L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA

0
()

La tizia voleva che la pagassi subito, ma io i soldi non li avevo o meglio non li avevo più.
La donna s’era parata ritta davanti a me, come per sbarrarmi la via di uscita, che ora infatti era celata dietro la corpulenta figura.
Mi guardava con occhi severi nei quali non riuscivo ad intravedere la minima pietà: ripeteva la sua richiesta che in effetti era più che lecita, affinché le fosse pagato subito quanto dovuto.
Non sapevo come uscirne, non trovavo la mia borsa e nonostante gli sforzi non riuscivo a ricordare dove diavolo l’avessi dimenticata… Era stata forse la primavera, un sole già tiepido, quella sensazione di libertà e leggerezza e il soprabito rimasto sull’attaccapanni vicino alla porta… o forse era stata quell’aria festosa musicata dai gorgheggi dei numerosi pennuti, sbucati da chissà dove, che iniziavano a nascondersi nel primo verde degli alberi… o magari quella sorta di adolescenza tardiva, forse un’anticipata demenza senile che sempre più spesso mi coglieva alla soglia dei quaranta e che ultimamente mi faceva compiere azioni improvvise ed avventate… Fatto sta che quella mattina mi ero scordato di prendere il 32 o forse lo avevo deliberatamente mancato, dimenticandomi dell’ufficio che come ogni mattina sarebbe ripartito puntuale come un diesel alle 8,30, che poi non accorgendosi della mia assenza sarebbe arrivato a regime un’oretta dopo tra il delirio di telefoni urlanti e voci gracchianti di impiegate angosciate da futili incombenze e la solita gente prepotente che avrebbe preteso, immediatamente, tutto e subito… No, era stata quella ragazza.
Era apparsa come dal nulla, capelli lunghi castani, che svolazzavano al movimento dei suoi passi veloci, dondolando sopra le spalle sulle gracili scapole che si intravedevano dalla sua magra, elegante e slanciata figura.
Era fasciata da un impermeabile chiaro, legato stretto in vita che non poteva non nascondere un seno incredibilmente prorompente e un culetto alto e modellato, che lasciava appena scoperte le ginocchia.
Le gambe tornite, tese sopra alti tacchi osservavano percorsi tortuosi che le donavano un’andatura ondeggiante, precaria e quasi fragile: nel complesso molto, molto attraente.
Il suo incedere mi aveva ipnotizzato sfuocando tutto ciò che c’era intorno, catalizzò ogni mia attenzione, mi alzai di scatto e iniziai a seguirla, scordando sulla panchina della fermata del tram la borsa di pelle consunta (ecco dove l’avevo lasciata), da sempre compagna di lunghe e grigie settimane lavorative… Sì erano stati quei fianchi ondeggianti tra gli alberi del viale a far scivolare in secondo piano il 32, l’ufficio e la borsa con il portafogli.
Lei si muoveva velocemente mentre i suoi capelli fluttuanti riflettevano il primo sole obliquo che non riusciva a dissimulare le lunghe ombre dei palazzi sul viale.
Iniziai a seguirla come fa un bambino con un palloncino che ha reciso il filo, senza curarmi dell’immagine sicuramente ridicola che davo di me mentre cercavo di tenere il passo della donna.
Mi innamorai perdutamente, mi arresi a lei senza condizioni, volevo perdermi senza essere salvato, naufragare nell’amore per lei senza essere ritrovato.
Lei davanti e io dietro come quei cagnolini randagi che da bambino mi seguivano quando tornavo da scuola: era la donna della mia vita.
Attraversammo giardini con scivoli e giostre di bambini schiamazzanti per nascondere l’ansia della scuola che li aspettava; camminammo su strisce per terra che avevano il potere di arrestare fiumi di macchine chiassose; sfiorammo chioschi tappezzati di titoli e figure colorate, zizzagammo tra gente sempre più numerosa sui marciapiedi: non la perdevo, lei fendeva la strada e io nella sua scia.
