La signorina numero 22

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A un’asta di articoli di dubbia provenienza la signorina numero 22 fece l’offerta per il pene di uno sconosciuto ucciso nel 1736.
Era in un contenitore di vetro e, come sottolineò più volte il battitore, in ottimo stato di conservazione.
Quella sera stessa la signorina numero 22 dormì profondamente, e nel pallore del sogno, le parve di rivedersi una mattina della sua infanzia.
Sentiva il fiato caldo del padre che dormiva con lei, il brontolio degli animali nel cortile, gli odori del grano.
Del mulino ricordava le pareti esterne, da cui si era allontanata qualche anno dopo, diretta in un locale della zona.
Voleva imparare a ballare.
Erano belle le donne, stelle di mare dalla superficie abbronzata.
Lo spettacolo della gente, intenta nello scopo dell’accoppiamento la incuriosì, e per la prima volta in vita sua, desiderò ardentemente abbronzarsi, avere la faccia scura in modo che anche i suoi denti lampeggiassero bianchi nel sorriso.
Il primo oggetto che comprò, dopo la prima notte trascorsa fuori casa, furono un paio di stivali di vernice rossa, alti fin sopra il ginocchio.
Sedici anni dopo comprò il pene nel vaso di vetro, l’ennesimo regalo per il dottor Mancini.
La casa dove viveva il dottor Mancini si ergeva su un grande terrapieno muschioso.
L’uomo chiuse gli occhi e la vide: la signorina numero 22 fluttuava su di lui, gli occhi grandi e ansiosi e una miriade di stelle intrecciate ai capelli.
Era deliziosa, tra la luce delle stelle: indossava un vestito che tagliava in verticale le sfere nel reggiseno, mastoplastica additiva in nove interventi; braccia e gambe sottili, lifting microchirurgico; fianchi leggeri e ventre piatto, addominoplastica con ritocchi di microchirurgia; una figura così snella che pareva un’ombra, torsoplastica e liposuzione alle cosce.
I capelli scuri le ondeggiavano attorno al viso e lungo la schiena come una nebulosa nera; occhi enormi, blefaroplastica e botox; nasino all’insù, rinoplastica a tre riprese; labbro superiore carnoso e lineare, filler annuale; bei denti e mento grazioso, mentoplastica riduttiva.
La signorina numero 22 si svegliò con la sensazione puramente viscerale che fossero le due o le tre del mattino, o comunque un’ora desolata e non adatta alla percezione umana.
Fuori il vento soffiava; cercò in esso il suono che, lo sapeva, l’aveva svegliata.
Le parve di udire la voce di suo padre.
Frustrato e turbolento, il vento inciampava nelle protuberanze spigolose e negli angoli irregolari della casa.
La signorina numero 22 si alzò dalla poltrona e uscì in strada correndo.
Il dottor Mancini stava alimentando per l’ottava volta la macchina del caffè e intanto ripensava al sogno fatto.
Rientrando in salotto la trovò sulla porta di casa.
La signorina numero 22 iniziò a parlare senza una qualsiasi forma di saluto.
Rovesciò sul pianerottolo una storia dalla quale affiorava una sorta di accusa, forse persino di rabbia.
Infine con un profondo sospiro di pietà la donna sollevò le braccia e tenendosele contro il petto prese ad accarezzarsi le spalle.
«Posso sapere cosa vuole da me?» chiese il medico.
«Voglio essere cancellata.» Il dottor Mancini rimase in silenzio.
Fu allora che lo sguardo della signorina numero 22 si fece più intenso rilasciando a stento le uniche rughe che le espressioni le concedevano.
L’uomo si accostò alla finestra del salotto a la aprì.
Un temporale aveva sconvolto l’aria, rigagnoli d’acqua scorrevano ovunque.
Gli parve di vedere una donna tra i bidoni dei rifiuti, ma quando mise a fuoco la scena vide che erano solo degli scatoloni di cartone e un mucchio di vecchi stracci.
«Io non ti posso cancellare, io ti posso modificare.» Guardò nuovamente la donna e, dopo una pausa in cui il cuore si fece il vuoto attorno, si rivolse alla donna dandole per la prima volta del tu.
«Sei veramente decisa a lasciare tutto?» «Sì.
Non voglio più nulla.
Per cancellare i fantasmi devo cancellare me stessa.» Il suo viso era fatto di chiari e di scuri: denti bianchi, ciglia nere, guance chiare come la luna, capelli scuri come il catrame.
Le gambe vennero via come arbusti leggeri, il torace si liberò delle protesi al silicone, la cute fu rimpolpata in più punti.
Il bisturi lavorò con cura il ritaglio delle orecchie.
Il pelo fu trapiantato in più punti con metodica precisione.
La spina dorsale si incurvò appena, proseguendo poi in una lunga coda.
I polmoni furono rimpiccioliti, così come la cassa toracica.
Per lasciare il giusto spazio all’apparato digerente, il dottor Mancini, dovette prelevare l’utero.
Accorciò infine l’intestino e si liberò di un groviglio di vene inutilizzabili.
La signorina numero 22 venne bendata e messa a giacere nel grande letto matrimoniale.
In una stanza piena di polvere, che scorreva nella luce solare, e di mobili in radica ancorati al terreno, passarono giorni e mesi senza che nessuno sfiorasse alcun oggetto.
Soffiava una brezza leggera, un lontano fumoso odore d’autunno.
La signorina numero 22 lo fissava dal letto, le bende non c’erano più, il suo sguardo parlava.
«Oggi pomeriggio andiamo a fare una lunga passeggiata, una passeggiata lungo il fiume.» Il dottor Mancini le premette il palmo della mano sul muso caldo e disse «sì».
La notte prima di sparire, il dottor Mancini, andò alla finestra della sua camera da letto e la aprì.
La luna era tramontata e delle nuvole erano venute a coprire le stelle.
Sentì un branco di cani lungo il fiume.
Si chiese se nel corso della sua nuova vita le cose sarebbero cambiate molto.
Alle sue spalle la signorina numero 22 si mosse appena e miagolò.

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Redazione LOPcom

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