VOCI

0
()

Era una splendida giornata di una consumata primavera dei primi anni settanta, che poi solo in seguito si scoprì essere così pericolosi per il precario equilibrio della nostra giovane Repubblica, messa sotto attacco dal terrorismo e dalle stragi di stato, strattonata dalla CIA e dal KGB, agitata da tentativi di golpe e nostalgie monarchiche.
Erano i giorni in cui si era preda delle ricorrenti crisi petrolifere e delle bizze della guerra fredda, divisi dalla cortina di ferro e invasi dalla sottovalutata eroina che avrebbe segnato intere generazioni; e proprio mentre tutto intorno il mondo bruciava, la gente semplice si stordiva con il terrore di una prossima invasione degli UFO, oppure si eccitava per l’ombelico appena sdoganato della Carrà o magari fantasticava di mitiche finali mondiali con i gol di Riva.
Mario di tutto questo però se ne occupava poco, aveva altre priorità, come quella di sfamare tre figli ancora piccoli.
Camminava comunque sereno tra le vie della città contornate dalle mura romane, a tratti affrettando il passo perché pensava di essere in ritardo.
Il vento caldo che calava dalle Alpi rendeva gradevole passeggiare anche senza cappotto e la gente iniziava a uscire di casa, riempiendo le rue tra le vetrine: voleva esorcizzare il lungo inverno che oramai era sicura di essersi lasciata alle spalle.
La caserma era già in vista, per fortuna non avrebbe preso servizio in ritardo.
Zavattaro era un noto impresario edile della città, aveva fatto i soldi in fretta, ma questo non lo aveva condizionato: la ricchezza non gli aveva dato alla testa, aveva sempre tenuto i piedi per terra, nonostante il denaro fosse piovuto così copioso.
In quegli anni c’era stato un gran bisogno di case e anche molto in fretta: interi paesi si stavano spostando dal sud al nord alla ricerca del lavoro.
Era sempre molto gentile e i capelli oramai bianchi gli donavano un aspetto saggio che avevano fatto dimenticare le sue intemperanze giovanili, quando non più che ragazzo aveva lasciato la Calabria conquistando questa città del nord senza andare tanto per le fini, riuscendo infine a ottenere la considerazione e il rispetto della popolazione locale.
Rispose Mario che di solito accettava volentieri gli inviti dell’imprenditore che non era difficile incontrare per le vie del centro: oramai era in procinto di ritirarsi e lasciare l’azienda nelle mani del figlio per godersi il frutto dei suoi anni di duro lavoro; iniziava perciò gradatamente ad abituarsi all’inattività, occupando il maggiore tempo libero a disposizione spendendolo con i suoi concittadini.
C’era fermento in caserma.
Tutti erano agitati e si aggiravano velocemente nei corridoi, facendo echeggiare nelle volte del soffitto il rumore dei tacchi delle sempre lucide scarpe di ordinanza.
Il Capitano e finanche il Colonnello che si vedeva di rado, irrompevano nervosi negli uffici chiedendo aggiornamenti e tenendo tutti sotto pressione.
Era già qualche giorno che una giovane ragazza della città si era come volatilizzata, sparita improvvisamente senza lasciare traccia, scomparsa come se fosse stata rapita dai marziani.
In città, che poi era come un paese, si conoscevano tutti e il fatto aveva destato scalpore.
Tutti si aspettavano risposte da loro, dai carabinieri, a cui si erano sempre stretti nei momenti di difficoltà in cerca di sicurezza.
Era passato oramai già molto tempo senza che si sapesse niente, senza che si trovasse un indizio riguardo la misteriosa sparizione.
Non c’erano testimoni che l’avessero vista né una misera traccia da seguire.
I militari con gli stivaloni, quelli della radiomobile, con le loro Giulia colore blu notte dal tetto bianco, avevano già scandagliato più volte il circondario: ma della ragazza niente.
Poi il Maresciallo indossò il cappello e uscì di fretta con l’autista, pensieroso e arrabbiato con il mondo intero, sempre con l’unico proposito che lo affliggeva da giorni: doveva risolvere il mistero della sparizione della ragazza.
