Una fine maleducata

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E come mai quella faccia triste? Non è tristezza, ma stanchezza.
Solo stanchezza, dovresti riposare.
Solo stanchezza… Quanto è sordo il tuo cuore.
Ho deciso che ti sputo addosso con eleganza, l’eleganza che contraddistingue il mio esserti sempre un passo avanti con lo sguardo, perché nonostante tutto ho deciso di essere poco educata, o semplicemente “solo” chiara e sincera.
Avessi un briciolo di pure insana intelligenza non avresti accostato le parole solo e stanchezza rivolgendoti a me, avresti piuttosto chiesto cosa mi rende stanca, avresti scavato il mio silenzio.
Sono stanca del volere e poi non volere più, di parole che sono come aria sporca, troppo persino per chi è abituato a vivere in apnea, sono stanca di quelle promesse che non sono promesse ma sensazioni.
Sono dialoghi che avvengono negli occhi e sulla pelle.
Sono stanca di addormentarmi sola e che non ci sia nessuno a chiedere del perché non dormo, stanca di chi crede d’aver capito e compreso, di chi pensa che uno strappo resti solo un momento facile da dimenticare, basta non guardarlo.
Sono stanca del coraggio mancato che pecca di sincerità taciuta.
Stanca di racchiudere meravigliose fantasie e continuare ugualmente a nuotare tra la polvere.
Stanca di non essere mai la scelta da fare ma sempre il mezzo per adombrare le paure.
Stanca di avere colpe che non mi appartengono, stanca di combattere per dimostrare bontà quando avrei avuto tutti i motivi di ferire e uccidere ma non l’ho fatto.
Non lo faccio mai.
Dimmi ora, è così dannata la mia anima? Da non meritare un passo, uno sguardo… Forse lo è davvero, scheggiata dove c’è la paura delle carezze.
Dannata come chi con la penna racconta e con la voce trema nelle sue oscurità e piena di spine tace.
Non so cosa dirti… Lo so, non sai nemmeno guardarmi, ma non mi sorprendo.
Non l’hai mai fatto, non mi hai mai visto, non hai mai saputo dove finivo io e iniziava il resto del mondo, e fa quasi dolore dire il mai quando guardando indietro avresti voluto credere che una volta soltanto, almeno… Sì, desideravo occupare il primo posto, desideravo la prima fila del pensiero e che tutto venisse solo dopo di me.
Maledetti tutti i vorrei che ho detto in quei giorni per educazione, che sul retro del foglio erano pretese ed esigenze vive come sangue che scorre.
La verità è che sei solo un’altra cicatrice, un segno che porto addosso perché sono fatta così, mi lascio trafiggere dalle lame quando sono calde per ustionarmi le grida e tatuarmi i ricordi.
Lui restò a guardare il pavimento, così fanno i vigliacchi.
Non gli restava nemmeno la forza di guardare le spalle di chi se ne va per paura che dalla schiena escano altri veleni più forti e appuntiti.
Lei diede un ultimo sguardo ai suoi lembi riflessi nella porta a specchio e forse odiò un po’ se stessa per tutti quei segni che le coprivano corpo e anima.
Quanto avrebbe voluto possedere meno graffi e gesti capaci d’appartenere, meno suoni gravi che le tamburellavano la mente alla ricerca di perché e cose giuste, avrebbe voluto provare l’ebrezza della completa cecità di fronte alla totale inadeguatezza di un finto uomo.
Odiò se stessa per la stanchezza.
Sapeva che non era finita la sua ricerca, il suo mondo ancora gridava le urla voraci di un lato scomposto che da qualche parte attendeva impaziente l’incastro.
Gli guardò le mani pensando che quelle mani non sarebbero mai riuscite a trafiggerle carne ed emozioni, erano mani senza profondità.
Uscì sbattendo la porta, e i vetri crollarono a terra.
Lei non si sarebbe ferita per raccoglierli.

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Barbara Bi

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