Valore e violenza. All’origine medioevale di due miti romagnoli

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Spessissimo si sente parlare del mito della “Romagna violenta” e dell’“Antico valore dei romagnoli”.
Ma quali ne sono le origini? E ancora, si tratta di leggende e luoghi comuni oppure c’è un fondo di verità? Tutto risale alla storia romagnola del basso Mediovo e del primo Rinascimento, per intenderci gli anni che vanno dalla fine del Duecento all’inizio del Cinquecento.
Nel 1278, la “Romandìola”, dominata fin lì blandamente dall’Impero, viene ceduta da Rodolfo d’Asburgo, in cambio dell’investitura imperiale, allo Stato della Chiesa.
Questo gesto trasforma le città romagnole in veri e propri campi di battaglia.
La Romagna del tardo Duecento è una terra impoverita e violenta, caratterizzata da forti tensioni e da lotte furibonde tra guelfi e ghibellini.
È una terra di confine stretta tra le mire egemoniche della guelfa Bologna e le pretese di dominio del Papa.
Proprio queste ultime minacciano i Comuni romagnoli non solo nella loro autonomia ma anche nel loro benessere economico in quanto il pontefice è padrone alquanto esoso in termini di politica tributaria.
La Romagna diventa così l’epicentro, insieme con la Toscana, dello scontro tra guelfi e ghibellini.
Questi ultimi non possono accettare il dominio del papa e dei suoi alleati Angioini padroni del Mezzogiorno, né tantomeno possono sopportare la supremazia dei loro rivali di parte.
Reagiscono perciò con le armi trasformando la Romagna in un enorme campo di battaglia bagnato da fiumi di sangue.
Nel 1275 Guido da Montefeltro – il più grande condottiero italico del XIII secolo, di parte Ghibellina, reso immortale dal canto XXVII dell’“Inferno” dantesco – e Maghinardo Pagani da Susinana – “il leocel dal nido bianco”, il primo “signore” di tipo rinascimentale romagnolo, l’uomo che era guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna – sconfiggono a San Procolo l’esercito bolognese.
Il 2 maggio 1282, il campione del ghibellinismo originario dal Montefeltro, con un capolavoro di astuta strategia militare intrappola dentro le mura di Forlì le preponderanti truppe guelfe e angioine guidate da Giovanni d’Appia e ne fa, per dirla con l’Alighieri, ”sanguinoso mucchio”.
Le vittorie sul campo tuttavia non sono sufficienti al trionfo definitivo dei ghibellini, che devono cedere di fronte alle forze soverchianti dell’avversario.
Le drammatiche lotte tra guelfi e ghibellini hanno lasciato le città romagnole esauste, impoverite, attraversate da immensi rancori che trasformano lo spiccato “senso dell’onore” cavalleresco delle famiglie nobili del contado e dei centri cittadini in occasioni di terrificante violenza.
Una violenza che permae di se tutta la società romagnola.
Sono questi gli anni in cui i cronisti toscani descrivono la “Romandìola” con gli stessi termini coi quali Tacito aveva raccontato gli abitanti della Germania.
Tutti i romagnoli sono potenziali ladri, stupratori e assassini, dal più potente dei signori al più umile dei contadini.
Si sa come si entra in casa di un romagnolo ma non si sa se si uscirà e come si uscirà.
In Romagna se rubi una gallina vieni impiccato sulla pubblica piazza ma se rifili una coltellata a un uomo, l’omicidio rientra nel diritto privato e perciò più che dell’ordine costituito ti devi preoccupare della vendetta dei famigliari.
Tale è l’abitudine all’omicidio che risulta molto probabile che un testimone invece di rimanere inorridito dall’atto, si entusiami e preso da forte senso estetico esclami: “che bella pugnalata!”.
Sono anni nei quali, nella città di Faenza un signore, un frate laico, tal Alberigo Manfredi, accetti, per riappacificarsi con membri della sua famiglia da cui ha ricevuto un torto, di invitarli a cena e all’ordine “venga la frutta“ li faccia uccidere tutti.
Ancora, quando i “fideles”, di Corrado di Pietrarubia si ribellano e lo uccidono, decidono inoltre di assassinare anche il fratello, il figlio e la sorella.
Risparmiano solo la moglie perché non è incinta, in quanto di tale uomo non doveva rimanere nessun seme.
I Ravaldini, signori di Monte Castello, nelle colline sopra Cesena, dopo aver cenato con il potente vescovo di Sarsina – una volta che questi si era ritirato per la notte – cominciano a discutere per motivi futili a un certo punto estraggono le spade e tutti i cinque membri di quella famiglia si uccidono decretando la fine della loro stirpe.
La violenza di parte, la distruzione e la morte che provoca, la propensione al ladrocinio e all’omicidio dei romagnoli e le tasse imposte dal papato riducono le città e i contadi romagnoli in povertà.
