Il Cartografo -racconto in tre parti – Parte 1

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IL CARTOGRAFO La costruzione era una struttura circolare fatta di una sostanza terrosa che pareva racchiudere la potenza oscura della materia.
Una gigantesca cupola la sormontava.
Eppure, qualcosa d’incongruo, una sorta di polvere sottile come cenere ne corrompeva la grandezza.
Finestroni dai vetri giallastri correvano tutto intorno, dando all’edificio un che di sacro.
L’uomo avanzò intimidito nell’emiciclo.
I suoi passi rimbombavano come colpi sordi nel silenzio del luogo.
Sollevò la testa verso l’altissimo architrave che sormontava la facciata per leggerne l’iscrizione: BIBLIOTECA DI GRAVILONA e più sotto QUAEDAM FALSA VERI SPECIEM FERUNT1 Certo di essere arrivato nel posto che cercava si fece avanti fino al massiccio portale di legno.
Dentro, un andito scuro e umido conduceva a uno smisurato salone ricoperto di scaffali che formavano una rete di passaggi sormontati, a un’altezza che dava le vertigini, dai finestroni che aveva visto all’esterno.
Gli scaffali percorrevano l’edificio in ogni direzione, descrivendo strade e slarghi, in una geometria strabiliante e sfalsata fatta di angoli vuoti e di rientranze improvvise che non portavano che all’altra faccia della scaffalatura e tutto quel percorso chilometrico era tempestato di dorsi di volumi, tomi, libri, atlanti, fascicoli, incunaboli.
Il viaggiatore, che con i libri e la parola scritta aveva poca confidenza, rimase per un attimo sconcertato poi, tornato in sé, riprese possesso dell’idea che l’aveva condotto lì e continuò la sua ricerca.
La luce, in quei cunicoli, procedeva a sbalzi dilatandosi, quasi a ferire la vista, negli slarghi dove ampi tavoli ingombri di volumi erano predisposti alla lettura e alla consultazione, affievolendosi, fino a farsi ingoiare dal buio, negli stretti corridoi e negli alveoli incavati nelle pareti.
Con un certo sforzo riuscì a scorgere in fondo a un lungo passaggio, proprio nella piazzola che si apriva di fronte ai volumi sulle Eresie nel corso dei secoli, colui per il quale aveva vagabondato per chilometri e chilometri in quelle terre oramai abbandonate da dio e dagli uomini.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° Scorpiade lavorava con grande lena.
L’ampio tavolo era sommerso da carte geografiche, atlanti, pergamene preziose e antiche rappresentazioni del mondo.
Appunti sparpagliati ovunque.
Segni tracciati su pezzetti di carta che al più piccolo movimento si mescolavano, avvicinati da quell’effetto invisibile delle molecole che, sospinte da polarità differenti, si cercano tra loro.
Del resto, una volta che aveva tratteggiato con la matita i contorni di un territorio, i suoi dislivelli o gradi di altitudine, Scorpiade lasciava che l’appunto venisse fagocitato dalla sterminata quantità di carta da cui era eternamente circondato, poiché, per un’eccezionale dote della memoria, poteva, a suo piacimento, rintracciarne l’impianto nell’archivio straordinario che aveva messo a punto nella sua testa e, da lì, richiamarlo in qualsiasi momento e trascriverlo su una mappa, completo di ogni particolare che fosse utile per una corretta interpretazione.
Tutti quei fogli erano dunque minuziosamente percorsi da segni che significavano altro.
Il più delle volte ne eludevano, necessariamente, la dimensione e la grandezza e, forzatamente, il grado di veridicità.
La realtà per Scorpiade, in quanto forma rarefatta ma vacua del pensiero, finiva spesso in un eccesso di presenza che poteva impedire ogni possibilità di lettura della carta.
Per questo interveniva con innesti, collegamenti e rimandi che costruivano una complessità talmente prossima alle ricerche sulle proprietà a-scalari di Mandelbrot sulla geometria frattale, che facevano di lui non solo un cartografo di grande esperienza ma uno studioso e un ricercatore geniale.
La sua passione era la continuità e la contiguità che sapeva a rintracciare tra l’eccessivamente materico e persistente, come una catena montuosa o una foresta pluviale, e la sua rappresentazione grafica, minuti segni convenzionali che, nella loro astratta semplicità, potevano descrivere le strutture enormemente più complesse di cui erano il fondamento.
Pur non allontanandosi mai dall’assioma per cui una carta offre un ritratto rimpicciolito ma sempre riconoscibile del mondo reale, possedeva quella speciale leggerezza con cui riusciva a svincolare i territori che rappresentava nelle sue mappe, dall’asservimento dello spazio dove erano imprigionati da che esisteva il mondo e dove sarebbero rimasti confinati per sempre se non fosse intervenuto lui, con la sua azione affrancatrice.
