estasi del pecoreccio

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ESTASI DEL PECORECCIO, ovvero vivere e capire i trash film del bel tempo andato Uscirono l’Ottobre del 1994 e il Settembre del 1995 due libri di estetica scritti da Tommaso Labranca per i tipi della Castelvecchi.
Andy Warhol era un coatto ed Estasi del pecoreccio.
In questi due lavori teorici fondamentali, lo studioso ci spiegava cos’erano trash, camp, kitsch, categorie dello spirito dei nostri tempi.
Erano anche gli anni in cui, con amici appassionati di film trash, scoprivo le perle della troma e altre follie visionarie.
Erano i primi semi di quel cattivo gusto che tanto mi (ci?) piace.
Un bad taste di cui non dobbiamo vergognarci.
Anzi.
Personalmente preferisco film come Toxic Avenger piuttosto che l’intera filmografia di gente pallosa come Fellini o Tornatore (e a tutto il cinema depressivo italiano).
Se ho il coraggio di ammetterlo lo devo a Tommaso Labranca (e a quei miei amici, tutta gente malfamata, da ITIS).
La bellezza di un certo cinema risiede in quella spudoratezza che non ti fa avvertire limiti a ciò che può essere mostrato, a ciò che si può pensare, immaginare.
La bellezza dei trash film è senza complessi, perché non ci sono grandi autori o grandi tematiche.
Non ti senti inadatto se alla fine non capisci qualcosa, nel trash capisci tutto alla svelata.
Quei film erano sinceri, divertenti, folli e, a volte, pure originali.
Magari li vedevi su copie piratate, VHS col colore che andava e veniva, il nastro che ballava e l’audio che faceva schifo, però.
Però.
Ci si divertiva un mondo a guardarli tutti assieme.
Era anche un modo per cementare belle amicizie.
Ancora oggi, ogni domenica sera che il signore manda in terra, mi riunisco con i compari superstiti e ci spariamo una di quelle perle.
Alla fine diamo pure i voti, le pagelle.
Monstruosity lo chiamiamo noi, un ciclo ispirato dal titolo di uno degli ultimi lavori di Andy Milligan.
Vogliamo provare, per la ZONA, a togliere un pochino di polvere da alcune di quelle genialate? Giusto una rimpatriata, tanto per sentirci ancora un pochino stupidi (e giovani).
…Certo una stupidity ben diversa da quella di oggi, intossicata da una tecnologia sempre più leggera e invasiva, tuttavia isolante, che spinge i ragazzi a sorbirsi robaccia 3d sul cellulare anziché organizzare una serata a casa di qualcuno (sprovvisto di genitori) per oltrepassare i confini tracciati da Ariostotele e dalla fottuta verosimiglianza dell’arte… Ok, ok, mi fermo prima di partire per la tangente.
Riavvolgo il nastro.
Al solito, vado a memoria e vedo cosa ne esce fuori.
PARTS OF THE FAMILY di Leon Paul De Bruyn, già autore di un famigerato MANIAC NURSE FIND ECSTASY.
Qui si parte benissimo con la deliziosa Cecilia Bergquist mezza nuda che si infila dei collant neri mentre un robber fugge inseguito dalla pula (il capo degli sbirri monocefali è Lloyd Kauffman in persona e farfallino).
Il robber, ovviamente si rifugia nella casa di Cecilia e la prende in ostaggio.
La prima parte è quasi un rape con i cecchini appostati fuori (oddio, un cecchino, una macchina della pula, una pistoletta che quando spara non fa nemmeno la scintilla, eccetera).
Poi la vicenda prende snodi inaspettati.
La ragazza non è quello che sembra e una famiglia smembrata (i veri proprietari della casa) risorge dalle fondamenta sotto forma di mummie antropofaghe!!! Insomma, follia, follia, follia pura.
A un certo punto sembra di guardare un film poverissimo (quasi tutto stilizzato e nelle intenzioni) alla Dogma di Von Trier geneticamente modificato col cinema di un Romero povero e senza idee.
Le mummie prendono a cazzotti i pulotti e scoppia una rissa alla Bud Spencer & Terence Hill.
Altra perla.
Il divertentissimo KILLER CONDOM, omaggio hard boiled, sci-fi, horror demenziale.
Il protagonista Luigi Makeroni è immenso.
Un poliziotto siculo e gay, basso e tracagnotto e ultra dotato nelle parti basse.
Le battute e i doppi sensi si sprecano in una storia dove dei goldoni zannuti tranciano peni a morsi.
Il film è tedesco, ma l’ambientazione è newyorkese.
Una scena memorabile dopo l’altra con un finale che pesca pure un senso (tutto gira intorno a un ambiente di ruffiani, gay e prostitute, una nuova gomorra nel mirino del solito fondamentalismo calvinista/religioso) e una profondità per nulla scontata.
Da premio nobel per la letteratura una battuta di Luigi Makeroni, il poliziotto protagonista, l’eroe.
Il nostro è sempre burbero e accigliato, con la sigaretta anche mentre beve o si lava.
In una delle sue passeggiate/riflessioni per la city, la sua voce off da siciliano trapiantato nella grande mela ci regala una perla esistenzialista che nemmeno Ungaretti: “Cosa rimane la notte, in una città come New York, se si è soli e senza cazzo?”.
Chapeau! FROSTBITER: wrath of the Wendigo di tale Tom Chaney.
Film dei primi novanta, ancora splatter e delirante, con strizzatine d’occhio alla steadycam di Raimi o alla goliardia demenziale di Jackson.
Un film che avrò visto 50 volte.
Gli effetti e i trucchi sono casalinghi, eppure funzionano, creano atmosfera e divertono maggiormente rispetto alla cgd di oggi.
Trama e personaggi sono funzionali al baccano intorno al mostro.
