Senza titolo (scritti bolognesi)

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Sono fradicia perché ho deciso di arrendermi alla pioggia inclemente.
In giro con i mezzi pubblici il rischio che corri è che l’autobus sia pieno di carne umana stipata, accalcata, infradiciata e puzzolente.
prima mi sono arresa, all’attesa di questo traghetto d’anime, perse nei meandri del pendolarismo cittadino e poi mi sono arresa al fatto che la mia borsa di carta sia sia spaccata in due sotto il peso dei manici di cordicella.
Il cellulare è cascato fragorosamente.
Nessuno, come da copione, ha fatto una piega.
poteva pure scivolare per tutto l’autobus fino al gabbiotto del conducente, nessuno si sarebbe mosso.
del resto nessuno qui può muoversi.
una galera immobilizzante con un cellulare che si spacca in movimento.
Le gambe di una donna di colore in mezzo alle quali caccio veloce la testa prima di perdere il controllo del mio cellulare, di uno dei miei due cellulari.
Porca troia, dico.
la donna mi guarda male.
il cellulare, dico, quasi a volermi giustificare di un insulto.
E’ sicuramente colpa di quel programma che ho visto ieri sera in tv.
Sul tema del razzismo.
mi ha condizionata.
la scatola mi ha condizionata di nuovo.
E ancora non mi muovo.
l’ombrello preso dai pakistani, quello con gli angioletti, è andato, devo lasciarlo lì.
lascio tutto lì, borsa angioletti, stecche dell’ombrello.
se riesco con i dieci chili di vestiti che mi ritrovo addosso a scendere alla mia fermata, è un successo.
E infatti succede.
devo prendere appuntamento dalla parrucchiera.
non so niente, né il suo nome né la posizione del suo salone.
Mi ricordo solo che quel giorno con la neve, un paio di mesi fa, l’ho trovata, da qualche parte, lungo la via.
in giro non c’era nessuno e io volevo una parrucchiera.
faccio avanti e indietro, ma niente, non la trovo.
mi aveva lasciato un bigliettino da visita ora che ci penso.
l’avrò gettato via al ritorno a casa, mica perché non fosse stata brava, ma perché i biglietti da visita sono come le agende.
catalogazioni di nomi e numeri che rifiuto di trattenere accanto a me.
libertà.
anche di movimento.
su e giù, su e giù per la via.
E’ così che ci ricasco con l’ombrello pakistano.
Ne compro uno nuovo ma evito gli angioletti questa volta.
In compenso mantengo il colore verde.
sempre due euro e mezzo.
E’ made in china.
Ad ogni modo volevo dire tutt’altro ma poi, chissà com’è , scrivo queste povere cose della mia giornata, dove il ritorno a casa non è un ritorno, ma solo un fare indietro dopo che si è fatto un avanti.
ho scoperto che ci sono un sacco di chiese accanto a dove vivo, ma per un anno ho visto solo ‘il convento’.
Adesso però inizio ad essere più ricettiva.
ogni giorno mi auto-provoco una meraviglia.
peccato per la parrucchiera.
penso che, magari, in un giorno ovattato, mi è capitato di entrare in un posto che non esiste, forse me lo sono immaginato, forse ha a che fare con il paranormale, il sogno.
tipo quelle cose che raccontano, che hai dato un giorno un passaggio a uno, che ha dimenticato la giacca nella tua macchina e quando gliela riporti ti dicono che è morto da dieci anni.
robe dell’altro mondo.
e di questo.
oggi dopotutto ho contribuito nel mio piccolo a cambiare in meglio il mondo.
c’è stato un chiarimento che ha urto.
avete presente quando si dice che urge un chiarimento? quello.
E’ stato con un amica.
è stato oggi, vero.
E’ stato un successo, un urto oggi, con un’amica.
sono cose che contribuiscono.
ne sono certa, come può essere certo di prendere lo stipendio a oltranza un dipendente a tempo indeterminato.
come è certo che se trascuri il partner, questo prima o poi ti tradirà.
forse.
non è certo.
Nemmeno che tu prenda i soldi con l’indeterminato.
mentre parlava, mentre parlavo, mentre ascoltava e io ascoltavo, mentre ognuna di noi era convinta o faceva finta, delle sue mancate ragioni, illusioni di strade non ancora percorse.
sentivo l’urto.
quel chiarimento che ha portato a nient’altro che a ricercare quello che si vorrebbe essere e non si è.
per questo bruciano le anime di chi li mette in atto.
i chiarimenti per pensare, forse, che la verità specchio infranto, di cui ognuno di noi ha raccolto a terra un pezzo, sia l’unica verità.
Il tutto cos’è, è una cosa altra, il tutto non è la ragione ed è tra le parole, tra i discorsi che non faremo mai, nel silenzio dell’altro che non abbiamo il coraggio di guardare.
porca troia.
E forse ho deluso, ho amareggiato e provato a togliere una parte di me dall’altro per un po’ e ho provato a rubare il suo pezzo.
per un po’ o per sempre.
non fa differenza.
solo il ricordo ha valore.
e reazioni, le percezioni variano all’istante e cosa rimane? Cosa ci dà la misura delle cose? L’amore.
Quello soltanto.
E ho alzato la voce, ho urlato per affermare la mia frantumazione, e lei dall’altro filo lo stesso.
Trapezisti con isterismi caduchi.
Mi sono persa, come la luna in questo cielo troppo chiaro su Bologna così stanca.
il motore di stirling non gira.
vado a metterlo sul modem.

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Silvia Castellani

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