La mia storia

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Molti anni fa scrissi una strana biografia, che cominciava così: mi chiamo Teresa Regna, ma vi giuro che non è colpa mia… Nel ricominciare a raccontarmi per gli eventuali lettori, mi scuso per la banalità aberrante del titolo che ho scelto.
Perché, vi piaccia o no, questa è la mia storia.
Sono nata nel 1961, a sei mesi di gestazione, e subito dopo sono stata introdotta in una specie di lavatrice senza centrifuga (per gli addetti ai lavori, incubatrice), dove mi hanno tenuto rinchiusa per 4 mesi, anche se avevo chiesto i domiciliari, forse perché somigliavo ad una ranocchietta spennacchiata.
La colorita definizione fu coniata da mio padre, quando vide un esserino senza unghie, ciglia e sopracciglia, con una coroncina di capelli che le contornavano il capo a mo’ di anziano signore pelato.
Dopo aver fatto l’astronauta (respirando ossigeno pressoché puro) in quello che oggi è un ristorante cinese, tornai a casa in tempo per essere battezzata durante la festa del Patrono, e rimasi confinata nella culla finché non imparai a camminare.
La deprivazione sensoriale dei primi mesi, infatti, mi induceva a frignare quando mi prendevano in braccio, all’esatto contrario dei neonati normali.
Mio fratello nacque qualche giorno prima del mio secondo compleanno.
I conflitti con lui cominciarono subito, quasi sempre a mio discapito, dal momento che era più grosso di me già alla nascita.
In pratica, la lotta era fra un bambino gigante e una fragile e magrissima bimbetta che non sapeva nemmeno scendere le scale.
Pronunciai la mia prima parola a sei mesi di età, ma questo particolare alquanto rilevante non mi salvò dalla riprovazione generale per la mia mancanza di abilità pratiche (che perdura tuttora).
Ero una bambina prodigio, dal punto di vista puramente intellettuale.
Imparai a leggere e scrivere intorno ai quattro anni, seguendo l’esempio del maestro Manzi di ‘Non è mai troppo tardi’, che trasformai in ‘non è mai troppo presto’.
Snocciolavo capitali e fiumi (che più tardi avrei dimenticato) a comando, su richiesta delle signore in visita, per far fare bella figura ai miei parenti.
Prima di iniziare le elementari, a cinque anni, avevo già letto tutte le avventure di Sandokan, e qualcuna del Corsaro Nero, ma se oggi mi chiedete dove vada l’accento, se lo scrittore che preferivo sia Sàlgari o Salgàri, non ne ho la più pallida idea.
A nove anni decisi che avrei scritto una storia su degli strani omini gialli (verde era un colore troppo banale) a forma di piramide, che abitavano un mondo pieno di piramidi (si nota l’influenza egizia?) e chiesi a mia zia di suggerirmi un nome di persona.
Lei prese in mano il pacchetto degli spaghetti che stava cucinando e lesse la marca.
Inorridita dal nome che mi era stato proposto, corsi subito a prendere l’elenco del telefono, aprii una pagina a caso… e fu così che gli omini piramidali popolarono felici e contenti il pianeta Cantiellox.
La ragione di questo strano inizio di carriera letteraria è presto spiegata: mia cugina mi aveva appena regalato il primo libro di fantascienza che abbia mai letto; trattava di lupi mannari e affini, e lo trovai molto più affascinante delle avventure esotiche o banalmente femminili che avevano popolato, fino a quel momento, il mio immaginario.
A questo punto è chiara anche la mia provenienza: nord del sud.
Caserta è la provincia più a nord della Campania, infatti, e Pietramelara è a nord di Caserta.
In pratica, a due passi dal Lazio.
Le vacanze che ogni anno trascorrevamo al mare, a Scauri (provincia di Latina), lo testimoniano.
Siccome la geografia non è un’opinione (lo so, di solito questa frase si usa per la matematica, ma vale anche per altre materie, secondo me), vorrei parlare un po’ del paese in cui ho trascorso, esclusa qualche breve parentesi, tutta la mia esistenza.
Mentre i turisti e le spose trovano affascinante il borgo medievale (i primi scrutano ogni pietra come se fosse preziosa, e le seconde si fanno ritrarre dai fotografi nelle posizioni più improbabili), i residenti trovano allucinante la curiosità morbosa dei compaesani.
Un esempio? Non puoi abbracciare tuo cugino, che ha viaggiato da Firenze fin qui, che ti ritrovi fidanzata con uno sconosciuto biondo per tutti coloro che hanno visto la normalissima scena e riportato quello che la loro immaginazione sconnessa ha suggerito loro.