Quell’uomo accurato e meticoloso entrava direttamente nel tempo e allora un luogo non era soltanto un’estensione spaziale della percezione dell’occhio ma, soprattutto, uno spessore temporale di eventi che lì si erano sovrapposti.
Pareva che Scorpiade possedesse la facoltà di evocare con il suo tratto sottile e fermo territori e lande lontane, terre misteriose e nascoste che vivevano nella geografia recondita della memoria e scioglierle dall’assoggettamento del ricordo, poiché come afferma Woolbridge, ‘il suolo e non la carta…è il primo documento’ e la ricerca del cartografo consiste proprio nel tentativo di colmare questo scarto.
La sua sorprendente abilità l’attribuiva all’insegnamento, cui non era mai venuto meno, del vecchio maestro, Margal Lupita che, fin dalle prime escursioni sul campo, l’aveva abituato ad abbozzare su frammenti di carta, dati e proiezioni da confrontare, sezione per sezione, con le vecchie carte dell’area sottoposta a rilevamento, poiché è l’occhio che vede e che confronta il fondamento di ogni cartografia possibile.
La comparazione era, dunque, il solo sistema per sfuggire il rischio di un modello che ordinasse il mondo secondo un pensiero forte e unico, ed era questa la ragione per cui Scorpiade si muoveva perennemente in mezzo a vortici di appunti, carte, mappe, che gli conferivano un che di geniale e di bizzarro.
Non voleva azzardare.
Affidandosi alla sua straordinaria e meticolosa memoria aveva paura di redigere mappe che affondavano in ricordi troppo contigui con l’emozione di un odore o di una luminosità particolare e il tempo, inoltre, poteva aver condensato certezze dove non doveva esserci che passione per la ricerca e la sperimentazione.
I suoi appunti svolazzanti diventavano quindi la materia empirica attraverso la quale metteva in pratica la sua personale teoria della relatività.
La cosa che più sorprendeva in lui era l’abilità prodigiosa con cui trattava la materia e l’accortezza con la quale riusciva a farlo.
Per questo ciò che nel suo aspetto conquistava immediatamente l’attenzione erano le mani; di un pallore evanescente, quasi immateriali nella loro leggerezza.
Era una meraviglia vederle al lavoro agili e irrequiete; solo allora, ci si rendeva conto come l’arte, di cui sembrava naturalmente dotato, fosse invece il frutto di un addestramento costante e accanito.
Quelle mani fluide e insinuanti come un alito di ponentino, asciutte e brucianti come una folata di vento del deserto e che teneva in costante allenamento, facendo girare e rigirare tra le dita e il palmo tre biglie di rame con inusitata maestria, correvano, bianche e febbrili, da un capo all’altro della grande cartapergamena, l’opera omnia, cui Scorpiade lavorava da anni: la Carta Monadica Totale, così gli piaceva chiamarla.
Un corpo unico che, attraverso una raffinatissima tecnica utilizzava porzioni di territori come fossero mosaici di aree locali perfettamente combacianti tra loro, ma che potevano facilmente essere trasformate in sub-aree, di più facile manipolazione, tali da essere utilizzate come infrastrutture, modalità sistemiche della carta.
A prima vista sembrava di avere sotto gli occhi un reticolo dove ogni quadratino o monade era confine e limite per sé e per ogni altro quadratino ma, allo stesso tempo, era sconfinamento e proseguimento dell’altro, e dell’altro ancora, in un gioco di intersecazioni e percorrimenti che alteravano la percezione al punto che la Mappa pareva improvvisamente animarsi come uno strano essere tentacolare e perfino Scorpiade faceva fatica a stenderla sul pavimento della casa e a trattenervela.
Pianure illimitate, fiumi impetuosi, prendevano forma come se le sue mani possedessero lo straordinario dono di mutare l’irrefrenabile energia da cui erano dominate in sostanza.
Una materia duttile plasmava il mondo e lo riconduceva all’essenzialità planimetrica della Carta Monadica Totale, frutto di tutte le sue conoscenze e sperimentazioni, e somma delle esperienze e delle teorie di tutti i cartografi che fino ad allora si erano provati a rappresentare il mondo nella sua interezza e globalità.
Conquistando territori e spazi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, le mani preziose di quell’uomo si accanivano nel mettere assieme segni, colori, sfumature, viaggiando tra il segno e la cosa con rara maestria e accortezza.
Erano lo squarcio di memoria che illuminava improvviso la strada di campagna dove una donna, persa nei suoi pensieri, in quel paesaggio a perdita d’occhio, procedeva con calma e con mollezza.
