lungo la via principale, quasi che inciampi tra le basole di lava scura del fondo stradale, in quella via Etnea che taglia orizzontalmente la città congiungendola direttamente al Mongibello, altro nome dell’Etna, amico e nemico allo stesso tempo; che fa paura, ma che dà anche un senso di sicurezza, quasi fosse il gigante buono delle favole raccontate dai nonni.
Forse perché la sua lenta lava assassina che distrugge tutto quello che incontra lungo la strada, porta anche tanto benessere fertilizzando il terreno con i minerali e l’humus vitale di cui è composta donando ai contadini magici frutti dai colori sgargianti e deliziosi sapori.
Io guardo tutto questo e mi sento a casa.
Amo il vociare cantilenato dei mercanti della pescheria che sembrano cantare canzoni senza tempo, tramandate, chissà come, da antichi mercanti arabi di cui il ricordo si è ormai perduto nella notte dei tempi.
Le loro appetitose mercanzie ittiche, esposte con arte e maestria sulle bancarelle umide e fresche, rendono tutto molto suggestivo, quasi surreale.
Seduto davanti ad un elegante tavolino di un bar del centro in compagnia di un negroni, una biro ed un pasticciatissimo foglio di quadernone, scrivo queste righe cercando di fermare i sentimenti, le emozioni che come schegge impazzite mi flagellano l’anima.
La gente passa e mi guarda sospettosa.
Non capita tutti i giorni di vedere un tizio che scrive ancora a mano, facendo danzare la penna su di un foglio di carta.
E’ difficile ed arduo scrivere sui sentimenti, ma questa è la sola modalità che conosco per esprimerli.
La mente viaggia leggiadra su autostrade sconosciute, su percorsi paralleli frutto di tanti ricordi, di tanti sogni.
Si riaffacciano fantasmi del passato; volti noti e suoni familiari.
La memoria mi proietta indietro nel tempo, come una foglia sbattuta dal vento in una notte di tempesta verso dimensioni parallele e luoghi abitati dalle proiezioni del mio io subcosciente.
Emozioni forti che non posso controllare.
O forse semplicemente non voglio.
Che triste felicità! Ricordo come mi stava stretta questa città allora, la voglia che avevo di esplorare, la necessità di abbattere i muri, di superare limiti e confini.
Com’ero romantico a vent’anni! ………………………………………………………………………………………

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