Ancora un esempio? Se decidi di passeggiare per conto tuo, senza una meta, ogni sei o dieci passi sei costretto a rispondere alle domande idiote di chi non ha di meglio da fare.
Dove vai? Cosa fai da sola? Perché sei uscita? Per di più, se rispondi che stai andando a prendere una tua amica per portarla ad un party della regina Elisabetta ti mettono il muso.
La mia provenienza di scrittrice, invece, è chiara soltanto a chi ha letto le mie opere.
Proverò, tanto per dare un’idea, a citare qualche nome: Asimov è il mio mito per la SF, la Zimmer Bradley per la fantasy.
Ho fatto in tempo ad avere l’autografo della Bradley prima che ci lasciasse (il fatto che abbia scartato il racconto che le avevo inviato è secondario…).
Chiedo scusa per la divagazione: torniamo alla biografia non autorizzata, ma soltanto gentilmente richiesta.
Sorvolando sugli episodi adolescenziali e sulla maturità conseguita a 17 anni, di cui vale la pena ricordare soltanto la festa in discoteca che ne fu il regalo, passiamo senza indugio all’università.
I.U.O.
significa, letteralmente, Istituto Universitario Orientale.
Per gli addetti ai lavori e non.
Per me significa, invece, i migliori anni della mia vita, se Renato Zero mi passa la citazione.
Naturalmente, a posteriori.
Lì per lì mica me n’ero accorta.
Avevo ben chiaro soltanto che l’Orientale era un’oasi di pace nel caos di Napoli (e con questa citazione spero di non ledere i diritti di nessun collega dell’epoca).
Trascorsi il primo anno socializzando con tutti, o quasi, e sbattendo il naso a destra e a manca.
Nel senso che la prima cosa da fare, all’Orientale, era imparare ad orientarsi (scusate il bisticcio) tra quattro sedi, aule ballerine e scarsezza di arredi.
In parole povere, conciliare corsi piazzati qui e là, a casaccio, lezioni saltate o spostate, e portarsi la sedia dal corridoio, il più delle volte.
Allora era un caos nel caos, direte voi.
Giusta osservazione.
La pace non derivava dall’avere la pappa bella e pronta, ma dal di dentro.
Insomma, nell’unico posto in cui potevi dimenticare la borsa (portafogli incluso) su un tavolo, e ritrovarla intatta, ti sentivi in pace con te stessa e col mondo intero.
Per cinque minuti buoni, almeno.
Quando un professore di cui non ricordo le generalità, firmò il mio originalissimo piano di studi (un mix tra lettere classiche, scienze politiche e lingue straniere) toccai il cielo con un dito.
Quasi tutti i professori a cui mi ispiro nel mio lavoro quotidiano erano in forza all’Orientale.
Persone affabili, preparate ma non spocchiose, capaci di farti sorridere mentre ti interrogavano, che non regalavano certezze, ma dubbi.
Come dice Bennato, ebbi dubbi.
E ne ho ancora, per fortuna: soltanto gli imbecilli si nutrono di certezze.
Ricordo la visita di un’amica iscritta alla Centrale (per i non addetti ai lavori, la Federico II, in pratica la facoltà di fronte alla nostra), che rimase sconvolta dalla giovane età e dalla bellezza della maggior parte dei docenti.
C’erano anche i baroni e le baronesse, intendiamoci, ma noi cercavamo di tenercene alla larga.
All’Orientale ho conosciuto persone stupende (alcune delle quali frequento tuttora), imparato la tolleranza e nutrito la mia curiosità per le culture ‘altre’.
L’esame di Glottologia, il primo e temutissimo della serie, ha dato il la alla mia passione per la mitologia, che costituisce la base della mia scrittura.
Insomma, dopo dieci anni, smisi di pensare agli omini gialli e cominciai a scrivere storie FS e fantasy mitologicamente ambientate.
Tra la variopinta fauna che popolava la facoltà che ho citato troppe volte per farlo ancora, ricordo il ragazzo di colore che si rifiutava di cantare le canzoni del ‘rinnegato’ (Michael Jackson); il cameriere illusionista che veniva a servirci quando studiavamo in sede, detto Silvan perché non ci faceva mai mancare il giochino di prestigio; la ragazza innamorata cotta di un professore, molto preoccupata perché non le era capitato nel momento giusto, cioè al liceo; l’assistente che era sicura di non fare carriera perché non aveva le conoscenze giuste, e il giornalista laureando con la troupe del TG3 al seguito.
