l’origine del mondo

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L’ORIGINE DEL MONDO: per una antropologia minima del porno anni ‘70 Recentemente mi è capitato di leggere, da qualche parte, un articolo in cui ci si chiedeva (in maniera retorica) se il film pornografico può essere considerato un film a tutti gli effetti, ossia dotato di una qualche valenza artistica o creativa.
Con questo articolo vorrei proporre una risposta: su quello odierno non saprei (non lo conosco), su quello degli esordi, dei ’70, direi di si.
In questi ultimi anni, varie etichette di dvd hanno raccolto edizioni e ristampe dei loop da peep show/shop, quelli dove si inseriva una monetina e si poteva visionare un breve filmato in 8 mm porno o pre-tale.
Di queste antologie, mi è capitato di vedere “Sleasy 70’s stags”, 24 loop film in 8 mm appunto, che tra le interpreti annovera Uschi Digard (Supervixens di Russ Meyer), Candy Samples (Beneath the valley of the ultra-vixens sempre di Meyer) e Renè Bond (Necromania di Ed Wood e The adult version of dr Jekill).
L’antologia è molto bella e i filmati brevissimi, circa 5 minuti l’uno.
Cosa si vede? Cos’hanno in comune i vari loop? Anzitutto un certo discorso estetico.
Le modelle sono quasi tutte molto abbondanti di petto e coi fianchi generosi, fasciati di carne.
Non c’è quella cura metodologica del corpo, levigato e stressato dal fitness, tipica del mondo di oggi.
La pelle di queste modelle è bianchiccia, presenta piccoli ematomi, cicatrici.
I set sono tutti casalinghi, piccolo borghesi e famigliari, con tendine serigrafate, liquori sulle credenze, ghirigori liberty e piantine floreali.
La semplicità dei filmini, soprattutto i primi, è di un candore accecante, di una ingenuità religiosa.
Visi, faccine naturali, pose imbarazzate, occhiatine svelte verso un fuori campo salvifico (questo è il punctum barthesiano più eccitante), sorrisini, languide carezze attorno ai centri pulsanti del corpo (seni, natiche, inguine).
Certi loop paiono il corrispettivo erotico dei primi film dei Lumiere, solo che al posto di un treno che entra in una stazione, di operai che escono da una fabbrica, o di una nave che galleggia all’orizzonte qui abbiamo ragazzone che si carezzano e fanno ballare i seni giganteschi e lingue corsare che ripassano di saliva i capezzoli.
Via via che i loop si susseguono, e, presuppongo, gli anni e la soglia del mostrabile, cambiano, le girls vitaminizzate iniziano a prendere coraggio e a mimare l’atto sessuale, non rimangono solo imbambolate ed estatiche come madonnine eretiche.
Anche le riprese degli organi sessuali femminili sono più in dettaglio e non più sfuggenti.
Le vulve appaiono come mari peliferi spumeggiati dalla chiara delle lampade.
I letti giganteschi sono pronti a contenere qualunque voglia uterina.
Le modelle mimano l’atto, la penetrazione, ondeggiando le sfere perfette dei posteriori contro l’aria, contro partner invisibili e inesistenti.
Poi comincia a comparire l’arte del belletto: parrucche, ciglia finte, bocche sfracellate di rossetto e pose, ammiccamenti che paiono prefigurare l’eccesso che verrà.
Parallelamente le situazioni minime iniziano a semantizzarsi, a concatenarsi in parvenze di trama: una ragazza che suona il piano, eccitata dalla cinepresa, si scioglie in soffici massaggi; un’altra, Joyce, pare protagonista di una brevissima sequenza filmica perfettamente compiuta – dal primo piano dei suoi occhi chiusi, poi spalancati, la cinepresa che scende lenta sui seni fasciati dalle pieghe crestate del reggiseno color carne, un vento misterioso che soffia sui capelli di Joyce e lei stagliata su un fondo buio, un altro quando impalpabile; ancora, Joyce che rotea su una altalena nera; Joyce ripresa dal basso come una delle donne giganti di Berth I.
Gordon; zoomata sulle mutandine color carne e le dita di lei che giocherellano sotto; infine Joyce che si copre gli occhi e sorride, quasi a dirci che il sogno è finito.
Altre situazioni, altri loop.
Uschi Digard al telefono con qualcuno (ogni scena è muta ovviamente), forse il marito, forse un amante, poi comincia a titillarsi dolcemente sotto la camicia rosso fuoco, tutto qui.
E ancora.
Renè Bond che ci aspetta tra cuscini color cachi e giocherella coi suoi tacchi in un deliquio feticista.
Gli occhi di queste bellissime dee sono sempre più carichi di lussuria e perversione, oltre che di consapevolezza.
E poi, ecco l’inaudito: una ragazza che allunga la mano verso il fuori campo fin quasi a toccare l’operatore nelle parti intime, fin quasi a sfondare il campo, fin quasi a toccarci.
I tempi sono quasi maturi.
Candy Samples in un letto con il grande assente, l’uomo.
Candy e il partner nudi nel letto in una situazione comune, coniugale, intenti a darci dentro sul serio senza che l’operatore riprenda mai la penetrazione, preferendo rimanere ai bordi di un eros spinto e fumettistico.
Nel gran finale Uschi e Candy lesbicheggiano accanto a un tizio che ronfa, poi il tizio smette di russare e viene cooptato, comandato dalle due in giochi a tre.
Sfuggevolmente appare un pene semi eretto.
Il tempo dell’incanto è finito.
E’ ora di crescere.
Facciamo un piccolo grande balzo e arriviamo dall’altra parte, alla fine di questa storia.
1980, a un passo da un porno serializzato e anestetizzante.
Mystique, diretto da Roberta Findlay e scritto da Roger Watkins (l’autore di Last house on dead end street).
Basterebbe quest’opera a spiegare le affermazioni all’inizio di questo articolo.
Si comincia con una poesia di Paul Valèry sovrimpressa a un mare in burrasca.
Georgina Spelvin è una fotografa di moda afflitta da un male incurabile.
Si ritira su un’isola, in un paesaggio crepuscolare e malinconico.
A rompere l’isolamento l’arrivo di Samantha Fox, una misteriosa ragazza avvolta da una bautta rossa.
Tra incubi e sogni (hard) a occhi aperti, la vita di Georgina verrà sconvolta.
Oltre che diretto molto bene, il film pare una versione horror/hard di Teorema di Pasolini, con un uso particolare della voce off, quasi un flusso di coscienza nella mente della protagonista.
Oggi, nell’era di you porn, un film così non lo vedrete mai più.
Se preferite i corpi chirurgicamente artefatti alla Belen Rodriguez buon per voi.
Io preferisco volgere le spalle a tanta volgarità.

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Redazione LOPcom

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