Lettere

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“Tu mi chiedi cosa io voglia in lontananza.
Io non lo so, so soltanto cosa voglio da vicino…
silenzio, tenebra, il rintanarsi…
e questo desiderio che di dentro prorompe pare voglia spezzare i vincoli del corpo.
Non so cosa sia questo bisogno di silenzio e di tenebre, non riconosco le voci che da mondi sconosciuti mi chiamano, mi trattengono, mi spingono.
So solo che è sempre stato e non mi ribello, non mi stupisco più, anzi tutto questo, come l’eco lontano di campane antiche, sempre mi commuove e mi avvince, ogni volta quando sento che si avvicina.
Prima mi ponevo continue domande alle quali non rispondevano che dolorosi silenzi fatti di stupore e di paure.
Poi, col tempo, le domande di sempre sono diventate quasi risposte e io non chiedevo, non domandavo più, solo stavo protesa verso quegli attimi fatali che precedevano e seguivano lo sfogo.
Mi assalivano poi all’improvviso e io dovevo obbedire loro, non potevo fare altrimenti.
Sì, tu lo pensi: forse avrei dovuto nascere prima, o dopo ti rispondo io, e ci guardiamo, tu con la tua vitalità e il tuo lavoro, io con i miei silenzi e la mia solitudine.
Divisi siamo eppure vicini, ma non è per questo che mi hai cercata? Marian” “Il silenzio intorno è assoluto.
Ho bisogno di chiudere gli occhi, vagare lontano, almeno con lo spirito, alla ricerca di echi.
La notte, come rispondendo ad un tacito segno, entra dalla finestra e mi viene a sedere vicino.
Come marea essa si alza e si abbassa, spostando e allontanando i ricordi.
Come un amante.
L’amante delle ore buie e di quelle liete, l’amante dolce e straziante, tenero e omicida.
Omicida come la liana che avviluppando la pianta, la strazia per salire al cielo.
Immagini che si succedono una all’altra, frazioni di attimi: paradisi negli occhi, sabbia nelle mani.
Deserto, deserto senza fine, cielo e sabbia.
Vieni anche tu dal deserto? Non so, non credo.
E allora? Perché mi sei venuto incontro e perché, soprattutto, mi stai ancora a fianco? Nell’oasi dove tu mi vuoi portare non c’è posto per due, o almeno non per molto tempo.
Poi tu mi dici che spesso, nei momenti di calma, mi raggiungi con la mente e, silenzioso, mi guardi.
Ma chi vedi? Quella che con te divide questo pezzo di oasi o quella che un giorno è stata nel deserto e che al deserto tornerà prima o poi? Insomma, io non so chi tu ami.
Me come io sono o come io sembro? Certo anch’io non so con esattezza chi io sia, ma almeno so che non sono come sembro.
E tu? Questo almeno lo sai? Scusami, così io non ti dico niente, ti addoloro e basta, ma è più forte di me, capisci, questa parte di me che tento di spingere sotto e che pure sempre raffiora, quasi più forte di prima, è il mio nemico più intimo e nascosto, quello più pericoloso, il mio lupo solitario e pavido…
pavido solo di me…
Ti prego, fa più posto per te Marian” Chi è questa Marian? Mio marito ha vissuto una storia d’amore così profonda e io non mi sono accorta di niente.
Come è possibile? Guardo i fogli azzurri, la bella scrittura della sconosciuta, le due buste “Ing.
Marco Corelli, via Castiglione…” è l’indirizzo del suo vecchio ufficio, ma quanti anni fa sono state scritte? Guardo il timbro postale di una delle due lettere: Roma, 20 settembre 1990….
Vent’ anni fa….
Cosa facevamo vent’anni fa? Non ricordo niente di particolare, era tutto tranquillo fra noi, i bambini erano piccoli, ero felice.
Eppure lui già mi tradiva.
Quando sedici anni fa scoprii che aveva un’amante impazzii di gelosia.
Credevo di non poter resistere a tanta sofferenza.
Lo amavo e lo odiavo nello stesso tempo.
Avrei voluto lasciarlo, andarmene e non vederlo mai più, ma lo amavo troppo e non potevo fare a meno di lui.
Sedici anni fa eravamo sposati da sedici anni ed eravamo a metà della nostra vita insieme…
Ma il nostro trentaduesimo anniversario, la settimana scorsa, non abbiamo potuto festeggiarlo perché Marco è morto.
Ora, cercando di mettere ordine fra le sue cose, ho trovato queste due lettere.
Nel 1990 amava questa Marian, nel 1994 c’era Giulia…
ma quante saranno state le altre? Quando scoprii la sua storia con Giulia mi disse che aveva avuto un momento di debolezza, si era fatto prendere dalla passione, ma non sarebbe accaduto mai più.
Io gli credetti e lo perdonai.
Riuscii anche a superare la gelosia.
Dopo essere stata tanto male, mi resi conto che la gelosia è veramente stupida.
