L’equivoco

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Con passo lento, le spalle leggermente inclinate in avanti, l’uomo avanzò lungo il viale alberato che univa una delle piazze della città alla stazione.
I lavori per la ricostruzione del marciapiede, parallelo al viale, erano stati ultimati.
Numerose panchine erano state poste ai due lati del marciapiede e i folti rami degli alberi, ontani forse, ricchi di foglie, le proteggevano quasi tutte dai caldi raggi del sole di quel pomeriggio di agosto.
Alcune panchine, all’inizio del viale, erano già occupate: giovani di campagna che chiacchieravano rumorosamente tra loro in attesa, forse, che giungesse l’ora di partenza del treno che li avrebbe riportati al loro paese.
L’uomo avanzò ancora sino che non trovò una panchina ben in ombra.
Le panchine erano talmente nuove che era ancora possibile sentire l’odore della loro vernice.
Prima di sedersi, l’uomo appoggiò il dito indice su una delle traversine di legno, lo portò poi al naso e lo strofinò con il dito pollice della stessa mano, quasi a sincerarsi che la vernice si fosse veramente asciugata, poi, lentamente, si sedette.
La stazione era ancora lontana e lo sferragliare dei treni, in partenza o in arrivo, non riusciva a giungere sino a lui.
Non vi erano auto sul viale e se non fosse stato per il frinire delle cicale, forte e costante, quasi cadenzato, e la voce dei ragazzi, là, in fondo, il silenzio sarebbe stato quasi assoluto.
L’uomo sospirò, trasse poi dalle tasche della grigia giacchetta un paio di occhiali dalle lenti molto spesse e un piccolo libro tascabile.
Avvicinò quanto più possibile il libro al proprio viso e si abbandonò alla lettura.
Con passo svelto e deciso una giovane ragazza lasciò la piazza e giunta sul nuovo marciapiede del viale, si diresse verso la stazione.
Portava una piccola borsa di pelle rossa e indossava una minigonna di cotone elasticizzato di colore rosa e una camicetta di seta bianca trasparente.
I lisci capelli neri tagliati a caschetto, gli occhi vivaci ed un nasino impertinente, le conferivano un’aria sbarazzina, quasi da adolescente.
Era il corpo che tradiva la sua vera età.
Il seno alto, libero, privo di orpelli e coperto solo dalla camicetta quasi trasparente non poteva essere quello di una bambina.
La vita, stretta da una larga cintura, rosa anch’essa, metteva in risalto un bacino non largo ma già maturo ed un sedere che poteva reggere il confronto con quello di certe ballerine brasiliane.
La ragazza ne era consapevole e, camminando, lo muoveva in modo naturale ma provocatorio.
Le gambe, dritte e ben tornite, venivano slanciate da un paio di scarpette, rosse anch’esse come la borsetta, con tacchi sottili e molto alti.
Il forte caldo le aveva impedito di indossare calze.
Probabilmente doveva avere poco più di vent’anni.
Il suo passaggio davanti ai ragazzi seduti sulle prime panchine del viale non poteva passare inosservato.
Mormorii e leggeri fischi di ammirazione si levarono e si confusero con il rumore dei suoi passi ticchettanti.
La ragazza non si volse verso quelle maschie voci ma i suoi occhi e le sue labbra tradirono un certo compiacimento.
Era bella, lo sapeva, ma, come molte donne, averne continua conferma la rassicurava Era chiaro che il suo modo di vestire e il modo di muoversi mostravano il desiderio e le dava gioia.
di essere guardata dando così sfogo alla sua vanità.
Camminando sentiva gli occhi dei ragazzi spogliarla completamente e forarle la pelle.
Questa sensazione le piaceva e il doverla nascondere, ma non troppo, rappresentava per lei un gioco gratificante e stimolante.
Forse esagerava un po’ nel suo atteggiamento disinvolto che rasentava l’impudicizia: probabilmente indossava un perizoma e dall’aderenza della gonna alla pelle, alcuni ragazzi poterono intuirlo.
Percorso un centinaio di metri la giovane guardò l’orologio dal cinturino rosso che portava al polso e si accorse che era ancora presto per entrare in stazione ad attendere il suo treno.
La panchina di fronte a quella occupata dall’uomo era libera e ben ombreggiata.
Si sedette e cominciò ad armeggiare con la borsetta.
Questi suoi movimenti mossero l’aria intorno ed un leggero profumo di mughetto attraversò il marciapiede per giungere a solleticare la pelle e le narici dell’uomo.
