LA FRASE, POI, ERA DI DOSTOEVSKIJ

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Non che io guardi tutte le mattine Elisir, sinceramente neanche ogni tanto, senza nulla togliere al programma e al presentatore che mi sembra molto colto di una cultura che si è un po’ persa, un po’ retrò, un po’ tipo Philippe Daverio che tutti amano senza però mai guardare Passepartout, io compreso, è la verità, sono sincero, quando parlano di architettura, poi, ricordo quando due esperti esaltarono un sasso al cui interno era stato costruito un rivestimento di legno e a me sembrava solamente un sasso con dentro un rivestimento di legno, cosa che in effetti era, ma cazzo ne sapevo che rappresentava l’esaltazione e la differenza attrattiva tra l’amore e l’odio attraverso il senso del tatto freddo della pietra e del tatto caldo del legno nella prospettica distanza attraverso il buco nel sasso, chiarissimo simbolo di infinito, di tunnel, di una speranzosa via d’uscita per tutti noi chiusi in una vita dura e fredda all’esterno, ma emotiva e calda all’interno.
E io che ci vedevo solo un sasso con dentro un rivestimento di legno.
Povero me, che ho acceso il televisore e il presentatore di Elisir ha detto “La sofferenza passa, l’aver sofferto non passa mai”.
La frase poi era di Dostoyevskj, l’ho cercata su google.

 

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