Eroi

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Questo è il primo racconto che ho scritto nel lontano 2006.
E si vede.
Prima di pubblicarlo qui l’ho un po’ ‘rimasterizzato’ per renderlo più aderente a come scrivo ora.
L’originale credo sia ormai introvabile, prendetelo come un ‘regalo di presentazione’ Buon inizio di 2014 Eroi Quaranta gradi.
L’estate più calda che si ricordi in città negli ultimi 10 anni.
L’asfalto rovente trasuda bitume, pare sul punto di liquefarsi.
Nelle ore più calde le strade diventano deserte: unici esseri viventi, randagi con la lingua penzolante a caccia d’improbabili zone d’ombra e gatti pietrificati dal calore.
Il ronzio cessa d’improvviso.
– No! Dannazione! Dannazione! Il condizionatore si è guastato.
Ecco, un’altra prova che la malasorte lo perseguita! Ma no, no! Lui, lui lo sa: la malasorte, la sfortuna, tutte sciocchezze! È una punizione, la punizione divina! Prega il Signore di perdonarlo per il suo essere imperfetto, tanto imperfetto da non consentirgli di portare a termine La Missione assegnata.
Ma ci riuscirà, sì, a scovarla, a trovarla.
Riuscirà a intrappolare colei che, ne è certo, si nasconde lì tra loro: la madre dell’Anticristo! Deve però farlo subito, prima che diventi adulta, mentre i suoi terribili poteri sono ancora latenti, affrontabili da un essere umano: una volta donna, sarebbe stato tardi.
Troppo tardi! Sospira, quale fardello sapere che i destini dell’umanità e della Chiesa dipendono da lui.
Ha attraversato tutto il paese di città in città per catturarla, ha combattuto e ceduto alle tentazioni del maligno e della sua stirpe, ma ogni volta, più forte di prima, si è rimesso in caccia.
La scia di piccole vittime che ha lasciato dietro di sé è un sacrificio necessario: il Signore l’ha già perdonato.
Lo protegge anzi! Gli garantisce l’impunità.
Oramai si trova lì nella nuova città da quasi un anno, ha osservat e poi avvicinato alcune piccole sospette.
Sì, è chiaro: una di loro è la piccola demone che diventata fertile accoglierà nel proprio grembo chi avrebbe sfidato il regno del Signore in terra per attaccarlo poi in Paradiso stesso.
Lui, però, era lì per impedirlo! Tutto è pronto, agirà quella sera stessa.
La temperatura si sta abbassando e le bambinette tra le quali il maligno ha nascosto la propria pupilla iniziano a riempire il giardino sotto casa.
Si sorprende con la salivazione accentuata e a soffregarsi le mani.
Recita rapidamente una preghiera in ammenda a quel gesto lascivo, ma d’altra parte non è certo colpa sua se la ricerca della piccola dannata richiede azioni che inducono un certo piacere.
Un piacere che solo in parte compensa le terribili tentazioni che deve sopportare e alle quali purtroppo cedere, ma ora basta, è giunto il momento di agire.
Avrà tutto il tempo per pregare in favore della propria anima al termine della missione.
E sistemerà anche quel dannato condizionatore.
Indossa il suo migliore e rassicurante sorriso ed esce di casa.
È sera inoltrata quando rientra.
Fallito! FallitoFallitoFallito! Ha ancora fallito! Lei non doveva gridare! Non doveva! I demoni non hanno paura! Non era lei! Tutte avevano gridato quando…
Quando…
…sempre avevano gridato, quando aveva fallito.
E anche questa volta ha fallito: è stato costretto a sopprimerla, disfarsene, non poteva rischiare di essere scoperto, mettere a rischio La Missione.
Ora dovrà affrontare le forze dell’ordine, la giustizia, come tutti gli adulti della zona del resto.
Ma lui è intoccabile, lo sa: il Signore lo protegge.
E poi lui è…
Lui ha una certa autorità in città.
Consuma una cena frugale e si mette a letto, fuori il brusio che accompagna le ricerche della bambina comincia a riempire le vie circostanti.
Il suono del campanello lo sveglia di soprassalto, guarda l’ora: è passato davvero poco da quando si è coricato.
La polizia? Di già! Scende le scale e raggiunge la porta.
Fuori le ricerche si sono spostate verso la campagna: l’eco delle voci giunge da lontano.
– Chi è? Silenzio.
– Chi è? – il tono è più stentoreo.
Una voce minuscola: – Potresti aprire? Il sangue gli si gela.
Apre la porta.
Nessuno.
