un sommesso nevicar paziente

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Sommesso un nevicar paziente in noi scioglie grucce alle parole, gambe nude al freddo di un tempo compiuto.
– Hai gli occhi rimorti, cascanti angoli alla bocca: effige al malumore di un dio bisognoso.
– Sei fogliame di vetro, parli in occulta lingua, divinando carte consunte.
– Gravida di vento la tua bolla che la natura stampò fra la destra e la sinistra in strumenti di supplizio.
– Va di là, dove ti senti sicuro quando non sei capito nè amato, dove una spessa membrana ti ricoprirà la pelle e la mente in manto di schizofrenia.
– Urleremo grandi lamenti la sera -invocando il nido alle mura- accompagnati dalla fanfara del silenzio.

 

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