il pubblico dell’orrore

0
()

IL PUBBLICO DELL’ORRORE: gli anni zero e dieci del new horror Per Chiara Palazzolo e Giovanni Buzi, non vi ho dimenticato.
Voglio approfittare dell’uscita di un nuovo mensile dedicato al genere horror per alcune notazioni.
La rivista (il primo numero è uscito a Settembre) si chiama It’s HORROR time ed è molto valida.
Le firme sono tutte prestigiose, di gente : Andrea Colombo, Paolo Zelati, Giovanni Arduino, Danilo Arona, Selene Pascarella.
It’s HORROR time è una bella novità, un magazine ESCLUSIVAMENTE dedicato all’horror.
Speriamo duri.
Il primo numero di Settembre partiva malino, con una rubrica dal sapore riempitivo come l’almanacco dei nati (o morti) in Settembre e su tutti spiccava il faccione di Dario Argento – uno che, francamente, s’è rovinato con le sue mani e merita di essere dimenticato – tuttavia il resto del mensile era talmente godibile da ricordarmi le pagine di un’altra rivista che amai alla follia, Nosferatu, edita per pochissimo dalla Acme.
Voglio tornare a quel primo numero di Settembre per via di Danilo Arona, autore di uno scritto, lungo e articolato, che voleva fare il punto sul cinema horror dell’ultimo decennio.
Bene.
Il saggio mi ha suggerito alcune considerazioni, velocissime.
Considerazioni sullo stato del genere horror di questi ultimi dieci anni.
Gli anni dieci.
Le butto lì senza prepararle.
Arona ci dice che il cinema (di genere) in generale (e l’horror nel particolare) si ripete: codici, situazioni, personaggi, archetipi di fondo.
Questo decennio, gli anni zero e poi l’incipit dei dieci, sono stati fecondi come non capitava dai mitici settanta.
Una quantità di nuovi horror.
Il ritorno dei vecchi maestri.
I vampiri romantici.
Gli zombi.
I remake.
Ma la domanda è: cos’hanno apportato di veramente nuovo tutti questi film horror? L’amplificazione tecnologica.
L’immagine digitale spettacolare, quasi senza più limiti nel mostrabile.
Le vere novità sono state nella tecnica.
Nello stile.
Mockumentary, found footage, 3D.
Per il resto la fabbrica delle idee è in secca.
I vecchi maestri sono in pensione o si arricchiscono figurando come “produttori esecutivi” nei remake dei loro film.
Torna la Hammer, Jason.
Michael, Freddy.
Si rimette mano a quasi tutti i film horror usciti nei settanta e li si ri-attualizza con un paio di fighette nuove, effetti digitali e musiche rap.
Sotto sotto però la sostanza è la stessa, già vecchia (non seguo più mastro Arona e mi assumo la responsabilità di quel che dico).
Le stesse storie, gli stessi personaggi stereotipati e una generale assenza di atmosfera.
Per creare l’atmosfera servirebbe perdere tempo, non avere quell’isteria frettolosa che ha contagiato tutti.
Il nuovo pubblico dei multisala/pop corn non ha tempo da perdere.
Sono ragazzini di 14 anni con una soglia di attenzione inferiore ai 5 secondi.
Quelli che fabbricano i film, i produttori, sono intellettuali che non vanno oltre la guida del telefono.
Il cinema è una industria e come tutte le industrie fa schifo e mira solo ai soldi, i vostri.
E’ normale quindi che i nostri gusti siano standardizzati come un panino di McDonald’s.
Nei new horror il mostro deve fare BUU ogni 5 secondi con tanto di musichetta sghemba e 3D a farci saltare sulla poltrona.
Una roba meccanica che ha finito (o rischia di finire) per perdere il significato catartico della paura.
Con questo non voglio affatto dire che il nuovo horror di questi ultimi anni faccia solo schifo.
Chiunque saprebbe indicare alcuni registi/autori che, nel bene e nel male, hanno saputo dire la loro.
