Autobiorafie

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AUTOBIOGRAFIE A tutti capita, almeno una volta nella vita, di essere protagonista di una vicenda interessante, piacevole o spiacevole che sia.
Insomma, uno o più episodi clou costellano l’esistenza di ciascuno di noi.
Anche coloro che definirebbero la loro vita ‘piatta’ o ‘grigia’ hanno avuto, o avranno, il loro ‘momento di gloria’.
Partire, però, da questa ovvia constatazione per approdare alla certezza che scrivere la propria autobiografia sia non solo necessario, ma addirittura auspicabile è da folli.
A meno che la persona in questione non sia famosa, beninteso.
E anche in quel caso soltanto a determinate condizioni: che sappia rendere interessanti le vicende che la compongono (o che si affidi alla professionalità di uno scrittore), e che non sia troppo giovane (altrimenti la scriverà a puntate).
Ne sono convinta, sia come scrittrice che come ‘critico letterario’ (mi scuso per il termine stantio, ma non ne hanno ancora coniato uno migliore).
Come scrittrice, infatti, considero già gran parte della mia produzione autobiografica (anche se non esplicitamente, come in questo articolo), mentre come critico sono stata costretta a leggere episodi di autobiografie assolutamente ‘neutre’, senza nessun particolare che le rendesse minimamente interessanti (se non per i parenti e gli amici dell’autore/autrice).
In tutti i concorsi letterari in cui sono stata ‘giudice’ ho letto almeno uno ‘stralcio di vita vissuta’, un racconto autobiografico, meno noioso perché più circoscritto, ma raramente piacevole o almeno ben scritto (apro una parentesi per sottoporre agli aspiranti scrittori una richiesta: studiate la grammatica, e non infilate la punteggiatura dove capita, come Totò nella famosa lettera).
Le storie, di per sé, non erano poco interessanti: racconti di guerra, d’amore o di amicizia, ma scritte con uno stile sciatto e svogliato, affastellate in un ritmo troppo veloce o appesantite da un ritmo troppo lento, con i particolari più irrilevanti messi in risalto.
E il racconto autobiografico è ancora accettabile, per un lettore medio.
L’autobiografia di uno sconosciuto, invece, non lo è.
Pochi giorni fa un tizio, mio compaesano, mi ha avvicinato, chiedendomi di scrivere la sua autobiografia.
Lui avrebbe dettato, io scritto.
Ho declinato l’invito, riuscendo perfino a non scoppiare a ridere.
So bene che il tizio in questione ne ha ‘passate di tutti i colori’, che la fede lo ha sostenuto, ma a meno che non vada in odore di santità dopo la sua morte, dubito che la sua autobiografia, scritta da me (con un metodo che nemmeno negli anni ’50 avrebbe avuto senso), verrebbe pubblicata, né tantomeno letta.
Se è vero che ciascuno di noi, a suo modo, è unico, è altrettanto vero che non sempre le nostre vicende personali sono di qualche interesse per gli altri.
Eppure, la maggior parte degli aspiranti scrittori sottopone al vaglio delle agenzie o delle case editrici la propria autobiografia.
La convinzione che la nostra storia sia degna di nota è dura a morire, e quando l’autobiografia in questione viene gentilmente respinta al mittente, c’è sempre uno stampatore pronto a pubblicarla.
Per una cifra a tre zeri, naturalmente.
Perciò, se pensate che la vostra vita sia particolarmente densa di avvenimenti, o avete l’impellente voglia di raccontarvi, aprite un blog, fatevi dei nuovi amici, componete una melodia (la musica, a differenza delle parole, raramente è banale), ma non scrivete la vostra autobiografia.
Piuttosto, nascondete i fatti salienti in racconti e romanzi, come faccio io.
E, forse, qualche lettore li troverà interessanti.

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Teresa Regna

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