Ron Asheton, la chitarra di I wanna be your dog, gironzola tra le nevi e straparla, regalandoci dei one man show da Saturday show live.
E la verosimiglianza è completamente azzerata.
Un esempio? La baracca coi cacciatori che preparano il chili piccante.
Dal chili esce un mostriciattolo che mangia la mano di uno di loro.
Casino, spari, urla.
Poi tutto rientra, i ragazzi, tutto sommato, riprendono il loro tran tran e il tizio menomato passa la notte fuori tranquillo e beato.
Certo, ognuno di noi reagirebbe così! Insomma, la bellezza di questo (di questi) film è che le cose girano come in un cartone animato, non hanno peso.
Sorpresina dopo i titoli di coda, non staccate la cassetta.
RABID GRANNES di Emmanuel Kervyn.
Film belga squisito.
Una riunione di famiglia attorno a due vecchine bigotte e ipocrite.
Gli altri parenti commensali sono iene mascherate da angioletti: tutti mirano a leccare il culo delle vecchie per beccarsi il patrimonio.
C’è il prete pedofilo, l’armaiolo che spera in una terza guerra mondiale, le lesbiche, lo yuppies, il ciccione arrogante, il pavido.
Una cena simile a quella di Festen.
Poi le vecchine si trasformano in nonnine rabbiose e il party del gore ha inizio, con morti e supplizi da contrappasso dantesco e cinismo d’autore (infatti pure i bambini non vengono risparmiati).
Un film molto più intelligente di quel che può sembrare (quindi un brutto fatto apposta, un camp).
HORROR IN BOWERY STREET di Jim Muro.
Bellissimo e geniale lavoro degli anni ottanta, capace di fotografare un’America underworld, homeless land straripante di rifiuti (tecnologici, organici, umani).
Barboni scafati, reduci pazzi del nam, sbirri dopati e mafiosi di serie B, il tutto frullato in una miscela esplosiva in cui il mostro, il nemico, non è altri che un liquore tossico che squaglia chi lo beve, riducendo i malcapitati a una pozza di liquidi sgocciolanti simile a certe figure disciolte di Francis bacon.
Muro dirige con grande estro una sceneggiatura originale, perfettamente calata in un mondo cinico e spietato cresciuto ai margini del sogno americano (e perché no, europeo).
Nonostante la carica negativa dei personaggi, Street trash si eleva col suo senso dell’umorismo, diversissimo da quello tardo-adolescenziale della troma; qui è più un humour nero tagliente e beffardo che non risparmia nessuno.
La scena del ciccione proprietario dello sfasciacarrozze che si fa leccare lo sperma dal pitbull è da antologia.
MIIKE TAKASHI YAKUZA HORROR THEATER presenta GOZU.
Va bene, una follia recente.
Un trash mascherato da film d’autore.
Voglio dire: ognuno è libero di pensarla come gli pare, ma, per me, questo film è un’enorme pernacchia in faccia allo spettatore, non significa un tubo e chi lo ha diretto ha un bagaglio culturale pari a una formica.
E questo, per noi amanti del pecoreccio, non è affatto un problem.
Dopotutto l’opera si chiude con uno che fa le boccacce.
Parte come uno yakuza movie, diventa un horror atmosferico alla lynch, deraglia nello splatter alla Cronenberg mutante fuori di testa.
La regia, bellissima ed estetizzante, ci regala campi lunghi in cui i personaggi si stagliano su delle risaie qualsiasi e rimangono immobili.
Un film di attesa, attesa che avvenga qualcosa, fatto di deragliamenti, false piste e situazioni ininfluenti.
129 minuti di nulla, eppure un film capace di produrre qualcosa di nuovo, di andare oltre i rigidi confini dei generi (per riprendere il discorso del PUBBLICO DELL’ORRORE) e diventare un oggetto non identificato, un UFO cinematografico a metà strada tra il trash (il mestolo nel culo), il gioco linguistico (il personaggio che legge le battute del copione scritte sul soffitto di un negozio) e l’opera d’autore (i piani sequenza, magari, su una lampadina che si accende e si spegne in un corridoio qualsiasi) (bisogna inoltre aggiungere tutte le ossessioni tipiche dell’autore, un freak flippato per le tette che spruzzano latte e la gente che, nel coito, rimane con gli organi genitali incastrati).
Uno dei lavori chiave dello scorso decennio, adatto per andare in bianco con la fidanzata e farsi insultare dagli amici dopati di cinema action.
CORPSES ARE FOREVER di Jose Prendes, illustre sconosciuto che gira, musica, interpreta il tutto.
La trama è un incubo dadaista che frulla dentro l’immaginario (amatoriale) del suo autore: fantascienza, horror, black comedy, trash, noir.
Corpses è un film sciatto, lento, noioso eppure geniale nello spingersi, se non proprio oltre le colonne d’ercole, abbastanza lontano dalle coste usuali.
Lo potreste vedere 10 volte senza capirci un tubo.
Per Nocturno un piccolo cult.
Per Rudy “Dizionario dell’horror” Salvagniny una ignominia.
In entrambi i casi, estasi del pecoreccio! Ok, ho finito, meglio ho appena iniziato, comunque vi lascio continuare da soli.
Di mio posso dire di aver finalmente soddisfatto il mio capo, “boss” Longoni, che, quasi un anno fa, mi stigmatizzava dicendo che dovevo smettere di scrivere pezzi sul poliziesco e buttarmi sul trash alla Troma.
Boss, ce l’ho fatta!

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Redazione LOPcom

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