Arona distingue Rob Zombie.
Aggiungiamo pure Neil Marshall, Victor Salva, Michael Bassett, James Wan, Balaguerò&Plaza, Scott Derrickson, Eli Roth, Zack Snyder.
Nessuno di loro (per il momento mettiamo da parte il nome di Zombie e anche un altro che vi dirò) però è un nuovo Romero, Carpenter, Cronenberg dei tempi d’oro (e non sono nemmeno dei John Gilling, dei Franco, dei Rollin…).
Perché? Perché nessuno di loro ha avuto l’impatto di originalità che ognuno di questi autori ha avuto anche solo con un film.
Nessuno ha un punto di vista veramente personale e originale, non sul cinema, ma sul mondo.
Carmelo Bene diceva, non un cinema pieno di idee, ma un’idea di cinema.
Nessuno ha saputo fare un’altra notte dei living dead.
Tutti però sanno rifare una infinità di remake (che nulla o poco aggiungono) ai living dead.
La tecnica è progredita e infatti oggi possiamo vedere dei Non aprite quella porta con una cura estetica sconosciuta ai settanta, eppure non sempre basta la patina per giustificare l’operazione.
Certo, i nuovi kids, quelli con la soglia di attenzione di un malato terminale di alzhaimer, hanno la memoria corta e non guardano i vecchi classici, perché sono in bianco e nero o troppo lenti.
E poi hanno il bisogno fisiologico di vedere qualcuno che compulsa un i-pod o controlla facebook.
L’identificazione passa attraverso queste componenti estetiche.
Torniamo alla critica di cui sopra.
A me questo decennio così quantitativamente ricco è piaciuto.
Film come Il collezionista di occhi o Wrestlermaniac mi divertono.
Non aggiungono nulla, non è un problema.
Se però, stuzzicato dall’articolo di mastro Arona, mi chiedo cosa c’è di veramente nuovo in giro, allora non saprei chi indicare.
Rob Zombi si diceva.
Zombie è riuscito in un film, I reietti del diavolo, a toccare, in certi punti qualcosa di nuovo, o almeno così mi è parso.
Cosa? Il cambiamento dei personaggi.
Gente che proveniva da un universo diegetico con zombi nascosti nei sotterranei, dottor Satana pacchiano e ragazzi&ragazze usciti fuori dai peggiori slasher decerebrati.
La casa dai 1000 corpi era una pacchianata (gustosissima), l’ennesima scopiazzatura di Non aprite quella porta (forse, tra tutti i modelli, quello maggiormente ritornante).
Questa gente, questi personaggi, nei Reietti, mutano, cambiano.
Sono sempre loro, scazzusi e cattivissimi, sadici e pornografici.
Poi però la vita rude bussa alla porta.
Arrivano facce da incubo peggiori di qualunque killer da slasher.
Mostri umani che fanno davvero paura perché incarnano quel prototipo di noi stessi che l’evoluzione, la democrazia e le regole sociali avrebbero (dovuto?) sconfi(ggere)tto.
I cacciatori di taglie sono il nostro perturbante, un rimosso che ritorna a tormentarci e ricordarci che fuori dalle nostre camerette, dal nostro lavoro (tenuto con i denti, a qualunque costo, a qualunque condizione ambientale e di mobbing), c’è l’orrore, l’orrore vero.
I cazzoni della casa dei 1000 corpi passano da cattivi spietati a vittime.
Il loro dolore, i loro legami ci svelano una umanità, una solidarietà (tra freak, tra deformi) che non avremmo sospettato.
E la loro fuga nel pre-finale, con quei corpi maciullati e doloranti, stretti fianco a fianco nella car, ci tocca.
Il finale poi si eleva, quasi a western crepuscolare.
Come si sia finiti dall’horror zombi stupidotto con dottor satana al western elegiaco non è dato sapere.
Ed è questa transizione, morbida, lenta, avvolgente e carsica che conquista.
Non è la stessa cosa di fare un film che comincia in un modo e finisce in un altro.