Sedendosi la ragazza aveva accavallato le gambe e, quasi dimentica della pochezza del suo indumento intimo, aveva permesso alla propria minigonna elasticizzata di salire, se possibile, ancora più su, verso l’inguine.
La camicetta, a metà sbottonata, a malapena riusciva a contenere il seno la cui nudità e chiarezza venivano chiazzate dall’ombra delle foglie dell’albero vicino.
Aveva notato i capelli grigi dell’uomo seduto sulla panchina dinnanzi a sé ma poiché questi teneva il piccolo libro molto vicino al volto, non era riuscita a scorgerne i lineamenti.
Cercò di catturarne l’attenzione accendendo una sigaretta e tossendo leggermente ma questi, imperturbabile, continuava invece nella lettura.
Era talmente abituata ad attirare l’attenzione di chiunque che l’incontro con un uomo che non si accorgesse della sua presenza un poco la indispettiva.
Inavvertitamente, forse, cambiò l’incrocio delle gambe quasi volesse permettere all’aria di entrare e rinfrescare la pelle rosea delle cosce.
Si appoggiò, poi, con un gomito sul ginocchio superiore tenendo la testa china in avanti sorretta dal palmo della mano e lo sguardo diretto verso l’indifferenza del dirimpettaio.
Le braccia, poste in questo modo, avevano impedito al seno di debordare.
La sua posizione non era scomposta ma l’esigua entità di ciò che la ricopriva e la sua totale indifferenza nell’ostentare tanta nudità palesava una totale mancanza di pudore.
Constatato che nulla pareva scuotere l’uomo dalla sua lettura la ragazza, sorridendo, si rilassò.
Il fatto era curioso ma non grave.
Trasse dalla piccola borsa il rossetto e una boccetta di profumo.
Ritoccò il trucco e appoggiò ripetutamente la boccetta aperta vicino alle orecchie e sul seno.
Questa volta l’intenso odore di mughetto non si limitò a sfiorare le narici dell’uomo ma ne colpì violentemente l’odorato tanto da indurlo ad abbassare il libro e ricercarne la fonte.
Volse lo sguardo verso la ragazza, si tolse gli occhiali e ne fissò le forme snelle.
Finalmente la ragazza poté vedere il volto dell’uomo che tanto l’aveva incuriosita: grosse rughe ne solcavano le guance e la fronte e denunciando un’età ben superiore a quella che aveva immaginato.
Non era un brutto uomo ma poteva benissimo esserle padre.
Questa constatazione fece svanire in lei il precedente interesse.
L’uomo, con occhi spenti ed acquosi, continuò per qualche secondo a fissarla.
Il suo viso era rimasto impassibile e lo sguardo era talmente diretto da sembrare volto verso qualcosa posto dietro le spalle della ragazza.
In lei il disagio subentrò alla curiosità.
D’accordo.
Le piaceva essere ammirata e molte delle sue fatiche quotidiane erano indirizzate ad ottenere questo risultato ma … ma ormai aveva imparato a distinguere i vari sguardi che le venivano rivolti: divertiti, ammirati, allegramente vogliosi.
Il disagio era provocato dalla sua incapacità nel decifrare quello dell’uomo che, in quel momento, le stava di fronte.
Resistette qualche attimo poi sbottò stizzita: ” Cos’hai da guardare, vecchio porco!” L’uomo parve non udire le parole astiose della ragazza né notare la sua aggressività.
Chiuse delicatamente il piccolo libro, si alzò e, sempre guardandola, parve fare un passo verso di lei.
Con il cuore in tumulto ed il pensiero confuso, la ragazza cercò di capire le intenzioni dell’uomo che aveva cercato, così stupidamente, di provocare.
Non c’era nessuno vicino a loro ed i ragazzi sembravano troppo lontani per poterla difendere nella eventualità che … “Insomma … vuoi smettere di guardarmi … con quegli occhi … libidinosi, vecchio maiale?” Solo dopo aver pronunciato queste parole, che peraltro rimbalzarono ancora contro il mutismo dell’uomo che intanto accennava ad allontanarsi verso la stazione, ella si accorse che il piccolo libro che questi teneva in mano era un breviario, che una piccola croce era attaccata all’occhiello della sua giacchetta sdrucita e che la pelle molle del suo collo era segnata da due righe parallele che altro non potevano significare se non la recente presenza di un collarino rigido bianco.
Solo allora la ragazza, vestita solo da uno straccetto bianco e trasparente e da qualche centimetro di cotone rosa, si accorse di aver disturbato e aggredito la quiete e la meditazione di un anziano prete completamente sordo e quasi totalmente cieco.

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