Intorno le rumorose serrande dei negozi s’alzavano una ad una al nostro passaggio ma io non avevo che occhi per lei e nonostante l’odore dei numerosi caffè del mattino trasudasse dalle mura dei bar, io non sentivo che il suo profumo.
Poi accadde qualcosa, ecco ricordo, d’improvviso una musica volgare.
Era la suoneria del suo cellulare che irruente come una sveglia al mattino ruppe l’incanto di un sogno che ancora si doveva concludere.
Avevo sempre odiato chi sceglie musiche così stupide come suoneria, ce ne sono così tante, anonime e discrete, ma perché proprio quella, perché la colonna sonora del Titanic.
Perché proprio una scelta così banale, così dozzinale, qualunquista… La donna cercò il suo telefonino nella borsa, lo trovò, era rosa, proprio un brutto rosa quasi un viola.
Si fermò e iniziò a parlare.
Quelle labbrucce liberarono una voce acuta e sgradevole, quasi volgare.
Gridava mentre raccontava fatti personali che si sarebbero dovuti al massimo sussurrare.
Parlava senza sosta, probabilmente l’ascoltava l’amica del cuore dall’altre parte, sì Jessica mi pare l’avesse chiamata: stupida quanto lei.
Ora cercava ancora nella borsa, ecco che ne traeva un pacchetto di sigarette sgualcito e dall’infima marca e sempre senza smettere di raccontare dettagli molto personali si accendeva una sigaretta.
Mentre avida tirava anelando il gusto del tabacco, socchiudeva l’occhio sinistro per lo sforzo, poi a tratti tratteneva la sigaretta sul lato sinistro della bocca per mangiarsi un’unghia; raggiunto l’obbiettivo, soddisfatta espelleva il fumo con vigore inaspettato contorcendo le labbra in una smorfia brutale.
Come avevo potuto seguire fin lì quella donna che ora mi dava le stesse emozioni del mio vicino di casa, in canottiera e pantaloni mezzi calati mentre taglia l’erba nei giorni di festa? Sentendomi un naufrago nel mare più scuro, imbucai d’improvviso la porta di quel bar come se afferrassi il salvagente della salvezza.
Confuso e disorientato stramazzai sul tavolino e mi sistemai a gambe distese ordinando le cose più disparate: arachidi salate con un cappuccino, poi una menta, una grappa e del latte freddo, infine sentì dei leggeri brividi e ordinai un tè caldo.
E ora che una volta rinfrancato sarei voluto uscire, mi trovato braccato come un centravanti davanti a una sorta di Gattuso con la gonna, che mi tagliava la strada per l’uscita, dove oltre la porta mi aspettava il gol della libertà.
Dalla vetrina del bar intravidi là fuori il luccichio di un winchester in miniatura, quelli a due colpi con la carica a leva, che va manovrata molto velocemente come faceva John Wayne.
Lo stringevano le piccole mani di un bambino, che correva gioioso in strada imitando il galoppo di un cavallo.
Un fazzoletto sbarazzino al collo, il cappello da mandriano come un perfetto cow-boy, era il ritratto della spensieratezza: la riconobbi quella era la felicità.
Quanto avevo giocato anch’io allo stesso modo, inseguendo indiani invisibili, braccandoli nella polvere, negli angoli più sperduti dell’Arizona, fino dietro all’ultimo cactus, cavalcando nelle immense praterie cosparse di bufali che assomigliavano tanto alle sedie del soggiorno.
Feci una finta col corpo fingendo di portarmi sulla sinistra, l’arcigna pretoriana abboccò, allora mi buttai sulla destra e in un attimo fui in strada sotto il sole caldo e ormai alto, inseguendo il bambino e il ricordo di quei duelli all’ultimo sangue.

Leggi anche  MIO NONNO DISPERSO IN GUERRA: UNA STORIA VERA, SEPPUR ROMANZATA

Ti è piaciuta questa pubblicazione?

Clicca per valutare

Valutazione media

Vuoi essere il primo a valutare questa pubblicazione?

Se ti è piaciuta questa pubblicazione...

Ci dispiace che questa pubblicazione non ti sia piaciuta

Cosa non ti è piaciuto di questa pubblicazione?


Nigel Mansell

Nessuna descrizione.

Lascia un commento