Tarantino in Dal tramonto all’alba cominciava come un poliziesco cazzaro e poi ci attaccava i vampiri.
Ma era un passaggio brutale e, anche nella seconda parte del film, i personaggi rimanevano delle macchiette stupide imbottite di battute.
Zombie fa una operazione narrativa molto differente.
I suoi personaggi si caricano di sfumature e contrasti che cocciano con le tipologie dei generi.
Non sono buoni o cattivi, bianchi o neri.
Hanno zone d’ombra, sfumature irrisolvibili.
Per noi spettatori, diventa difficile scegliere da che parte stare.
E qui torniamo all’inizio.
I generi.
Il genere.
L’horror.
Il nostro genere preferito.
Gli anni zero.
Gli anni dieci.
Tantissimi film.
Pochissime idee.
Quale strada intraprendere? Potremmo benissimo rimanercene fermi, continuare a sfornare prodotti tutti uguali.
Tanto, nei sessanta, settanta e ottanta, sono stati fatti così tanti film che posso tranquillamente passare il mio tempo a rivederli senza rimpianti.
Il mondo, il mio mondo (la morte, per ognuno di noi, sarà la vera apocalisse, diceva Deridda in un bel libro di lettere scritte per commemorare la scomparsa di alcuni amici) prima o poi finirà.
Perché stare a preoccuparmi.
Ma facciamo finta che tra voi ci sia un idealista, uno che guarda al futuro e ci crede.
Che fare? Quale direzione prendere? Quale strada perduta? Nei sessanta ha fatto fare salti in avanti un film come La notte dei morti viventi.
Nei settanta Non aprite quella porta.
O l’astrazione di un Carpenter.
Negli ottanta la spinta già si esauriva, ma c’era Hellraiser e il cinema di Barker.
Nei novanta c’era Society, un film di cui quasi nessuno parla più, a torto.
Film molto più compiuto e consapevole di quello di Romero.
Agli inizi del 2000 c’è stato Cannibal Love di Claire Denis, pellicola che fa un passo indietro rispetto all’ingordigia digitale e punta a un’idea di storia più meditata, atmosferica e onirica, quasi un Franco&Rollin d’autore, più bello e necessario.
Ma è solo un esempio.
Forse la strada non è nella lentezza o nel rifiuto luddista della tecnologia.
Forse la strada sarà in una rivoluzione generale che porterà (I reietti ne sono un primo esempio) alla fine dei generi così come li abbiamo rigidamente conosciuti.
L’evoluzione del modo in cui si penserà a un testo (filmico o letterario) ci porterà a superare definitivamente le rigide prospettive classificatorie di Aristotele (o di chi dice di rifarsi a lui ed è più realista del re).
In altri generi questa mutazione è già molto avanti.
Basta anche solo un film, compiuto, per capire.
Penso al noir, al polar francese.
Un film come L’ultima missione di Olivier Marchal è già oltre le colonne d’Ercole.
Polar, thriller, drama, horror? L’ultima missione è un film al di là dei generi e dei loro decorsi.
L’ultima missione assomiglia a un’esperienza visiva e sensoriale totale, un mondo perturbante, angoscioso, insondabile.
Non basta una visione per contenerlo, per confermarne le coordinate, per riportare un’unica percezione di significati.
Certo polar è così, sfonda i confini, sfugge alle definizioni.
D’altronde il noir stesso è un genere ibrido che contiene dentro di sé parti di tutti gli altri.
Un altro esempio è il docu-finto-drama Police dell’attrice modella Maiwenn, anche qui un prodotto sospeso, non concluso, difficile da afferrare.
Opere destabilizzanti, perché lontane dai rassicuranti confini di un inizio, centro, fine o di un machete alla Jason (nell’horror esempi di pellicole difficilmente classificabili potrebbero essere The berberian sound studio, Amer o The horde).