Tutto questo crea le condizioni sociali, economiche, politiche e persino culturali per il sorgere delle cosidette, impropriamente, “Signorie Romagnole”.
I cittadini, o meglio i notabili di Forlì, Ravenna, Rimini, Faenza, Imola e in seguito Cesena (quest’ultima più per conquista e massacro.
Il sacco dei Bretoni del 1377 provocò l’uccisione di metà dei cittadini di Cesena ed ebbe come conseguenza la presa di potere dei Malatesta) sono obbligati per potersi difendere sia all’esterno sia all’interno di cedere il potere a una serie di famiglie di provenienza feudale: sono i Malatesta, i da Polenta, i Manfredi, gli Ordelaffi, gli Alidosi e i Montefeltro.
Queste famiglie, attraverso la doppia investitura, prima quella popolare con il titolo di “capitano del popolo” a vita e poi con quella di colui che è il loro signore feudale, il papa, con il titolo di vicari pontifici, si ritrovano a dominare le città romagnole per un periodo di circa duecento anni.
La terra che governano, impoverita, completamente mancante di grandi artigianati, quali quello della lana di Prato o quello delle armi di Milano, senza grandi banche tipo quelle di Firenze, risulta avere solo due risorse: l’oro bianco del Medioevo, il sale – le saline di Cervia fanno sì che la Romagna sia il maggior esportatore di sale in Europa – e i romagnoli stessi.
Tutta quella violenza ha accentuato la già evidente propensione al mestiere delle armi dei romagnoli i quali si affermano come i migliori soldati della penisola e tra i più grandi in Europa.
La loro fama è paragonabile a quella dei feroci svizzeri e dei celebri arcieri inglesi, armati di lungo arco, principi delle battaglie della Guerra dei Cent’anni tra Francia e Inghilterra.
Non per caso dalla Romagna, partono uomini come Uguccione della Faggiuola, il vincitore della grande battaglia di Montecatini del 1315, Giovanni Ordelaffi, il più grande spadaccino italiano del Trecento, Alberigo da Barbiano, il vincitore dei temibili bretoni nella battaglia di Marino, e Muzio Attendolo Sforza, fondatore di una scuola di pensiero strategico che, insieme a quella fondata da Braccio da Montone, attraverserà i campi di battaglia dell’Italia del Quattrocento.
Non a caso, in Romagna sorge la figura del signore condottiero.
I signori delle città romagnole sanno che necessitano di molti danari per dominare e governare le turbolenti città di cui sono padroni e si rendono conto che possono ben sfruttare le loro innate doti di condottieri e quelle di soldati dei loro sudditi per ottenere ricchi ingaggi dalle grandi Signorie italiane, Firenze, Milano, lo Stato Pontificio, Venezia, il regno di Napoli.
Così tra il 1420 e il 1480 i dominatori delle città romagnole andranno a costituire il gota dei condottieri italiani: Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e suo figlio Roberto il Magnifico, Astorgio II Manfredi, padrone di Faenza, Pino III Ordelaffi dominatore di Forlì e Federico da Montefeltro – che grazie alla ricchezza accumulata con le sue condotte trasforma un villaggio di montagna in una capitale del Rinascimento, ovviamente la città di Urbini – sono i re dei campi di battaglia.
Quando Machiavelli viene inviato insieme con altri funzionari fiorentini come plenipotenziario per trattare con Caterina Sforza, signora di Forlì, la condotta di 800 soldati, le trattative si arenano perché la Repubblica dell’Arno ritiene troppo esose le richieste della Leonessa di Romagna.
Per forzare la mano, Caterina fa schierare i suoi uomini e rivolgendosi ai fiorentini chiede se abbiano mai visto truppe di tale livello.
Machiavelli e compagni di fronte a questa dimostrazione di disciplina e di forza sono costretti a cedere alle richiesta della Sforza.
Nel 1509, durante la battaglia di Agnadello – una delle più celebri e sanguinose delle “Guerre d’Italia” – mentre il resto dell’esercito veneziano sbanda, stritolato tra l’artiglieria e la cavalleria pesante di Luigi XII, re di Francia, ed è un fuggi fuggi generale, la fanteria romagnola al servizio della Serenissima, forte di quattromila uomini, non cede il campo e organizzata la difesa si prepara a vendere cara la pelle.
Il re francese stupito, ammirato e al tempo stesso un po’ intimorito da tale dimostrazione di disciplina e sangue freddo offre loro la resa con l’onore delle armi e il permesso di lasciare il campo.
I romagnoli non cedono e combattendo con determinazione e ferocia si immolano come novelli spartani nel giorno delle Termopoli.
Perciò si può certo dire che i miti della violenza dei romagnoli e dell’antico valori son tutt’altro che leggende e luoghi comuni.
[© Marzio Casalini]

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