il bucato (sopravvivere senza di te)

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Le storie d’amore che finiscono male sono una specie di miniera d’oro inesauribile per tutte le forme d’arte.
Registi, cantanti, scrittori, tutti avranno sempre voglia di sbatterci davanti agli occhi il loro dolore.
Così, a ventinove anni suonati, dopo aver fatto il pieno di dolore artistico, dopo aver comprato la discografia di tutti i cantanti più disperati dell’emisfero australe ed essermi sorbito -in gran parte grazie a te, tesoro- tutti i più penosi pipponi cinematografici sul tema, pensavo di essere più che preparato ad affrontare questo momento.
E infatti.
Non ho pianto quando mi hai lasciato (tranne una volta, nel bagno di un autogrill sulla A22, ma non mi ha visto nessuno), sono stato magnificamente comprensivo nei tuoi confronti, non ho nemmeno commentato il tuo nuovo ragazzo – almeno, non in tua presenza.
Ho continuato perfino a uscire con i nostri amici, suscitando la rumorosa solidarietà del comparto maschile e la comprensione silenziosa di quello femminile.
Ho fatto, insomma, tutto quello che ci si aspetterebbe da una persona matura in queste situazioni, tranne forse dare fuoco alla sciarpa che avevi lasciato da me – si, era da me, e non la rivedrai mai più, stronza.
Ci sono però una serie di aspetti…
tecnici, ecco, di cui nessuno mi aveva mai parlato, di cui non si trova traccia nella letteratura di settore, che invece dovrebbero essere presi in seria considerazione.
Uno di questi è il bucato.
Da quando sei andata via, non ho più fatto la lavatrice.
Si, lo so, sono passate otto settimane.
Ho comprato dei vestiti nuovi, li ho messi e sporcati.
E mi sono trovato punto e a capo.
Ho portato tutto in lavanderia, e ho scoperto di non potermela permettere tutte le settimane.
Mia madre mi ha rimbalzato, “figurati se alla tua età…”.
Ero distrutto.
E molto, molto sporco.
Per superare la crisi, mi sono trascinato fino in Porta Romana, nell’unico pub in cui hai mai messo piede -so che lo ricorderai con affetto.
Ho ordinato un paio di medie e mi sono messo ad abbordare le ragazzine con gli occhiali dalla montatura spessa, quelle che leggono Internazionale e fumano senza aspirare.
Sono apparso seriamente preoccupato per la situazione politica ucraina, disperato per la perdita di Gabriel Garcìa Marquez, appassionato per la dura lotta del rinoceronte nero africano contro l’estinzione -per inciso, non ce l’ha fatta-.
Mi sono sorbito panegirici infiniti, mordendomi la lingua e continuando a ordinare da bere.
Ma non sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo.
No, non fraintendermi: una sono riuscito a portarmela a letto, Melissa, con la erre moscia per scelta e due tette fin troppo grosse.
Intendevo il mio vero obiettivo: il bucato.
Quello non è stato raggiunto.
Anche lei non ne sapeva nulla di gradi, vaschette del detersivo, dosaggi e di tutta quella miriade di informazioni che servono per programmare e far funzionare una cazzo di lavatrice.
E mentre Melissa usciva dalla mia vita per sempre, il cesto dei panni si gonfiava sempre di più -subdolo vaso di Pandora- sogghignando nell’ombra, fiero dell’imbarazzo che mi procurava.
Così inanimato e così dannatamente crudele.
Stanco, frustrato e moderatamente ubriaco, mi sono trascino fino in bagno.
Non ho neanche guardato quella macchina infernale.
Armeggiavo con rasoio e schiuma, provando a darmi un contegno.
Indaffarato a imprecare contro Bon Jovi per non aver mai scritto una canzone sul programma di lavaggio da utilizzare per la lana, mi sono tagliato sotto il mento.
E proprio in quel momento, aprendo l’armadietto del bagno per prendere il disinfettante, le ho viste.
Subito dietro ai cotton-fioc.
Piegate in quattro, quasi inconsapevoli della propria importanza, forse incuranti della mia condizione meschina -dico forse, non si sa mai, forse si sono fatte trovare apposta per tirarmi fuori dai pasticci.
Parlo delle istruzioni.
Quelle della lavatrice.
Le agguanto con mano tremante, le sfoglio, le annuso, le bacio, le amo, le sporco di sangue, le asciugo, le curo, le poso.
Le accarezzo.
Mi giro di scatto, guardo l’oblò.
Non è più così sicuro di sé, così baldanzoso; è tremebondo.
Lascia che ti dica una cosa, ex amore mio, due sono le cose che ci rendono diversi dagli altri animali: la produzione del nocino e la capacità di scrivere istruzioni dettagliate e perfette.
Prendo il sacco del bucato e lo svuoto sul pavimento del bagno.
Assesto una raffica di colpi spettacolari, senza tregua, danzo sui fili dello stendino come Cassius Clay sul ring del Madison Square Garden.
Vola come una farfalla, lava come un procione.
Programma quattro, cinquanta gradi, settanta minuti: bianchi.
Doppia lavatrice.
Programma sette, settanta gradi, novanta minuti: biancheria.
Programma nove, quaranta gradi, novanta minuti: colorati.
Il profumo di pulito prende possesso del bagno.
I panni, finalmente liberi, possono respirare.
Ora, immagino che tu ti stia chiedendo perchè mi affanni tanto per raccontarti questa storia, che cosa ci sia di così fondamentale nel fare un bucato.
Il fatto è, ex amore mio, che adesso posso respirare anch’io.
La tua dipartita -metaforica, ci mancherebbe- non mi sembra più così insopportabile.
Far funzionare una lavatrice non sarà come vincere un premio Nobel, sono d’accordo, ma è un piccolo segnale.
Il segnale che, dopotutto, posso farcela anche senza di te.
E, visto che tutto quello che mi mancava di te era la tua abilità nel fare il bucato, bhe, forse posso sopportare l’idea che tra noi sia finita.
Se ci incontreremo di nuovo, un giorno, ti troverai di fronte un uomo nuovo.
Il Nureyev delle faccende di casa.
Ma ti prometto che, se ancora mi ricorderò di te, ti saluterò con affetto.
Addio Enrico P.S.: ho appena riletto le parole di questa lettera.
Ti prego di perdonarmi, l’ho scritta in un momento di euforia.
In realtà, non potrei mai dimenticarti.
Con te ho passato i giorni più belli della mia vita e ancora non capisco come posso essere stato così stupido da lasciarti partire.
Ma ti amo, ti amo come il primo giorno.
Puoi tornare a casa mia, anzi a casa nostra, quando vuoi.
Se non torni, almeno mi scrivi come funziona il ferro da stiro?

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Enrico Micheli1903

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