Forse la strada sarà questa, forse no e le mie sono tutte stronzate.
Sicuramente, e poi chiudo e la smetto, la strada non è il recente cinema horror italiano.
Nell’articolo, Arona dedica un breve occhiello allo stato delle paure tricolore.
Non credo che l’amatorialità sconcertante di un film come Il bosco fuori (ennesimo wild land all’italiana) ci possa portare da qualche parte.
E nemmeno l’opera successiva di Albanese.
Ubaldo Terzani è un film banalissimo e sciatto, con una storia da prima elementare.
Su Nocturno ricordo a memoria una recensione di Gomarasca quando parlava di Paura dei Manetti come di una delle nuove strada da percorrere per l’horror.
Paura è un film, rispetto a Gabriele Albanese, ben girato, ma con attori da Regina Celi e, anche qui, una storia banale, già vista e sentita un milione di volte.
Quale nuova strada rappresenta un film dove un gruppo di coatti senza cervello si introduce nella villa di un nobile per scoprire che il sangue blu tiene una ragazza nuda legata e incatenata nella cantina? La smettiamo di emozionarci per qualche battuta, per qualche citazione da fumetto bonelli (non è un complimento), per qualche movimento di macchina da scuola di cinema? I film sono dei testi e devono contenere delle idee.
E le idee devono venire prima della tecnica.
E che dire di Morituris, film riempito di violenza esasperata per nascondere la trama logora e senza sostanza.
Un rape nel bosco, saturato da dialoghi senza stile, senza qualità, senza cultura.
Personaggi senza spessore, privi di qualunque connotazione e riferimento alla realtà nel quale siamo immersi.
Eppure, questo mondo, ricco di ingiustizie e paure, offrirebbe molto da dire.
Lo stesso regista di Morituris, per produrre il film, ha lavorato da edicolante: perché non ha caratterizzato così uno dei suoi personaggi? Perché sempre e solo dei giovinastri intasati di birra e voglia di scopare, gente perennemente iscritta al college anche a 40 anni, senza problemi nel pagarsi le bollette, nel tirare avanti, nel sopravvivere a un orario lavorativo di 40 ore settimanali, a una flessibilità, a una azienda totale pervasiva e immanente? Idem In the Market.
Un’ora riempita dai tre in macchina a sparare cazzate a ripetizione.
Perché non mettere in scena dei precari, dei telefonisti, dei magazzinieri, dei corrieri express con le paturnie, le angosce di ognuno di noi (perché, a sentire le statistiche, un giovane su 5 non lavora, non riesce a mantenere la propria famiglia, a farsi una famiglia).
Tutte vite d’inferno che aiuterebbero a superare il modello cinepanettone-porkys del cinema italiano.
E che dire del thriller Come una crisalide, progetto nato vecchio, che guarda al thriller anni ottanta infarcito di citazioni/copiature da film vecchi di vent’anni.
La crisalide partiva bene, i primi dieci minuti quasi astratti, alla Amer, poi le pieghe della storia ci portano nel già detto e la noia si unisce alla struttura semiamatoriale.
Amatoriale è anche The Pit, non ricordo il regista.
La realizzazione è pessima, ma, almeno qui c’è una bella idea, originale (la faccenda dell’Hikikomori, dello scivolamento nell’afasia emotiva di tanti ragazzi), che incuriosisce e aiuta a superare le difficoltà produttive.
(Altra lancia a favore è il divertente e ben fatto Eaters, un film di zombi fatto da due giovani e appassionati ragazzi toscanacci.) Soprattutto mi chiedo a chi si rivolgano questi film, quale sia il loro pubblico, visto che nessun lavoro, o quasi, esce al cinema o ha una distribuzione in dvd molto limitata.