In fondo lui era sempre stato mio, anche quando stava con Giulia.
Desiderare un’altra donna, vivere una passione anche grande non toglieva niente al nostro amore.
Anch’io avevo desiderato altri, per anni fui innamorata di Francesco, il migliore amico di Marco.
Non successe niente fra noi, ma quando pensavo a lui, quando sognavo di essere fra le sue braccia, tradivo Marco, eppure lo amavo.
Alla fine mi convinsi che Giulia non era stata niente di importante, invece lui l’aveva amata, come ha sicuramente amato Marian.
L’ho capito solo ora, ma non ha senso essere gelosa di questi amori.
Si è gelosi per senso di possesso, perché la persona che si ama è come un oggetto che non si può prestare a nessuno, ma l’amore non c’entra con tutto questo.
Queste lettere che mi raccontano di un grande amore vissuto da Marco tanti anni fa non mi fanno male.
Anzi, sono felice per lui, sono felice che sia stato amato così tanto.
Vorrei solo saperne di più, conoscere questa donna così sola, così profonda e sicuramente bella.
La immagino nella sua casa di Roma, in una bella sala con un divano bianco e nella stanza accanto un grande letto matrimoniale.
E’ mora, con i capelli lunghi, lisci, una vestaglia di seta blu e legge un libro di poesie.
Alle sue spalle c’è una libreria colma di libri, lo stereo è acceso, Rachmaninoff, concerto per piano n° 2….
No, Rachmaninoff è mio….
Che musica potrebbe ascoltare? La sinfonia n° 1, no anzi la n° 7 di Bruckner….
Sta leggendo, ma ogni tanto si ferma, chiude gli occhi e pensa a lui, al suo Marco.
Lo ha conosciuto mesi, forse anni prima e con lui vive momenti di gioia infinita su quel grande letto.
Lui va a trovarla una o due volte al mese, resta qualche giorno con lei, si amano, ridono, sono felici…
lui dimentica la sua vita, il suo lavoro, la moglie, i figli.
Quando è con lei c’è solo lei.
E per lei quando sono insieme il deserto è lontano, nuota con lui in un mare senza argini in cui naufragano il desiderio e la nostalgia, la tristezza e la follia…
Ma ora cosa farà Marian? Sarà sposata, avrà avuto dei figli o sarà rimasta sola? E come è finita la loro storia? Forse lei soffriva troppo, non poteva sopportare quell’assenza.
Ogni volta che lo salutava, dopo quei momenti fuori dal tempo, si sentiva sprofondare sempre più nella solitudine e sentiva che non poteva restare da sola nell’oasi.
E tornò al deserto.
Doveva essere disperato Marco di fronte a quella decisione irremovibile.
Cosa feci io in quei giorni? Lui soffriva.
Tornava a casa dal lavoro la sera e soffriva.
Magari lo vedevo nervoso e davo la colpa al lavoro.
Non potevo immaginare cosa gli urlava dentro, non potevo consolarlo, non potevo fare niente per aiutarlo.
Lui era solo.
Era con me, ma in quei momenti era solo a lottare con quell’amore, a cercare di dimenticare.
“Tra noi, hai notato? c’è come un muro invisibile che spesso, pur consentendo di stringerci, non ci permette di comunicare abbastanza.
Forse tu non immagini neppure quanto ne soffra e ne sia condizionata.
Anche adesso, ad esempio, debbo costringermi con una certa violenza per superare scogli che di dentro mi impediscono di raggiungerti.
Tu sei là, ti vedo, allungando una mano ti posso sfiorare, spostandomi di poco abbracciarti e se tu mi vuoi io sono qui per te…
Ma tu non mi prendi interamente e non ti dai interamente.
Profonda è la mancanza di questo qualcosa, che non è poco, perché si chiama conoscenza.
Mi conosci Marco? Ed io ti conosco? Se adesso fossimo uno di fronte all’altra e ci guardassimo risponderemmo senz’altro di no.
E forse finalmente si prenderebbe coscienza di questa distanza che ci divide e che è superiore ai chilometri che materialmente ci separano.
Eppure non soffriamo più di questa materiale distanza che non dell’altra, quella con la D maiuscola? Tu mi telefoni, dunque, da lontano ed io, da quest’altra parte del filo, ti rispondo, ma a quali domande? Mi manchi, sì anche tu mi manchi.
Ma come ti manco, ma come mi manchi? Tra noi, discorsi lasciati a metà, alcuni nemmeno sfiorati.
Cerchiamo però di colmare il passato che divide la tua vita dalla mia e la mia dalla tua, con racconti di quello che esisteva prima, prima ancora di conoscerci.
Parliamo del passato, ma non di noi, eppure sappiamo che da allora siamo cambiati…
Perché fingiamo di darci l’uno all’altra quando invece ci offriamo soltanto i fantasmi di quelli che siamo stati? A noi appartiene soltanto il momento presente….