Strano pensò Mario: forse sono l’ultimo che lo ha visto ieri pomeriggio… ora che mi ricordo, sembrava che quello che aveva da dirmi fosse veramente importante, era come se avesse un peso sullo stomaco… Chissà, se mi fossi fermato a berlo quel caffè, sicuramente sarei arrivato in ritardo, realizzava Mario, ma ora nei saprei sicuramente di più, finì di rimuginare con sé stesso.
Disse il giovane Enzo Zavattaro e poi continuò: Così Mario con il suo collega presero la rincorsa e con non la malcelata contrarietà per il dolore alle spalle che immaginavano si sarebbero procurati, sfondarono la porta.
All’interno, riverso sulla sedia del salotto, li aspettava lo Zavattaro con un filo di sangue rappreso sulla tempia destra.
Una pistola a tamburo era abbandonata a terra, proprio sotto il suo braccio oramai rigido, con la mano aperta nell’ultimo gesto che aveva fatto cadere il revolver.
Si guardarono velocemente intorno, ispezionando l’appartamento.
Poi nella camera da letto, come se dormisse, trovarono la ragazza che avevano cercato ovunque, anche lei uccisa da un colpo d’arma da fuoco; sembrava deceduta già da qualche giorno.
Forse ieri Zavattaro voleva parlargli proprio di quello, pensò Mario.
Si scoprì più avanti, nel corso delle indagini che i Carabinieri svolsero, che la ragazza era l’amante segreta dello Zavattaro, era per lei che aveva acquistato quell’appartamento.
Lei aveva deciso di troncare la relazione, voleva sposarsi con un suo coetaneo.
L’anziano uomo non era riuscito ad accettarlo, aveva perso la testa e l’aveva uccisa.
Incredulo aveva atteso qualche giorno vegliando il cadavere della giovane donna e poi in preda al rimorso che si era reso insostenibile, l’aveva fatto finita.
Mario con gli altri Carabinieri aveva messo i sigilli all’appartamento: per ordine del giudice era tutto sotto sequestro.
Nel corso dei giorni successivi Mario li aveva poi tolti molte volte per effettuare i numerosi e frequenti sopralluoghi che l’autorità giudiziaria richiedeva.
Quando per l’ennesima volta era tornato nell’appartamento, mentre rovistava tra gli effetti personali che la giovane donna aveva lì custodito, Mario aprì un cassetto che non si ricordava ancora di avere controllato, chissà poi perché, forse perché meno in vista degli altri.
Una voce lo fermò.
Non toccare, gli pareva avesse detto.
Chiese Mario al collega Cagliò.
Rispose Cagliò con un viso più pallido del solito e un’espressione alquanto preoccupata.
Erano tutti e due molto impressionabili e superstiziosi, il fatto aveva messo loro addosso una strana agitazione che si era trasformata in un terrore irrazionale.
Non se lo dissero, ma tutti e due pensarono che quella fosse la voce dell’anima ancora senza pace del vecchio Zavattaro.
Decisero comunque di andare fino in fondo.
Estrassero completamente il cassetto e lo buttarono sul tavolo per controllare meglio, mentre intorno pareva loro che la casa si agitasse come per ribellarsi alla loro intrusione.
Tra i vari oggetti, cianfrusaglie e carte sparse, trovarono un foglietto con dei numeri scritti a mano.
Nel frattempo entrò anche il Brigadiere Sulis a cui furono costretti a raccontare dell’accaduto.
Per paura o sola superstizione, cercarono poi di non entrare più nell’appartamento, ma corsero subito a giocare i numeri alla ricevitoria del lotto più vicina e vinsero! Con il suo terzo della vincita Mario riuscì a comprarsi una Opel Kadett d’occasione, ma era come nuova.
Grande, lenta e dondolante, come usava in quegli anni, era tutta un’altra cosa rispetto alle ottocentocinquanta della Fiat.
Mario raccontò poi molte volte dell’accaduto, finché il fatto assunse i contorni della leggenda.

Leggi anche  tirare diritto

Ti è piaciuta questa pubblicazione?

Clicca per valutare

Valutazione media

Vuoi essere il primo a valutare questa pubblicazione?

Se ti è piaciuta questa pubblicazione...

Ci dispiace che questa pubblicazione non ti sia piaciuta

Cosa non ti è piaciuto di questa pubblicazione?


Nigel Mansell

Nessuna descrizione.

Lascia un commento