Carillon

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CARILLON Un pomeriggio di marzo Toc, toc, toc…Dal tetto di fronte, amare lacrime.
Litania mesta, incessante, senza fine.
Pianto di un inverno in agonia.
L’irriverente sberleffo del disgelo a schernire il gran vegliardo dalla barba bianca.
Un tiepido sole irride, impietoso, l’ultima neve di marzo.
Ne dissolve il candido incanto.
Mette in fuga umbratili creature del gelo.
Migrano verso altri lidi.
Silenti melodie boreali oltraggiate da lugubri cacofonie dell’incombente primavera.
Siano per sempre maledette le infide lusinghe di una stagione ipocrita! Il subdolo inganno dell’eterna rinascita.
Il cuore di Geremia sanguina.
Goccia dopo goccia… Rannicchiato nell’oscura botteguccia, umile regno di un robivecchi, attende il pietoso calare del sole.
Cagliostro, il nero micione dagli occhi color topazio, spicca un balzo per accucciarsi sulle sue ginocchia.
Avido di carezze e di complici silenzi.
Vecchie poltrone, polverosi sofà, tarlati comò che hanno vissuto altri splendori.
Stravaganti soprammobili, promiscua chincaglieria, vezzosi ninnoli.
Sbrecciate statuette in ceramica, intarsiate tabacchiere e portapipe in ottone.
Traballanti stadere e cigolanti macinini da caffè.
Monetine, chiavi arrugginite, stiletti con il manico di madreperla, variopinte spagnolette e bottoni crepati.
Giallastre boccette di inaridite essenze con il rotondo tappo in vetro.
Effluvî svaniti in giorni lontani.
Supponenti pendole, opache clessidre, lignei orologi a cucù, sonnolenti cipollotti da taschino.
Malconci balocchi di infanzie remote.
Rugginosi congegni, ingranaggi senza vita.
Un austero grammofono.
Lì accanto, gracchianti 78 giri in gommalacca e 33 giri in vinile.
Languide voci di passioni sepolte.
Sgualciti abbecedari, sbiaditi zibaldoni, ghirigori di mani ignote.
Tra le consunte pagine, viole appassite.
Vetusti santini in pizzo traforato e ammiccanti figurine Liebig.
Mucchi di ingialliti giornali, album di fotografie divorate dal tempo.
Volti consegnati all’eterno.
Antichi lunari a divinare, con argute facezie, un futuro già estinto.
Cose morte, stantie, ammuffite.
Scivolate nell’oblio.
Fossili.
Reliquie.
Rivoli di memoria.
Relitti di vite vissute.
Divenute polvere.
Ovunque ciarpame, dolente abbandono.
Lì dentro, il tempo si era fermato.
Eppure qualcosa vibrava ancora di vita.
Geremia ne percepiva il respiro.
Dlin, dlin, dlin dlin…Note argentine.
Il limpido suono del carillon.
Dolcissima melodia sgorgata dal nulla.
Senza spazio e senza tempo.
Dischiusa la scatola magica, le leggiadre piroette della ballerina in bianco raso rintoccano vivide emozioni tra cose inanimate.
Si aprono le porte della memoria.
Germogliano ricordi.
I ricordi di una vita spezzata… Era dicembre.
Nevicava a larghe falde.
Il gelo permeava di sé tutto il Creato.
Quella sera Cosetta volava di fiore in fiore.
Il teatro gremito, traboccante di entusiasmo.
Inondata dalle sfavillanti luci della ribalta, l’esile creatura danzava con grazia sulla punta dei piedini di fata.
Dentro, il calore, la gioia di vivere.
Fuori, l’eterea danza della neve.
Il mondo vestito di bianco.
Il gelo arabescava nuovi incanti.
Addolciva i contorni delle cose per consegnarle al sogno.
Leggiadro fiocco di neve, Cosetta volteggia in un luogo fatato.
Scrigno di meraviglie.
Sospinta dal vento, si muove sulle note di primigenie armonie.
Reminescenza di celestiali beatitudini.
Il pubblico in delirio.
Uno scrosciante applauso.
Un flessuoso inchino.
D’improvviso, un respiro affannoso, un ansito, un rantolo…Come fiore reciso, la fanciulla si accascia.
Il giovane cuore cede di schianto.
La vita abbandona il suo corpo.
Fugge via.
Cala il sipario.
Il teatro ribolle, freme, pulsa di vita.
Lei inerte sul palcoscenico.
Inanimata.
Già altrove.
Cullata dal soave abbraccio della musica, Cosetta era volata lontano lontano.
Ma Geremia sapeva che un giorno sarebbe ritornata.
La risacca della vita l’avrebbe restituita.
Nell’attesa, le dolci note del carillon accarezzavano le aggraziate movenze della ballerina.
Cosetta danzava per il vecchio padre.
Le mani incrociate sul petto, gli occhi perduti nel vuoto, Geremia si abbandonava ai ricordi.
Uno sguardo d’intesa a Cagliostro, mollemente appisolato sulle sue ginocchia.
Dlin, dlin, dlin, dlin…E, d’incanto, il carillon gorgheggiava ancora.
Suonava, suonava, suonava.
Per sempre, per l’eternità.
Sulle ali della fantasia, Geremia fa rotta per terre sconosciute.
Si libra verso l’infinito… Il mattino seguente splende un sole radioso.
Dell’effimera neve di marzo, nessuna traccia.
Un inverno perduto.
Una vita dissolta.
Riverso sul tavolo da lavoro, lo sguardo sereno a contemplare il nulla.
O qualcosa che scorgeva soltanto lui.
Forse una lontana musica…Un melodioso suono di carillon.
Della ballerina nessuna traccia.
Al suo posto, un candido giglio.
Tra le muffe del passato, un inebriante profumo.
L’aulente dono della natura aveva germogliato nuova vita laddove ristagnava il greve tanfo della morte.
Dopo la scomparsa di Geremia nessuno varcò più quella soglia.
Si mormorava che la bottega fosse stregata.
Strani rumori.
Mormorii, bisbiglî, sussurri.
Arcane melodie partorite dalle ombre del passato.
Ma si dice che, ogni inverno, il primo fiocco di neve volteggiante dal cielo color madreperla si adagi pudicamente sul davanzale della finestrella, diffondendo un delizioso effluvio: un niveo giglio di purezza capace di addolcire una morte… Claudio Bargelli

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