Poi una voce ai suoi piedi.
– Hai preso tu la mia sorellina? Abbassa lo sguardo.
Un bambino biondo, gli occhi chiarissimi quasi brillano di luce propria nel buio denso.
Tono paterno.
– Bambino.
Sono cose da grandi queste.
Lascia perdere.
Torna a casa.
Il piccolo lo fissa, le sue labbra si muovono, ma le parole sembrano scagliate dalla notte stessa, affilate come lame tirate da un lanciatore di coltelli.
– Io ti ho visto.
La mia sorellina era con te.
L’hai portata via.
Tu sei cattivo.
Cattivo.
Cattivo? Lui Cattivo? Il messo del Signore? Quella bestemmia è intollerabile.
Afferra il bambino per la camicia e lo solleva all’altezza degli occhi.
Grida.
– Piccolo bastardo! Ti rendi conto con chi stai parlando? Io sono il vice sindaco! Non so nemmeno chi sia la tua sorellina! Avrebbe dovuto spaventarlo.
Non è così: il piccolo sostiene il suo sguardo fino a quando non viene posato di nuovo a terra.
– E ora vattene.
A quest’ora i mocciosi dovrebbero stare a letto.
E anche io.
– Anche la mia sorellina dovrebbe.
Tu sei cattivo.
E i cattivi muoiono sempre.
Gli volta le spalle e se ne va senza più guardarlo.
Ma cosa crede quel ragazzino? Di essere in un film? In un cartone animato? E poi lui non è cattivo.
È in missione di guerra.
La Missione.
Meglio tornare a letto.
L’indomani sarebbe stata una giornata pesante: un sacco di domande.
Poi quel ragazzino: una parola di troppo e avrebbe tolto di mezzo anche lui.
Era di certo un demone se aveva potuto vederlo mentre il Signore lo rendeva invisibile.
Metterà a posto tutto domani.
E sistemerà anche quel dannato condizionatore.
Uno scricchiolio.
Di nuovo sveglio.
Ancora di soprassalto.
– Chi c’è? Stupido moccioso sei ancora tu? Silenzio.
Ha passato il segno.
Merita una lezione quel piccolo demone.
Apre l’armadio ed estrae il fucile a pompa carico e pronto all’uso.
Scende le scale.
In fondo una voce ridicola – Ciao bellezza! Carote sgranocchiate.
È quel coniglio quello dei cartoni animati: quello che sgranocchia carote perennemente, comesichiamacomesichiama? Un sogno.
Sta sognando.
Non deve temere nulla.
Temere cosa poi.
Da un coniglio? Il coniglio si avvicina.
– Ehi!! Che cannone hai in mano! Potresti farti del male! Da’ qua! Naaaa, sei antiquato amico! Prova con queste Ammicca.
– Sono più efficienti credimi.
Si trova nella mano sinistra un ridicolo rotolo di candelotti di dinamite, la miccia accesa si sta consumando.
Trascorrono alcuni istanti.
I denti sporgenti del roditore sogghignano.
Guarda come un idiota la miccia consumarsi.
Un boato e la mano non c’è più.
Al suo posto un moncherino carbonizzato.
Grida per il dolore terrificante, ma nessun suono esce.
Urla, fino a sentire le corde vocali bruciare, ma nessuno ode nulla.
– Ah Ah Ah! Che idiota!!! Nemmeno quella stupida anatra col becco giallo ci sarebbe cascata.
Uah, uah, uah! – Mi hai chiamato sftupido coniglio? Non può essere vero.
L’anatra nera è emersa dal buio del soggiorno con un saltello.
E parla.
È di certo un sogno, ma il dolore, impossibile, accecante, è reale.
Si tiene con l’altro braccio il moncherino.
Non riesce a ragionare, a pensare.
L’angoscia comincia ad assalirlo: irrazionale, impossibile.
Il papero: – Ehi, guarda il ferro! Che cannone amico! È pericolofo! Il coniglio: – Già! Già! – carota – Anche io gliel’ho detto, – abbassa la voce – detto tra noi però non mi pare molto sveglio.
Hi, hi, hi! Sta per impazzire o forse è già pazzo.
Ma no deve solo svegliarsi.
Sì.
Svegliati! Svegliati! Nulla.
Perché il Signore non lo soccorre? Perché lo sottopone a quella prova? Il papero continua.
– Fì Fì, è pericolofo.
Vedi amico se io faccio cofì potrebbe fuccedere…
BLAM!! – Oh, oh! Questa volta tocca al ginocchio.
Pezzi di cartilagine, nervi e schegge d’ossa schizzano sulla tappezzeria del divano.