Fu in quel punto, in un tempo che andava via alla deriva, segnato da un intorbidamento del segno sulla carta, che uno sconosciuto l’aveva aggredita.
Lì, su quel viottolo appena tracciato, seminascosto tra rovi di more e di lupino bianco, proprio sul ciglio dove la polvere della strada si confonde con il terriccio ferroso dei campi di pannocchie, l’umore greve di quell’amplesso e le lacrime salate della donna avevano formato un grumo talmente denso che, per quanto Scorpiade volesse, sfuggiva ogni volta al suo tentativo di emendarlo così che, di fronte alla carta, ognuno poteva sentire sulla propria pelle l’efferatezza di quel gesto e il dolore cupo che alla donna aveva spezzato il cuore.
Scorpiade, nel preciso istante in cui stendeva la sua Carta Totale, traversava il mondo e lo rinominava ogni volta, poiché, ogni volta, i luoghi erano altri da prima.
Diceva il notiziario che quella mattina in un fiume che si chiamava Ombroso, un giovane, preda di un patimento forte di solitudine e di amore capovolto, aveva cercato la morte.
Le mani di Scorpiade, quasi alla cieca, lo rintracciavano immediatamente sopra la vasta superficie; sottile filo azzurrognolo sul giallo terroso di una isoipsa.
Lì, quel patimento irrimediabile, aveva rotto il fluire pacato del fiume e ora provocava un salto impetuoso della corrente che schiumava in una ripida cateratta di sasso calcareo sotto il sole impietoso d’aprile.
Scorpiade aveva trovato la soluzione all’unico problema da sempre insolubile per il geografo, rappresentare, contemporaneamente, la continuità spaziale e temporale senza sacrificare alcun particolare del territorio esaminato né ridurre l’osservazione a una breve serie di dettagli temporali parziali.
Lui era riuscito a ricomporre la frequenza e la correlazione spaziale, in più, incorporandovi la dimensione sotterranea della stratificazione di un evento nel tempo ma ora ogni momento della sua giornata era ossessionato dalla necessità di continui adeguamenti.
Registrava con puntiglio ogni mutamento o evoluzione del terreno nella sua mappa così che i territori di quel mondo fatto di strati e di memorie, diventano sempre più smisurati e finivano per usurpare ogni spazio disponibile e non c’era più posto, intorno a lui, che potesse contenerli.
Già i fratelli e la vecchia madre, i vicini, e piano piano tutti gli abitanti di Gravilona, erano dovuti fuggire via, incalzati in una migrazione forzata da quell’accrescimento virtuale che intaccava, sgretolava letteralmente il terreno sotto i loro piedi e, il povero Scorpiade, cominciava a sentire il fiato gelato di una solitudine divorata da suo lavorio sfrenato.
La biblioteca, edificio misterioso, di cui nessuno aveva memoria e che si diceva fosse stato costruito in una sola notte, era l’unico posto, in quella città capace di resistere al dissipamento che la stesura della Carta Monadica Totale provocava.
Unico luogo che, fino ad allora, era stato risparmiato dalla corrosione cui era soggetto il mondo intorno a Scorpiade.
Il solo spazio che poteva ormai abitare e che sembrava difenderlo dalla disperata forzatura che lo costringeva a disegnare planimetrie e carte geografiche.
Quel giorno, mentre cercava di ricostruire i confini di una enclave cancellata dal sangue di una guerra lampo e che doveva essere reintegrata al più presto, poiché i sopravvissuti vagavano su quella terra affamati e storditi dalla nostalgia con nuovi nati e qualche vecchio preservato per tramandare la memoria, un uomo che non aveva mai visto prima si fece avanti traversando l’immensa biblioteca.
Lo sconosciuto, appena gli fu di fronte, ignorando ogni più elementare norma di buona educazione iniziò, assai confusamente, a parlare di un bizzarro quanto fumoso progetto che sembrava governare i suoi pensieri come un’ossessione e, solo dopo una buona mezz’ora, gli venne in mente di presentarsi a Scorpiade come certo Tebaldo Percato, Fondatore Reggente del Libero Stato di Napadia.
Quella rivelazione assolutamente imprevedibile lo sconvolse a tal punto che il sangue gli salì agli occhi e le sue carte assunsero per un po’ una sgradevole velatura rossastra.
Superato questo primo ma non irrilevante impatto con il visitatore, Scorpiade cercò di capire cosa volesse da lui quel tipo che in modo febbrile ed enfatico parlava della Libera Nazione di Napadia e della necessità che, finalmente, il suo popolo potesse vederla rappresentata, come avviene per ogni Nazione che si rispetti, su di un Atlante geografico.

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Redazione LOPcom

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