Ancora oggi ‘noi dell’Orientale’ è una locuzione che ricorda vagamente dei reduci, temprati a tutto e uniti da un vincolo che gli ‘altri’ non possono comprendere.
Con un salto di svariati anni, vorrei ora passare al presente storico, raccontando degli alunni che mi hanno colpito per le loro qualità (tralascio, per carità di patria, quelli che l’hanno fatto in senso inverso).
Comincio dalle battute più riuscite, entrambe dello stesso alunno, un ragazzino con troppe responsabilità per la sua età e un gran senso dell’umorismo.
Il giorno del mio compleanno, all’ovvia domanda dei suoi compagni di classe, rispose “La prof ha vent’anni”.
Poi tacitò le espressioni allibite dei suddetti compagni, completando il concetto “Sì, ma in euro”.
Alla mia richiesta di star tranquilli perché avevo l’emicrania, si offrì di aiutarmi “State zitti: la prof ha il morbo di Tappinson”, affermò, riferendosi alla mia scarsa statura.
In entrambi i casi, non riuscii a non sganasciarmi dalle risate.
Elenco gli altri in ordine sparso: il ragazzino che, dopo aver letto Harry Potter, decise di passare a Il signore degli anelli; i vari esaminandi che hanno preferito argomenti seri, come Shakespeare, Orwell o Shelley alle solite notizie sulla Gran Bretagna; gli attori in erba che hanno interpretato scene tratte da Harry Potter o addirittura la scena del balcone in Romeo e Giulietta (con tanto di balcone in cartone); l’alunno che, avendo avuto esperienza di un terremoto, mi aiutò a calmare gli animi dei compagni quando ci fu un’evacuazione non simulata, insomma un terremoto reale; e soprattutto i ragazzi che hanno cominciato a studiare l’inglese per non deludermi, che in genere commentavano “Si capisce che a lei l’inglese piace molto”.
Siamo quasi in dirittura d’arrivo, per cui tenterò di condensare altre esperienze nelle poche righe che mi sono ancora concesse.
I regali più belli che abbia mai ricevuto: l’abbonamento ad una rivista inglese; 1000 lire in un juke-box (roba d’antiquariato, sia le lire che i contenitori di dischi.
Per i giovani, preciso che 1000 lire equivalevano a 30 canzoni); un taglio di capelli, mai eguagliato da nessun altro parrucchiere; un party a sorpresa (so che è capitato più o meno a tutti, ma il mio era speciale perché tutti gli amici dell’Orientale avevano finto di aver dimenticato il mio compleanno fino all’ora stabilita, quando Silvan arrivò con le cibarie); la richiesta di collaborare con una rivista di sport da parte di una tennista che era stufa di farlo.
E qui sono costretta ad aprire una parentesi: 9 anni agli Open romani hanno significato 10 o 15 giorni di felicità assoluta, all’inseguimento dei tennisti con tanto di reflex intorno al collo, e tante soddisfazioni: dal tennista che mi offrì un gelato da 6000 lire (uno sproposito, per l’epoca) a quello che mi diede il suo numero di cellulare perché ero stata l’unica a non chiederglielo, alle interviste esclusive, per finire in bellezza con i tennisti che mi permettevano di assistere agli allenamenti ‘a porte chiuse’, aperte solo per me.
Infine, e questa volta siamo davvero arrivati all’ultimo argomento, devo citare gli animali, presenti nella mia vita fin dall’infanzia, e il cui amore spero mi accompagni fino alla fine dei miei giorni.
Ho evitato accuratamente di citare dei nomi, e farò un’eccezione soltanto per i due unici gatti che mi sono stati compagni di vita (a parte i quattro micini orfani che ho allattato, ma regalato o riconsegnato alla legittima proprietaria quando avevano due mesi): Jimmy e Danny.
Jimmy era un gattone dal pelo rosso, dolce e coccolone, che ha vissuto con noi sette anni e mezzo, ed è stato ucciso da un boccone avvelenato; mentre Danny, bianco e dal carattere mooolto originale (la storpiatura è voluta), si sta felicemente avviando verso i tredici anni.
Entrambi sono stati per me i figli che non ho mai avuto.
Un ricordo affettuoso mi lega a tutti gli altri, oltre ai cani e gatti ‘adottivi’ che ho nutrito, ma sarebbe troppo lungo e noioso citarli.
In conclusione, per chi volesse avere ulteriori informazioni sul mio aspetto fisico, riporto la definizione del collega di arte: un quadro di Mirò.
Si dà il caso che mi piaccia, Mirò, e che mi piaccia anch’io, difetti inclusi.

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