Guglielmo Marconi e il radar di Mussolini

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La storia non si fa con i se, ma cosa sarebbe successo se nella Seconda Guerra Mondiale fosse stata l’Italia e non la Gran Bretagna a mettere in campo uno strumento essenziale come il radar? Sembrerebbe l’inizio di un romanzo di Philip K.
Dick o di Robert Harris in cui si dipinge un mondo dominato da fascismo e nazismo, usciti vincitori dalla guerra.
Ma l’Italia arrivò davvero a un passo dal radar e si ci andò così vicino fu grazie a un premio Nobel emiliano-romagnolo, Guglielmo Marconi, che però morì prima di aver portato a termine tutti gli studi e gli esperimenti necessari.
Dopo un periodo non dico di dimenticanza, perché una via, una piazza o una scuola a lei dedicate sono presenti in tutte le città d’Italia, ma di sicuro di rimozione, è tornato di moda.
Diciamo che se non fosse stato un premio Nobel difficilmente le sarebbe stata perdonata la sua simpatia per il fascismo.
Ma davvero avrebbe messo a disposizione di Mussolini, e quindi dell’alleato Hitler, uno strumento come il radar? ‘A suo tempo mi posi anch’io questa domanda.
Allora ero presidente dell’Accademia d’Italia e cominciai a capire dove stava portando la politica fascista.
Non avevo apprezzato l’alleanza con la Germania e le leggi razziali.
Nonostante l’amore verso l’Italia, stavo meditando di andarmene.
Mia figlia Degna lo ha raccontato in varie occasioni.
Poi, il destino ha fatto il suo corso’.
Come arrivò a immaginare questo fondamentale strumento? ‘In parte da un’attenta osservazione dei fatti, in parte da una profonda convinzione sulle grandi potenzialità delle onde corte e cortissime.
Dopo aver investito tanto nelle onde lunghe e lunghissime in gioventù, mi resi conto che il futuro stava nelle microonde.
Il 20 giugno 1922 tenni un discorso a New York, all’American Institute of Electrical Engineers, che avrebbe aperto molte strade.
Hertz aveva dimostrato come le onde elettriche venissero completamente riflesse dai corpi conduttori.
Mi sembrò quindi essere perfettamente possibile progettare apparecchi tramite i quali una nave, inviando un fascio di raggi che verrebbero riflessi nel caso incontrassero un ostacolo metallico, avrebbe potuto individuare altre navi anche nella nebbia o col cattivo tempo.
Sarebbe stato un enorme passo avanti per la sicurezza’.
Già, la sicurezza in mare.
Una vera ossessione per lei, che per un colpo di fortuna scampò alla tragedia del Titanic, che oltretutto diede una spinta decisiva alla diffusione degli apparecchi radiotelegrafici sulle navi, facendo impennare le azioni della Marconi Wireless.
‘Io e la mia famiglia eravamo stati invitati dalla White Star Lines al viaggio inaugurale.
Ero sommerso da una quantità di corrispondenza da sbrigare, quindi preferii imbarcarmi sul Lusitania, che aveva tra il personale uno stenografo particolarmente abile.
Mia moglie Beatrice, invece, avrebbe dovuto raggiungermi a New York a bordo del Titanic.
Ma Giulio, il nostro secondogenito, si ammalò e lei fu costretta a rimanere a terra.
Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 il Titanic affondò e ci furono appena settecento superstiti su oltre duemiladuecento fra passeggeri ed equipaggio.
I due radiotelegrafisti del Titanic, di cui solo uno si salvò, inviarono messaggi finché fu possibile farlo’.
Torniamo al radar.
Tra quel primo accenno a New York e i primi esperimenti concreti passarono più di dieci anni.
‘Nel 1934, nel mar Ligure, feci prove di ‘navigazione cieca’ simulando la presenza di una nebbia impenetrabile.
Sul mio yacht, l’Elettra, avevo installato una speciale antenna.
L’anno successivo approfondii i fenomeni di riflessione delle onde elettromagnetiche, creando le premesse per l’invenzione del radar.
Avevo ordinato la costruzione di un trasmettitore con una lunghezza d’onda di 50 centimetri e di uno speciale ricevitore.
