Orso

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Un mese fa sono andata dal dottor Limo.
Mi piace perché ha sempre qualche afflizione nuova che lo assilla.
Un dottore malato lo trovo interessante, è come un santo che non crede ai propri miracoli e allora mi fido e ci parlo.
Di solito riduco i problemi perché è propenso ad assimilarne i sintomi e così una mia cefalea può causarne in lui un’altra dall’identico profilo.
Quel giorno però non ho finto.
La diagnosi del dottor Limo era stata semplice e lineare: dentro il mio corpo si era annidato un orso bruno, di età adulta, maschio e con un carattere particolarmente ostile.
La scienza non ha sempre una spiegazione, ma si può supporre che il mio corpo fosse diventato un ambiente favorevole ai plantigradi: zone tranquille, clima mite, ricco di alimenti.
L’orso si arrampicava tra i polmoni, dormiva appoggiando la testa al muscolo cardiaco, cacciava.
Trovavo tregua quando giungeva al letargo, ma il mio corpo non ha stagioni sincrone e allora il suo riposo non corrispondeva mai a quello dei suoi simili.
Dormiva qualche giorno e poi si svegliava affamato.
La realtà di un orso è la sua tana; per lui la terra non è rotonda, ma cava.
Era diventato impossibile portare avanti questa convivenza.
Il dottor Limo non sapeva trovare una cura che fosse valida, mi chiese allora in che modo occupassi le giornate.
«Converto il piombo monetario in oro poetico» gli risposi, digrignando i denti.
Strinsi i braccioli della sedia, le giunture delle mani sbiancarono.
L’orso correva, strappava ciuffi di vene.
Il dottore infilò una grossa lacrima in una lucida provetta di vetro.
Non poteva curarmi, disse.
«Quindi non invecchierò» dissi.
L’uomo seduto davanti a me non rispose.
Arrivata a casa, mi sistemai in poltrona.
L’orso si svegliò e con un balzo si attaccò direttamente alla colonna vertebrale facendo trasalire, a ogni zampata, un flusso di midollo spinale.
Stremata dal dolore, mi addormentai.
Una voce di bambina parlava spedita.
«Quanti momenti decisivi ci sono stati nella tua vita?».
Mi ero persa nel bosco.
Avevo litigato con mia madre e, cercando rifugio oltre la porta, mi ero diretta verso la montagna.
Nel buio non riconobbi gli alberi, i sassi, iniziai a singhiozzare finché il fiato mi si spezzò in gola.
Due cuccioli d’orso si rincorrevano in capriole.
Due ricci di castagna rotolavano a valle.
Subito dietro comparve la madre.
L’occhio nero spalancato nell’oscurità, la bava che colava e il collo proteso fin quasi a strozzarsi.
Per un attimo la purezza di quell’avvertimento mi incantò in una calda tentazione di odio.
La madre non odiava per se stessa, odiava per i figli.
Mi sdraiai a terra, potevo sentire il sapore del muschio.
Sprofondai il viso dentro al fango e mi sentii un nulla, un chicco di riso, un gambo di ciliegia.
Mi svegliai sudata e in cerca di aria spalancai la finestra.
Con lo sguardo incrociai il bosco.
Una scossa del ventre mi fece trasalire.
Tremai con tutto il corpo.
Le mani stringevano il davanzale.
Il respiro mi si bloccò e in uno spasmo avvertii una palla enorme risalirmi l’esofago.
Di colpo il muso di un orso mi uscii dalla bocca facendo scricchiolare la mandibola.
Spingeva.
Mugolava come un neonato.
Le zampe passarono raschiandomi il palato e, in una spinta, uscì e si lanciò su per il bosco.
Recise qualche testa di fiore e sparì sprofondando nella vegetazione.
Quel pomeriggio mi raccolsi le gambe in un abbraccio e rividi, dentro lo specchio della mia stanza, la fosforescenza del mio corpo.
La luce che solo gli amori corrisposti irradiano in un mondo sfasato dove niente trova il suo posto.

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Redazione LOPcom

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