Il dolore lo rende folle: comincia a schiumare saliva e sangue dalla bocca.
Nessun suono esce dalla sua gola mentre grida disperatamente aiuto.
Il coniglio: – Ehi! Il nostro amico è un po’ àfono non credi? Il papero: – Fì Fì! Non hai qualcosa? – No, io no, ma vediamo in cucina.
Si sente trascinato per la collottola della vestaglia, costretto a guardare i resti della rotula penzolare dalla sua tibia attaccata dai pochi legamenti rimasti.
Non avrebbe mai più camminato.
Sarebbe diventato uno storpio deriso da tutti.
E il dolore! Perché il Signore non pone fine a quel dolore insopportabile.
Lo appoggiano con la schiena alla credenza.
Vince l’ultimo brandello di razionalità e si rivolge ai due cartoon.
– Vi prego basta! Il coniglio: – Amico! Noi stiamo con te! Siamo qua per aiutarti.
Ecco questo andrà benissimo! Se stura i lavandini sbloccherà anche le tue corde vocali non trovi? Ignorando lo sguardo terrorizzato gli chiude il naso e gli ficca in bocca la bottiglia.
Un torrente di lava sembra scendergli per l’esofago fino a raggiungere le interiora.
Può sentire l’acido devastare i tessuti e attaccare gli organi interni.
Vorrebbe svenire, morire.
Non succede nulla di tutto questo.
È ancora vivo.
Le labbra ustionate pulsano mentre prova ad articolare un: – Basta, vi supplico.
È allora che nella stanza un’ombra enorme tinge le pareti.
Passi così pesanti da far tremare la casa intera.
Un robot gigante in un armatura nera, una V rossa sul petto avanza e lo sovrasta in tutta la sua altezza.
Lui ride.
Isterico, pazzo di dolore, ride di un riso silenzioso.
Poi ode la voce metallica.
– Anche loro ti supplicavano.
Le tue piccole vittime ti supplicavano.
Hai forse avuto pietà di loro? Ma i bambini hanno i propri eroi che li vendicano dai cattivi.
Tu sei cattivo e…
– …e i cattivi muoiono sempre – continua lui nella propria testa.
Il robot alza la mano: un fascio di microonde parte diretto al viso.
Lui non vede nulla, sente solo il dolore della propria carne che cuoce: prima la pelle, poi il resto rattrappiscono attorno al cranio.
I bulbi oculari esplodono.
Il cervello si disidrata.
E poi non sente più nulla.
– Qua dentro è successo un macello.
Come l’avete scoperto agente? – Commissario, è stato il tenente De Rossi.
Era passato per qualche domanda di routine sulla bambina trovata morta stanotte sul greto del fiume.
Ha suonato e bussato più volte, ma nessuno rispondeva.
Eravamo certi che il Vice Sindaco si trovasse in casa e abbiamo pensato che non stesse bene, così abbiamo fatto irruzione.
– Bene non sta.
Che dice la scientifica? – Da una prima ricostruzione pare sia stato vittima di un’incredibile serie di incidenti: sembra che il signor vice sindaco si sia svegliato e, insospettito da qualcosa, abbia imbracciato il fucile per poi dirigersi al piano inferiore, ma scendendo dev’essere inciampato o scivolato.
Nella caduta incidentalmente si è esploso un colpo prima alla mano sinistra, poi al ginocchio destro e arrivato in fondo alla scala si è trascinato verso la cucina.
Qua senza spiegazione apparente, forse in preda al panico o al dolore, ha ingoiato mezza bottiglia di sturalavandini.
Nel tentativo poi di rimettersi in piedi, si è trascinato sul viso il forno a microonde che si è acceso anche con lo sportello aperto: la scientifica ha stabilito che la sicura era difettosa da tempo.
– Incredibile, davvero.
– C’è dell’altro, commissario.
In camera da letto del signor vice sindaco, sotto la suola di un paio di stivali, è stato trovato un brandello di camicetta compatibile con lo strappo su quella indossata dalla bambina morta.
– Non esiterei a definirla giustizia quasi divina.
Almeno lo stato non dovrà pagare le spese per il processo.
Ora vado in centrale.
Dica a De Rossi che voglio un rapporto dettagliato.
Ok, ok, circolare, non c’è niente da vedere.
Anche tu ragazzino a casa, non è uno spettacolo per te.
Il bambino biondo, occhi chiarissimi, si china, raccoglie una mezza carota sgranocchiata, la infila in tasca e si allontana.

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Fabio Mundadori

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