Tutti gli scrittori vanno all’inferno

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Gianni giaceva beato nel suo ultimo letto con un fiore infilato tra le mani incrociate e il buco in testa abilmente camuffato dagli addetti alla salma.
Qualcuno piangeva ai piedi del capezzale, qualcuno recitava le sue ultime poesie pubblicate davanti a una platea vestita di nero, qualche nemico di penna gongolava per la dipartita del rivale letterario.
A Gianni, in quel momento, di cosa facessero gli altri lassù, nel mondo reale, non gli importava un fico secco.
Gianni stava in piedi all’ingresso di una grotta enorme, infinita, pullulante di persone, chine sulle macchine da scrivere con le schiene curve.
Il rumore dei tasti esplodeva in aria come il ronzare di un nido delle vespe.
L’odore di zolfo si mescolava all’odore della carta.
‘Gianni Orlandi?’ chiese un diavoletto rosso in faccia con una cartellina in mano.
Gianni annuì, il diavoletto scrisse qualcosa sul foglio ‘Benvenuto all’inferno, mi segua.’ ‘Come scusi? Ci sarà stato un errore…’ Gianni indietreggiò trovandosi dietro soltanto un muro, nessun’uscita, nessun ingresso.
Il diavoletto sospirò e riprese la cartellina ‘Gianni Orlandi, morto per la caduta di un vaso del peso considerevole con dei gerani, in testa, poeta.
E lei?’ lesse.
‘Si, sono io…’ ‘Secondo l’articolo 366 bis, chiunque sia definito scrittore, poeta o narratore deve essere assegnato al settore quindici dell’inferno.
Vede c’è scritto qui…’ Gianni si chinò per leggere quanto il diavoletto avesse appena detto.
Poi sollevo gli occhi e vide il numero quindici fluttuare in aria sopra le teste delle persone.
Si rassegnò all’evidenza e seguì il diavoletto.
‘Ecco questo è il settore della Narrativa.
I nostri ospiti hanno il compito di riscrivere i propri romanzi da capo correggendo gli errori che ogni volta diventano sempre più ingegnosi.
Dopo un periodo di Stage i più meritevoli di loro passano nella sezione successiva, dove devono riscrivere i romanzi dei loro scrittori preferiti, rimasti in questa sezione, mettendoci dentro più errori possibile.’ ‘Diabolico’ commentò Gianni passando accanto alle file infinite delle creature gobbe perse nel riscrivere all’infinito le loro stesse parole.
Poco più avanti vide un mucchio di persone che si strappavano i fogli a vicenda, l’infilavano nella macchina da scrivere battendo i tasti finché un altro non riusciva a rubargli il foglio.
‘E quelli?’ Gianni puntò il dito nella loro direzione, incuriosito.
‘Quelli sono i plagiatori’ rispose il diavoletto.
Proseguendo a passo svelto superarono file infinite di persone, a Gianni sembrò che non la smettessero più di camminare.
I piedi stavano cominciando a fargli male, colpa delle scarpe nuove che gli avevano messo per il funerale.
Non trovandone un paio decente nel suo guardaroba dovettero comprare un paio nuovo per far fare la bella figura al morto, senza pensare alla sua comodità nell’aldilà.
Le file di persone cominciarono a diradarsi, gli spazi tra di loro divennero più grandi e anche i volti cambiarono l’espressione.
‘Questi…’ sussurrò il diavoletto ‘…questi sono gli scrittori del genere Horror.
Osservi le loro facce e il modo frenetico in cui cercano di schiacciare i tasti delle loro macchine da scrivere’.
Gianni osservò il terrore sui loro volti e vedendo quegli occhi sgranati a fissare il vuoto ebbe per la prima volta paura.
‘Loro devono riscrivere i romanzi nell’esatto modo in cui sono stati pubblicati” continuò il diavoletto “ma nel momento più spaventoso le cose orribili li vedono capitare a loro e ai loro cari.
Vede, vede come cercano di cambiare l’esito delle stesse scene che le loro perfide menti avevano concepito.
Secondo le regole, però sono costretti a riscrivere tutto parola per parola, perciò non hanno una scelta, e dovranno farlo per poi ricominciare da capo.” Il diavoletto andò avanti lasciando Gianni guardare sbalordito gli orrori della sezione Horror.
Riconobbe qualche volto, che quando era ancora vivo gli parve di aver letto.
Le loro dita si abbattevano con disperazione su quei tasti, senza riuscire a muoverli di un millimetro.
Gianni in quel momento fu felice di non essersi dedicato alla scrittura horror come più volte aveva pensato di fare abbandonando ogni volta quell’idea.
Gianni raggiunse il diavoletto e con lui attraversò una sezione dopo l’altra, Harmony dove gli scrittori, man mano che riscrivevano il proprio romanzo, annegavano nelle lacrime versate dalle lettrici, la sezione del Giallo dove l’inchiostro era rosso e così liquido, che cominciava a colare dal foglio fino alla scrivania diventando sangue denso e caldo, appiccicandosi alle mani, imbrattando i fogli e costringendo gli scrittori a buttare tutto e ricominciare da capo.
Gianni guardava con orrore sempre più crescente le povere vittime della loro stessa vocazione, la scrittura, mentre eseguivano la punizione eterna, come se fossero gli ultimi degli assassini o stupratori.
Man mano che proseguiva, Gianni non poteva non chiedersi quale punizione avesse riservato l’inferno ai poeti, quale terribile diabolica tortura dovesse aspettarsi.
Più osservava gli altri, meno idee gli venivano in mente.
Infine pensò, che per quelli come lui, i poeti, sarebbe rimasta una punizione meno spaventosa.
Appena ebbero superato gli scrittori dei racconti brevi costretti a scrivere un romanzo lungo e incapaci di proseguire, a causa del blocco dello scrittore, un blocco vero di cemento che cresceva attorno alle loro braccia man mano che il racconto si allungava, il diavoletto si fermò.
‘Ci siamo.’ Disse a Gianni ‘L’ultima sezione del settore quindici, poeti, i peccatori più gravi.’ In un batter d’occhio il poeta Gianni Orlandi si ritrovò seduto in una platea vuota davanti a un palco fatiscente.
Un vecchietto, quasi cieco a giudicare dagli occhiali, decrepito e malconcio era in piedi davanti al leggio con sopra un libro aperto.
‘Dunque dunque, benvenuto all’inferno signor Orlandi, non vedevo l’ora di leggerle le sue poesie’ disse il vecchietto con una voce così cigolante e penetrante da far venire la pelle d’oca.
Gianni provò a coprirsi le orecchie con le mani ma non riuscì a sollevare le braccia.
Erano incatenati a qualcosa di molto pesante, le catene si perdevano dietro alle sue spalle, perciò dovette girarsi per vedere la cosa che gli impediva di salvarsi dal calvario di ascoltare le proprie poesie declamate da quella terribile voce.
Ruotò il busto e vide mucchi di parole, grossi e pesanti come scogli che si erigevano alle sue spalle.
Le sue rime.
Tutte le sue rime! Vedendo quell’immenso cumulo di parole Gianni rimpianse di non aver abbandonato la poesia, rimpianse di non aver smesso al momento giusto, così adesso avrebbe potuto sollevare le braccia…
avrebbe potuto salvarsi, ripararsi dalla tortura.
Avrebbe potuto smettere di ascoltare quelle poesie, che con ogni parola cominciava a odiare sempre di più.
E più le odiava, più la sua permanenza nella sezione quindici gli sembrava un inferno.

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Jelena Kuznecova

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