Quando tu mi baci e io ti bacio, quando tu mi stringi e io sento che mi vuoi e anch’io ti desidero, quando ti ho tra le braccia ed è te che sto accarezzando, quando è la tua mano che mi sfiora, che mi cerca o sono i tuoi occhi a guardarmi.
Poi, tra questi momenti e gli altri che ancora dovranno venire, il tempo prende a scorrere piano, per correre poi di nuovo veloce e spietato e ritornare infine a scorrere piano.
Ma se è vero che ci appartiene materialmente solo il presente, facciamo invece che spiritualmente ci appartengano le nostre anime, nel tempo.
Nel tempo che divide i nostri momenti presenti, passati, da quelli che verranno, domani.
Perché vedi, se io sono costretta ad accontentarmi dei momenti, poi, come oggi, come ora che tu non ci sei, mi ritrovo a misurare la solitudine tra le dita, a soffrire della tua assenza, così come tu la sera soffri della mia quando posi la testa sul cuscino.
Ma di quale assenza parlo? Di quale assenza soffriamo se non di quella fisica dal momento che io e te di noi conosciamo, oltre i corpi, solo i nomi.
Poi tu ritorni, ed io che contavo i giorni che ancora ci dividevano, ti guardo ma non ti trovo subito, ho bisogno di tempo, ho bisogno di riabituarmi alle tue mani, alla tua bocca.
Di te non presente vedo solo gli occhi e sento solo la voce.
Là, tu sei e vivi, e là ti amo.
Là, dove dietro si nasconde la tua anima, dove si nascondono i tuoi pensieri, la tua forza e la tua debolezza.
Ma là tu non mi appartieni, posso solo intuirti.
Perché di te mi appartiene solo il tuo corpo, per quei momenti e solo per quelli.
E tu pretendi da me che io di questi possa accontentarmi? Tu hai posto, dall’inizio, una barriera che divide me dalla tua vita di sempre, mi hai accettata solo isolatamente da tutto, mi hai posta in un’isola dove tutto intorno è mare….
il mare che vedi da qui quando con me vivi, fuori dalla vita, la mente sgombra da impegni di lavoro e problemi familiari…
Sicuro che io lì rimanga, con te oggi, senza te domani.
E intanto mi offri il tuo corpo e il tuo cuore, ma nella tua mente nient’altro vuoi scrivere di me oltre il mio nome.
E non sai che io sono la tua forza di domani.
Di quando ti chinerai sulle carte a scrivere, di quando siederai alla scrivania, di quando parlerai con gli altri, di quando ti ritroverai solo, mi cercherai ed io non ci sarò più….
Marian” Questa lettera senza busta l’ho trovata nell’armadio dello studio, dentro una vecchia borsa da lavoro.
Marco aveva l’abitudine di non buttare via niente.
Chissà se questi fogli li aveva nascosti o li aveva semplicemente dimenticati? Deve essere l’ultima lettera che gli ha scritto prima di lasciarlo…
Lei vedeva un muro, una barriera che la divideva dalla vita di Marco e lo sentiva lontano e sconosciuto.
Invece lo conosceva bene, aveva capito tutto di lui, ma capire non le bastava e il tempo che avevano non era abbastanza per il suo amore che desiderava l’infinito, ma riusciva ad afferrare solo momenti, attimi…
Ho sofferto per la sua sofferenza, ho pianto leggendo queste pagine scritte vent’anni fa.
Io allora avevo trentadue anni, ma ero una bambina che non aveva conosciuto ancora la sofferenza, la solitudine, il vero dolore, ero una bambina circondata da giochi bellissimi…
tre figli, un marito, amici, feste, vacanze….
Forse Marco trovava in lei più maturità, più profondità, una donna vera.
Perché allora non mi ha lasciata? Forse, nonostante fossi superficiale e viziata, mi amava davvero.
Magari mi amava proprio per questo.
Anche se poi sono cresciuta anch’io, anzi credevo fossimo cresciuti insieme.
Ma lui è cresciuto anche grazie a donne come Marian, ha vissuto una vita parallela alla nostra in cui io non esistevo, doveva dimenticarmi per poterla vivere.
Non sono arrabbiata, non riesco neanche a soffrirne, forse perché di fronte al dolore della sua morte ogni altro dolore mi appare illanguidito, però mi dispiace non sapere tante cose della sua vita, non conoscere i volti, le case, i luoghi in cui è stato felice o triste.
Mi dispiace che ci siano queste stanze scure, questi momenti di buio che non conoscerò mai.
Sono entrata per caso in una di quelle stanze, l’ho illuminata a metà, l’altra metà l’ho immaginata ed è stato bello, è stato come riaverlo per un po’ qui con me.
Non mi resta che tornare alla mia solitudine, una solitudine che non è però deserto perché è piena di giardini e prati e fiumi, i mille ricordi della mia vita con Marco, i nostri figli, i nipotini che hanno i suoi occhi e il suo sorriso.
Non ho mai conosciuto il deserto.
E non conoscerò mai Marian.

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