La mia storia, quella vera però! – Parte 3

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Ad un certo punto però finiva – la strada – e ci trovavamo di fronte all’ingresso: un grande cancello spalancato verso quella che sarebbe stata certamente, come sempre, una grandissima serata, una serata memorabile.
O almeno questo era lo stato d’animo quando ci trovavamo di fronte ai cancelli d’ingresso, soprattutto se si trattava della prima serata, quella d’apertura della festa.
Tante aspettative, tanti piccoli sogni di conquista.
Era tutta l’estate che aspettavamo il Festival de l’Unità.
“E dai, ci siamo arrivati anche quest anno!” “Parli come un vecchio di merda! non hai mica cent’anni che devi preoccuparti di arrivare vivo al prossimo Festival!” mi disse Masi.
“Ma dai, lo sai che intendo: lo stiamo aspettando da così tanto.” “Dai, entriamo va, sennò tra un cazzo e quell’altro ci chiudono le porte in faccia.” Lapidario.
Entrammo e l’aria sembrò cambiare intorno a noi.
I ricordi che ho ancora ora di quei momenti sono così vivi che se chiudo gli occhi riesco persino a sentire l’odore intorno a noi di piadina, salsiccia, cipolla e patatine fritte degli stand del festival.
E poi si camminammo tra i banchi con braccialetti, magliette come piacevano a noi, le bancarelle dei pakistani e finalmente si aprì davanti ai nostri occhi quella che per dei piccoli rocchettari in erba era una visione: il palco dei gruppi emergenti accanto al palco centrale del Festival.
“Un giorno ci suoneremo, vero?” mi disse Masi.
“Che domande!” risposi io “Certo che ci suoneremo e finalmente ci sarà qualcuno li sopra che farà riannerire i capelli di tutti questi vecchi!” “Eh già, nel frattempo però dobbiamo darci una mossa e riuscire ad avere almeno una decina di pezzi da poter suonare qui.” “L’anno prossimo, abbi fede.
L’anno prossimo toccherà a noi” Gli dissi.
Ci credevo.
Ci credevo davvero.
Eravamo appena agli inizi ma vivevamo per il gruppo.
La mattina ci alzavamo con l’idea di fare buco da scuola per andare ai giardini pubblici con le nostre chitarre a provare, a imparare, a fare esperimenti, a fare casino.
“Dai, ora andiamo di la, vediamo se comincia ad arrivare qualche fighina.” “Sai che l’altra mattina nel condominio la signora che fa le pulizie si è portata dietro la figlia?” “Ah si? e com’è?” Sapevo che Masi su questi temi era sempre più che attento.
“Mah, com’è, in effetti non è un granché ma ha due belle tettine e una faccia che fa ben sperare.” “Sai come si chiama?” “Si, si chiama Chiara.” “Ah, come quella biba di cui ti eri innamorato che abitava vicino casa dei tuoi!” “Dai Masi!”, replicai “Stai parlando di una cazzata di quando avevo 12 anni!” “Beh, solo 3 anni fa in fondo!” E rise, rise di gusto.
Eravamo della stessa età ma lui sembrava davvero mio padre.
E allora mi prendeva in giro come se fossi un bebé anche in quel momento.
“Beh, comunque.
Perché mi hai detto di Chiara?” “Così, uno sfigato che conosco e la conosce mi ha detto che dovrebbe venire qui stasera.” “Allora hai un obiettivo in testa! perché non me l’hai detto prima?” “Perché che cambiava?” “Fatti i cazzi tuoi, cambiava per me!” Masi mi dava spesso delle risposte insulse e senza senso.
Mi faceva ridere però, e molto.
“Vabbeh, mi faccio i cazzi miei.
Comunque se la incontriamo come ci regoliamo?” “Ci regoliamo che tu la fermi e te la intorti se sei capace, sennò ci penso io come al solito.” “Ecco, meglio, sai che non ho le palle di farlo, pensaci tu e poi io ci vado, come al solito.” Rise lui questa volta.
Era uno di quei ragazzi che riusciva ad avere relazioni con una facilità disarmante.
Non ho mai capito cosa ci trovassero in lui, però le donne pur disprezzandolo lo trovavano irresistibile ed è tutto dire, dato che allora era pure grasso (e molto).

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