L’odore del vino

0
()

Era l’estate del 1947, gran parte del mondo invaso dalla guerra, aveva smarrito la via della ragione concedendo libertà alla sola passione di potenza e vendetta.
In un giorno d’annoiato conflitto Francesco, militante per dovere, avanzava flemmatico tra un esercito ordinato di vigneti.
Il sole riscaldava la pelle mentre il sangue di cinica freddezza indugiava ad assaporare quel pallido calore.
I pensieri rincorrevano estati lontane, estati in cui sognava una vita vera fatta ora a brandelli da quella guerra maledetta.
Neppure la più dolce delle immaginazioni lo poteva trasformare in quell’essere puro e sensibile di un tempo, i suoi sentimenti erano stati azzerati e in lui rimbalzava solo lo stimolo della violenza.
Per ripararsi dai raggi estivi che varcavano il suo animo inquieto, cullandolo nell’estasi solare, si diresse verso una casa eretta come padrona dei campi circostanti.
La facciata, sfregiata dai colpi mortali, manteneva un sorriso tristemente divertito, interrotto solo dal gioco della luce che plasmava volti diversi spostandosi tra le venature delle crepe.
Restò per un attimo bloccato ad ammirare quello scempio profondo che faceva assumere alla costruzione un’espressione malinconica.
Il rumore del vento lo destò all’improvviso riportandolo con la mente alla realtà.
Le porte e le finestre della casa erano severamente sbarrate nella convinzione che nessuno avrebbe osato violare quello spazio di pace.
Francesco fece un giro completo dell’abitazione scovando una crepa profonda che lacerava in due il muro ed entrò.
All’improvviso un odore penetrò in lui, lo inebriò, gli fece esalare tanti piccoli respiri.
Era un qualcosa di freddo, intenso e profumato che lo fece gettare nel passato, accolto in quella vita di bellezza e amore che oramai non gli apparteneva più.
Quell’odore era l’odore del vino.
Francesco s’accosciò a terra ferito da quella scheggia d’esistenza passata che lo impazziva.
Lunghe tracce di sudore segnavano i contorni di quel corpo travagliato da un altro conflitto.
Quel luogo, quegli odori, quelle sensazioni lo accompagnavano lungo la strada dei ricordi, lungo l’esistenza giovanile passata accanto al padre che ogni mattina s’alzava all’alba, prendendolo con sé, per raggiungere la natura e soprattutto le vigne coccolate ed amate quasi fossero delle creature delicate.
Quel padre ucciso dalla guerra, quel padre che aveva regalato la vita al destino quel padre che ora lui piangeva.
Tra le lacrime di sudore si avvicinò ad un tavolo dove perfettamente allineate come un plotone d’esecuzione c’erano alcune bottiglie luccicanti di vino.
Quel luogo sembrava immobile, escluso da quel tempo devastato da morte e sangue, ed immune ancora dalla pazzia umana, pareva vivere un periodo chiuso all’esterno e alle sofferenze.
Il giovane prese una bottiglia, la pulì dalla polvere e la fece cullare dalla debole luce del sole mentre con le labbra cercava di rubarne l’essenza e con le mani accarezzava quella piacevole ebbrezza.
Aprì quella forma affascinante di vetro oramai impaziente di assaggiarne il contenuto, guidato da una forza sconosciuta prese un calice e si versò il liquido ambrato.
Bevve dapprima velocemente poi sempre più lentamente quella corrente fresca che avvolse tutte le sue membra facendole tremare per una fugace eternità.
Si sentì crollare al suolo ma la caduta fu soffice e piacevole.
Avrebbe voluto appartenere per sempre a quello spazio escluso dal mondo e aperto ad ogni forma di tranquillo piacere, sentiva il suo cuore galleggiare in un mare pacificato con sé stesso.
Si sentiva addormentato di un sonno allietante mentre la bellezza del godere aveva ammantato ogni forma di vita rendendo il mondo parte di una felicità divina.
Si alzò per un attimo in piedi e i suoi occhi incrociarono quelli del padre Umberto colmi di una strana materia che non riusciva a decifrare, dalla bocca usciva un urlo che lo scuoteva in ogni parte.
Era il grido della morte che l’aveva strappato alla vita quel giorno maledetto d’estate, ripercorse la strada dei ricordi, rivide quel corpo riverso a terra con lo sguardo fisso al cielo, quel cielo assassino che spense per sempre il cuore di suo padre e annientò la luce della sua anima.
Dietro la figura paterna c’erano ombre che si stagliavano sui muri della cantina, ombre che sembravano danzare mortalmente intorno a lui, avevano un unico sguardo nero, braccia lunghe e artigli al posto delle dita che lo stringevano invisibilmente.
Disperatamente cercò il conforto del padre, gettandosi a lui con un abbraccio, ma anch’esso s’era trasformato in un uomo nero d’odio.
L’ebbrezza di colpo svanì e lasciò posto ad un’unica tragica realtà composta da uomini in carne ed ossa che recitavano però un ruolo diverso dal suo.
Si accorse d’essere circondato da volti sudici di morte che lo sommersero di violenza.
Un?ultima immagine riuscì a registrare era un lampo che accecò definitivamente la sua vita.
Francesco muore in una calda giornata d’estate tra l’odore amaro di vino.

Leggi anche  Gnocchi

 

Ti è piaciuta questa pubblicazione?

Clicca per valutare

Valutazione media

Vuoi essere il primo a valutare questa pubblicazione?

Se ti è piaciuta questa pubblicazione...

Ci dispiace che questa pubblicazione non ti sia piaciuta

Cosa non ti è piaciuto di questa pubblicazione?


il barbaro sognante

Nessuna descrizione.

Lascia un commento