Di cosa vive questa gente? Come tira a campare? Sono tutti figli di qualcuno del giro? Quale impatto hanno questi prodotti culturali se nessuno li vede, eccetto le riviste specializzate che li recensiscono.
Uno dei giovinastri di cui si è parlato molto in questo articolo, uno di quelli con la soglia di attenzione di un maiale scannato da un alligatore, ve lo vedete a sbattersi per cercare un film semi introvabile italiano? Lui punta al multisala dietro casa, attratto dai pop-corn e dal 3D o dal culo della compagna quindicenne che va in deliquio per Twilight.
Ma allora perché si fanno questi film horror italiani? Per chi si fanno? Il sospetto è che si facciano per altri del giro.
Per altri registi, attori, tecnici del giro.
Che il pubblico dell’horror tricolore sia fatto dagli stessi che fanno i film.
Come diceva Franco Cordelli, il pubblico della poesia è fatto dagli stessi poeti, perché non ci sono più lettori.
Il pubblico degli horror nostrano è fatto dagli stessi che li fanno? Da addetti al settore? Altrimenti non mi saprei spiegare chi va a vedere simili prodotti, perlomeno in Italia.
Certo, adesso capisco perché, in mezzo a titoli come quelli citati sopra, un film come Shadow sia parso un capolavoro (La casa sfuggita di Ivan Zuccon, quello si che è un capolavoro, pur con budget ristretto).
Tra nani, l’unico normale svetta.
Arona si chiede se sia questa la vigilia di una rinascita.
Speriamo di no.
Ps: Una volta Andrea Colombo ha scritto una cosa molto bella.
Che nell’ambiente gira molta invidia e cattiveria e che molti trovano gusto a stroncare un libro o un film, magari perché si è a propria volta uno scrittore o un regista e si vuole sminuire il lavoro di un altro.
Colombo suggeriva di provare, prima di demolire, a cercare le cose positive, quelle che funzionano in un libro o in un film, perché c’è sempre da imparare.
Credetemi, ho sempre seguito questo insegnamento.
Non leggete l’articolo come uno sfogo.
Non ho nulla da sfogare.
Non sono uno del giro.
Non conosco nessuno del cinema o dell’editoria e non mi interessa farlo.
Vivo in una piccola città di provincia dove ogni tanto qualcuno impazzisce e stermina a fucilate la propria famiglia.
Qui sto bene e, lavoro permettendo, sopravvivo.
Se ho criticato l’ho fatto ben sapendo che dietro a (esempio) Morituris c’è tanta passione e amore per il genere, c’è tanto sacrifico.
Solo che non basta.
Ognuno di noi deve provare ad andare oltre allo splatter sfascia corpi, oltre al citazionismo, al luogo comune, ai film che ci piacciono e vogliamo rifare.
Dobbiamo recuperare della sostanza.
Provare.
Magari sbagliare.
Fallire.
Riprovare.
Uscire per il mondo, guardarci attorno, partendo magari da ciò che si ha davanti tutti i giorni.
Provare a mettersi nei panni del corriere che ci consegna un pacco, immaginare che la sua giornata lavorativa è cominciata alla 4 e finirà alle 20, sempre in una folle corsa contro il tempo.
Avere pietà, immedesimarsi.
Uscire dalle certezze (dei generi).
Ps2: A mio avviso, oltre a Rob Zombie, l’altro regista è Larry Fessender (si scrive così?), autore di un Wendigo e di The last winter, quest’ultimo un capolavoro originalissimo, capace di raccontare il disastro ecologico a cui stiamo andando incontro.
Wow!

Leggi anche  Pensiero

 

Ti è piaciuta questa pubblicazione?

Clicca per valutare

Valutazione media

Vuoi essere il primo a valutare questa pubblicazione?

Se ti è piaciuta questa pubblicazione...

Ci dispiace che questa pubblicazione non ti sia piaciuta

Cosa non ti è piaciuto di questa pubblicazione?

Redazione LOPcom

Lascia un commento