Era metà aprile quando, insieme al mio amico e assistente Luigi Solari, iniziai gli esperimenti in una stazione radiotelegrafica della Marina militare nella zona tra Civitavecchia e Roma.
Ordinai al mio autista di percorrere la strada avanti e indietro, lentamente.
Ogni volta che il fascio di microonde emesso dal trasmettitore colpiva l’automobile veniva riflesso e il ricevitore emetteva un sibilo.
Era il principio del radar, che poi sarebbe stato sviluppato in Inghilterra’.
Era dunque quello il misterioso “raggio della morte” dell’immaginario popolare, l’arma segreta del Duce che secondo la stampa di regime lei stava mettendo a punto? ‘La gente di campagna accusò questo “raggio della morte” di aver ucciso greggi di pecore.
Ma anche persone più colte affermarono che il mio raggio aveva bloccato alcune auto in transito verso Ostia.
Realtà e immaginazione erano così vicine che alla mia morte un giornale affermò che mi ero suicidato perché non sopportavo più il senso di colpa’.
Sa che oggi, se ferma qualcuno per strada, anche nella sua Bologna, per chiedere chi fosse Marconi la maggior parte delle persone risponde: “quello che ha inventato la radio”? ‘Beh, diciamo che grazie alle mie scoperte è stato possibile anche creare la radio.
Nel 1922, infatti, partecipai con la Marconi Company alla nascita della Bbc.
Ma la mia ossessione, fin da ragazzo, è stata la comunicazione senza fili.
Il wireless, insomma.
Di cui tutti oggi fate ampio uso, ma che ai miei tempi, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, sembrava fantascienza.
Tanto che un genio come Hertz, lo scopritore delle onde che da lui poi presero il nome, pensò che fosse impossibile che queste oltrepassassero ostacoli solidi, come un muro.
Figurarsi la curvatura terrestre!’ Invece lei ne ebbe la certezza fin da giovanissimo ‘Quando riuscii a inviare un segnale radio oltre la collina dei Celestini, all’interno del podere di famiglia a Pontecchio, capii che sarebbe stato possibile anche comunicare da un continente all’altro senza bisogno di cavi.
Ma ci fu bisogno di tanto, tantissimo lavoro’.
Lavoro che però non svolse in Italia, ma in Inghilterra, dove si trasferì con sua madre, Annie Jameson, irlandese.
Sa che secondo molti questa vicenda l’ha resa il primo ‘cervello in fuga’ italiano? ‘Sì, ne ho sentito parlare.
Ma le cose andarono diversamente.
Io mi trasferii in Inghilterra, a Londra precisamente, senza neanche provare a chiedere sostegni e finanziamenti al governo italiano.
Quindi è leggenda l’idea di un Marconi costretto all’espatrio dal disinteresse verso la sua invenzione.
Vero è, invece, che la Gran Bretagna, grazie al suo impero coloniale, vantava una flotta mercantile imponente.
Ed era soprattutto alla Marina che io pensavo di vendere le mie invenzioni’.
Il Regno Unito si rivelò la sua terra promessa.
Grazie a lei, si ruppe il silenzio che avvolgeva il mondo e che ritornò, per due minuti, solo in occasione del suo funerale ‘Alle 18 del 22 luglio 1937 tutte le stazione radiotelegrafiche si fermarono in segno di rispetto.
E’ vero, per due minuti il silenzio tornò a calare sul mondo’.
Nota: questa ‘intervista impossibile’ è nata da una vera passione verso Marconi seguita alla lettura del bellissimo libro di Riccardo Chiaberge ‘Wireless’ (Garzanti).
A chi, come me, si fosse appassionato al personaggio consiglio anche la lettura di ‘Marconi, mio padre’, scritto dalla figlia Degna, e la visita a Villa Griffone a Pontecchio (Bologna), dove si avrà la possibilità di ammirare i primi apparecchi costruiti da Marconi (ancora funzionanti) e assistere ad alcuni esperimenti di elettromagnetismo davvero appassionanti, anche per i bambini.
Marconi, di cui il 25 aprile di quest’anno ricorre il 140esimo anniversario della nascita, fu il primo italiano a vincere il Nobel per la fisica, nel 1909.

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Redazione LOPcom

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