Anno Domini 925

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ANNO DOMINI 925 In quel giorno di autunno Valafrido vide la morte sulla punta della lancia di un cavaliere ungaro.
Appollaiata lassù, gli sorrideva con ghigno beffardo.
Scintillava malignamente alla luce crepuscolare delle cupe selve teutoni.
Appena il tempo di mormorare qualche pietosa parola di perdono prima che il freddo metallo mordesse la carne.
Fino a squarciargli il cuore.
Prima di rendere l’anima a Dio… Un cenobio benedettino dell’Alta Sassonia.
Isola felice in un oceano di barbarie.
Monaco amanuense ricurvo su antichi codici miniati, Valafrido strappava all’oblio e alla furia dei barbari luminosi lacerti di sapienza.
Passati miracolosamente indenni attraverso le bufere dei secoli.
Nell’operoso scriptorium filtrava la fulgida luce del sole.
Trafiggenti spade luminose a spiovere dalle finestre.
Lo sguardo indulgente del Creatore sorrideva alle fatiche degli amanuensi, instancabilmente chini su quelle preziose testimonianze.
Perla di operosa meditazione incastonata nelle tenebre dell’ignoranza, il cenobium era circondato, quasi assediato, da impenetrabili selve popolate di mostruose fiere.
Pullulanti di sinistre presenze.
Le anime inquiete dei trapassati a vagare senza pace in quelle desolate solitudini.
Fitti boschi, vasti acquitrini, gelide brughiere.
Al di là della virtuosa cinta del monastero, dominava incontrastata una natura aspra, selvaggia, ostile.
Brulicante di oscure minacce.
Là fuori, era il regno del male.
Ma, all’interno del cenobio, il cuore di Valafrido traboccava di letizia.
Ormai avviato verso la quarantina, sapiente nell’intelletto, bello nella persona, elegante nel portamento.
Pervaso di un’irrefrenabile ansia di conoscenza, rigettava le eresie pagane per amore della verità rivelata.
Un freddo meriggio autunnale dell’Anno Domini 925 irruppero i Cavalieri dell’Apocalisse.
Indossavano le screziate pellicce dei feroci cavalieri ungari che, in quegli anni, flagellavano le contrade europee.
Valafrido si era attardato nel chiostro ad attingere acqua dal pozzo quando, sgomento, udì un furioso latrare.
Là fuori, suoni gutturali.
Un incomprensibile idioma.
Fu un attimo.
Sfondato il portone di ingresso, l’orda scomposta e ululante dei malvagi figli delle steppe si riversò impetuosamente all’interno.
Quel fiume in piena travolse rovinosamente ogni argine.
Acquattato dietro un cespuglio, Valafrido vide trucidare, uno dopo l’altro, gli inermi confratelli da quelle belve assetate di sangue.
Vide tutto.
Tra i primi a cadere fu l’abate Arnolfo, il collo trafitto da parte a parte da una freccia.
Poi il dispensiere Agilulfo, il giovane novizio Gebardo e, via via, tutti gli altri.
Senza pietà.
Giunse anche il suo momento.
Un rumore di passi.
Qualcuno si stava avvicinando.
Un pungente afrore di selvatico, i pesanti ghettoni di pelle e, infine, il lento scostarsi del cespuglio dietro il quale aveva trovato riparo.
D’improvviso, una orrida visione.
Uomo o belva? Irsuto, la barba incolta, i lunghi capelli fulvi, sudici e scarmigliati.
Lo sguardo ferino iniettato di sangue.
Imbevuto di odio.
Lesse la sua condanna a morte in quegli occhi luccicanti di sadica crudeltà.
La lancia lo trafisse in pieno petto, ferendolo a morte.
Ma sorella morte non fu pietosa.
Lo costrinse ad assistere alla carneficina.
Nulla gli fu risparmiato.
Gli occhi velati dalla torpida incoscienza che precede il trapasso ad assistere al saccheggio, alla distruzione, al massacro.
Allo scempio.
Quei demoni infierirono con efferatezza, depredando ogni cosa: dalle suppellettili sacre, alle vettovaglie, al bestiame.
E, alfine, diedero il convento alle fiamme.
Raccapricciante ecpirosi.
Una fuligginosa, innaturale, maligna nevicata di minuscoli frammenti di codici bruciacchiati ammorbò per sempre la santità di quel luogo.
Valafrido ebbe appena il tempo di percepire il sapore del sangue raggrumato nella barba e l’odore acre del fumo che saliva ovunque.
Tra il crepitare delle fiamme, poveri corpi martoriati – decapitati, privati degli arti o degli attributi virili, in segno di scherno – appesi qua e là sui rami degli alberi.
Grotteschi fantocci oscillanti al freddo vento della sera.
Poi i latrati si persero in lontananza, sostituiti dal dolce mormorio della sera….
Finalmente, il velo pietoso della morte.
Affrancata dall’involucro terreno, l’anima di Valafrido si librò verso il cielo.
Una soave pace.
Attorno a lui, non più miseri corpi mutilati, sangue e morte, ma soltanto luce.
Purissima luce.
Gli venne incontro il suo vecchio maestro, il venerabile Unnerico.
Gli indicò la strada.
E lui si incamminò a passo lento.
Laddove sorgeva l’antico cenobio, il bosco rimase vittorioso.
Conquistò anche quel virtuoso avamposto di civiltà.
Il male aveva vinto.
E su quelle terre desolate calò di nuovo il silenzio… Claudio Bargelli

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