L’arpia

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Quando nacque i suoi genitori la chiamarono Celeno; nessuno, in nessun luogo, aveva mai visto tanta bellezza.
Una bambina dal volto angelico: lineamenti perfetti, grandi occhi verdi, gote rosee, capelli rossi come il fuoco.
Crescendo la bambina non mutò la sua perfezione.
I suoi lunghi ricci incantavano tutti, e i suoi movimenti aggraziati e leggiadri ipnotizzavano gli altri bambini.
Non nobile per nascita ma per carattere e atteggiamenti, veniva protetta come un gioiello prezioso.
A mano a mano che l’età avanzava i genitori erano sempre più avidi della piccola, tanto da costruirle in casa una stanza dall’accesso limitato.
Come per ogni essere umano arrivò l’adolescenza, il momento del mutamento.
Sul faccino di Celeno non sembrava passare il tempo, ma il suo corpo si modificava giorno per giorno.
Iniziarono a crescerle i seni, a formarlese i fianchi, esplosero le sue rotondità fino al giorno in cui dietro le spalle spuntarono due orribili protuberanze dalla forma conica.
I genitori, affranti da questa triste sorte, la portarono dai medici di tutto il paese nessuno sapeva trovare una soluzione.
Il giorno del suo diciottesimo anno d’età Celeno fu trafitta da dolori lancinanti.
Dietro le scapole sentiva qualcosa che spingeva per venir fuori.
Non poteva sdraiarsi non riusciva a stare in piedi, chinata su se stessa urlava e si dimenava, fin tanto che la carne si lacerò e spuntarono piume insanguinate.
Dopo ore travagliate si aprirono due larghe ali.
-E’ un angelo! – gridò la madre sollevata.
-La mia piccola si è trasformata in un angelo meraviglioso-.
La notizia straordinaria passò sulle bocche di tutte le pettegole bigotte, arrivò in ogni angolo remoto del paese.
Così file lunghissime di persone coi cuori pieni di speranze, si presentavano alla sua porta a chiedere miracoli.
La giovane Celeno non voleva mostrarsi e rifiutava ogni contatto.
Gli ammiratori venivano tutti respinti.
Nessuno mai riuscì verificare che quel fatto eccezionale fosse reale.
Celeno voleva volare.
Iniziò col favore del buio a lanciarsi in piccole perlustrazioni del vicinato.
Cambiò persino la sua alimentazione.
Non poteva più nutrirsi come gli altri esseri umani.
Aveva voglia di animali.
Cominciò con gli insetti: catturava farfalle e le ingurgitava con voracità.
Perse quasi del tutto l’uso della parola.
Comunicava con urli striduli come versi di cornacchia.
A mano a mano che i giorni passavano il suo corpo si modificava sempre di più.
Soffriva, soffriva molto: nella testa sentiva il ronzio di mosche e zanzare, lo stomaco era trafitto da crampi, le mani si annodavano e le ossa si allungavano.
Anche il meraviglioso volto cominciava a cambiare.
La madre che era così soddisfatta di aver dato vita alla bellezza si sentì punta nell’orgoglio.
Il suo lato estremamente vanesio la obbligò a far sparire specchi e vetri in cui la fanciulla potesse riflettersi.
La obbligarono a non lasciare le sue stanze così da non avere nessun contatto col mondo fuori.
Le impedirono il volo, mettendo sbarre alle finestre.
Celeno divenne oltremodo inquieta: era a tutti gli effetti un animale in gabbia.
Gracchiava tutto il giorno, erano lamenti spaventosi.
Nemmeno una voce pronunciò la parola angelo, ora la chiamavano mostro.
Se la prima notizia aveva condotto file di persone alla sua porta, la nuova voce faceva fuggire persino chi per caso si trovava a passare di fronte la sua casa.
Ma così rinchiusa la rabbia e l’impotenza le trasfigurano il volto: divenne un orrenda megera.
I ricci sparirono, la capigliatura divenne ispida come un rovo.
Le sue unghie divennero artigli appuntiti e ricurvi.
Sbatteva con le ali addosso alle pareti si procurava dolore, e si lamentava.
Aveva fame.
Non riusciva a nutrirsi.
Avrebbe voluto cacciare selvaggina.
Non le bastavano più le farfalle.
Passava i giorni a fissar le sbarre alle finestre per trovare una via d’uscita.
Dopo notti angosciose trascorse a cercar di scappare, con grande vigore e violenza, sfondò a colpi la porta della stanza.
Arrivò nel corridoio.
I genitori erano atterriti dalla paura.
Si gettò di testa contro le vetrate, assomigliava a uno di quegli uccellini smarriti che volano durante le tempeste.
Un gran rumore, un gran dolore, precipitò nel vuoto.
Il buio la avvolse.
Per quanto fossero atrofizzate, le sue ali si dispiegarono.
Perlustrò la zona.
Sentì acuirsi il senso della fame, non voleva insetti, voleva carne succulenta e sangue.
Vide una luce fioca in una casa lontana, in mezzo al bosco.
Si avvicinò silenziosamente.
La finestra era spalancata.
Un bambino dormiva teneramente nella sua culla.
Rapida come il turbine lo afferrò con i suoi artigli.
Fiera, riprese il volo: la preda guaiva tra le sue grinfie.
Atterrò sopra un’aspra roccia sul crinale della collina.
Con gli artigli dilaniò la gola del bambino, strappò le carni a morsi.
Il sangue aveva del tutto imbrattato il suo piumaggio.
La chioma era divenuta ancor più rossa.
Dopo aver divorato persino le frattaglie si diresse in basso, verso il fiume.
Un volo mite, calmo e leggero: aveva placato la sua fame, non le rimaneva che placare la sete.
Planò sulla riva mentre il sole stava sorgendo.
Si sporse sopra al pelo dell’acqua.
Lo stupore nel vedere il suo riflesso le rallentò per qualche secondo il battito del cuore.
Il sole quasi alto ferì le sue pupille: oltre all’abbaglio, più di tutto a far male fu la nuova consapevolezza, la luce fa male più di una lama che trafigge il petto se le pupille sono abituate al buio; era un mostro dalle fauci insanguinate! Non si era mai vista tale.
L’ultima immagine che aveva di se stessa era quella di un bellissimo angelo.
Non sopportò quella vista.
Si graffiò il volto con gli artigli, si staccò la pelle delle guance , si cavò gli occhi.
Si morse le ali, gracchiando, urlando, fremendo.
Non accettare la propria natura conduce alla follia.
La follia la condusse a togliersi la vita.
Afferrò il collo con forza, recise la sua carotide con gli artigli.
Pochi secondi.
Si spense.
Finì così la triste vita di chi da splendido angelo si trasformò in orrendo mostro, a volte la differenza è sottile, a farla è solamente il punto di vista.
La verità è mostruosa.

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Mensogna Lacquaparte

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