Walk on the Wild Side

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Oggi parliamo di corpi, di icone e di Santi.
A onor del vero bisognerebbe partire dai tempi della Controriforma, di Paolo III e del Concilio di Trento.
Gli anni in cui si cominciarono a denudare i Santi: ma o noi dei languidi Sebastiano, dei Martiri ignudi e preorgasmici, con tanto di bolla papale, poco importa.
A noi interessano “I taciti ballerini della notte, i ragazzacci, le canaglie” come diceva il poeta surrealista René Crevel, guardando negli occhi il proprio bellissimo nuovo amante, fresco di giornata… A noi interessano proprio le canaglie, i muscolosi angeli caduti descritti così bene da Jean Genet nel buio della sua cella.
Andy Warhol ha fatto di una scatola di zuppa al pomodoro un simbolo, più inossidabile di Marilyn, dell’American way of life; lo stesso dicasi dello splendido marchettaro di razza Joe Dalessandro, tramutato dall’artista polacco (e dal regista della Factory Paul Morrissey) in un duchampiano Ready-made: il mitico “Little Joe” è Little Joe in quanto Little Joe (magari giusto con una firma d’autore sugli ambitissimi boxers).
L’italo-americano Joe Dallesandro, con alle spalle una infanzia ed una adolescenza passate sul lato sbagliato della strada (ritormatori, espulsioni da scuola etc…) ha visto il proprio esordio nel mondo dello “Show business” nel 1965 come modello discinto per la “storica” “American Model Guild” di Bob Ezrin (archetipo del sottobosco omoerotico) e come protagonista di almeno un paio di oscuri- roba da vender sottobanco- cortometraggi porno-gay: di già, senza batter ciglio.
Nessun regista ha mai chiesto a Joe Dallesandro di recitare.
La sua devastante bellezza tossica bastava ed avanzava.
Prendiamo Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete (1974) di Paul Morrisey (che già con la trilogia “urbana” Trash, Flash, Heat ne aveva fatto la propria imperscrutabile Musa) ove sovente duetta col bravissimo Udo Kier, che immette nel proprio conte transilvano un commovente trasporto espressionista.
Little Joe, no.
Stessa espressione granitica, sia che sia impegnato in kamasutrici amplessi con Stefania Casini, sia che stia facendo a pezzi l’odiato vampiro… A Joe Dalessandro non serve, basta il suo fisico scolpito da Fidia ossimoricamente abbinato a quel volto da Midnight Cowboy con le mani sul generoso “pacco” (immortalato pure sulla copertina di Sticky Fingers dei Rolling Stones, nel 1971).
Little Joe è un poco il contraltare dell’europeo, emaciato, affascinantissimo, Pierre Clementi, solo che se guardi il protagonista pensi agli Enfer ottocenteschi e a coppe di laudano sorseggiate in vellutati boudoir: se osservi a Little Joe non puoi che immaginare un vespasiano metropolitano, giusto per un fugace pompino.
E se ancora non vi abbiamo convinto del fatto che Joe Dallesandro sia il più conturbante e sfacciato dei ready-made della storia del cinema, provate a guardare L’ultima volta (1976) di Aldo Lado ove la distrattamente esibita venustà del Nostro corrode a corrompe pure il gracile Massimo “Metello” Ranieri…

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