Secondo – Tentativi di volo

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Zampetta, in ogni direzione.
Scorretto e scoordinato, in giri soliloqui, senza il conforto di paesaggi.
Nei pochi centimetri di spazio furiosamente contiene in passi la frustrazione.
Zampetta, iroso contro l’aria che da forma ai pensieri e ai fantasmi contenuti.
Come non dirlo … il passato … un magnete … ma questo è solo uno sprazzo.
Per tutto il tragitto in girotondo si arrovella a chiedersi perché … Perché il facile è difficile? Il naturale una forzatura? L’ovvio così irraggiungibile? Perché?… Uno scatto.
Uno sbuffo.
Un sussulto.
Una finta determinazione.
Si riempie d’aria il petto, si guarda immaginandosi più gonfio e fiero.
Devo! E se devo posso! E se posso volo! Deciso si lancia alla ricerca di appigli da scalare.
“Il segreto è non pensare”, “il segreto è uno solo”, “pensare all’obiettivo”, “immagina e sarà” riecheggia.
Cresce in lui la consolidata convinzione che tutto finirà, che tutto sta per finire.
I rami da scalare.
L’aria si sgonfia un po’ dai polmoni.
“E’ normale…, ma io posso…, io…, io.
Strisciante ritorna un sentore, o forse è meglio dire che non è mai andato via.
Solo che aspetta.
Aspetta che la voce gradassa si spenga.
Aspetta.
Sa che è teatro.
Ancora no! … Si arrampica! Vuole! Fortissimamente vuole! Vuole volare! … ma non sa farlo … o per l’amor di Dio si uccide a non farlo! E’ solo un piccolo, insignificante uccello in così tanta sproporzionalità di cielo.
E di sui simili, abili e avvezzi all’aria.
Tutto di un fiato crolla.
Si ferma sull’ennesimo gradino prima di tentare l’ennesima caduta.
Ride lo strisciante magone, ride della sua vittoria e del suo avversario, troppo debole, troppo facile.
Eppure a vederlo … caparbio e fiero nei suoi eroici tentativi.
Uno spirito ribelle, che non sa darsi pace, e per questo si uccide.
A vederlo … a quale maleficio non si rassegna? Ogni volta in preda ad un raptus isterico … ma che nulla trapeli … non sopporta l’inquietudine manifesta … non gli hanno insegnato così … E in preda a quel raptus si arrampica, vestito di come se nulla fosse.
Copre, e ci riesce benissimo, i troppi rami che ingombrano le piume.
Pezzi di nido, incollati ovunque.
Le ali … il collo … le zampe … tenacemente incollati dalla resina materna, così amorevole ed assassina.
Col peso attaccato addosso inciampa, volendo e non volendo, si sfinisce, su di un’altra risalita.
Si abbatte, e se non è solo, non lo da neanche a vedere.
Stordito, e non più dal peso, ma dal tarlo figlio del peso: il passato in pensieri di continui fallimenti.
Totalmente affloscia.
Si slaccia l’ultima velleità, definitivamente incupisce.
Ingrassa di rimpianti e di rimorsi, legandosi sempre di più a quel crudele regalo, a quella terra che lo tiene fermo, al girotondo che lo tiene sveglio, all’odio che sente per se, e per chi l’ha messo al mondo.

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Emilio Miranda

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