Marziani

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La notte che gli alieni atterrarono nel mio giardino, sfasciarono la cuccia del cane.
Fortunatamente per Rufus era agosto e dormiva sotto l’ulivo.
Sfortunatamente per l’omuncolo, si becco le ganasce dello spinone nella chiappa destra, prima di scaraventarsi tra urla ultrasoniche nel bosco.
L’avevo finita di verniciare di rosso due giorni prima e ciò accodò la mia incazzatura a quella del cane.
Imbracciai la pistola idrogetto, con cui lavavo la mia Ford Taunus verde oliva e sparai sul quel coso di luci e specchietti che aveva devastato il giardino.
Fu un casino: fumo, puzzo di budella difteriche, sfrigolii e frizzi abbaglianti, conditi da ululati e crepitii di assi divelte.
Mi venne da vomitare.
L’astronave si squagliò letteralmente dopo una decina di minuti, lasciando una traccia indelebile marrone scuro, sul pavimento di cemento dove una volta era piazzata la casa di Rufus che per la disperazione si pappò l’aristocratico siamese del vicino.
Mi sono ricordato di questo episodio per caso, guardando inTV un servizio su avvistamenti UFO e madonnine fluttuanti.
Adesso Rufus non c’è più, ma rivedo ancora il suo sguardo assassino e il brandello di culo marziano serrato tra i denti.
La macchia lasciata da quel sangue nero e puzzolente non è ancora scomparsa dal tappeto della sala.
A parte questo, tutto poi è andato avanti come al solito.
Ho ancora la stessa auto in garage, lo stesso frigorifero e lo stesso divano giallo.
Anch’io ho sempre la stessa età, nonostante siano ormai trascorsi due secoli, venti giorni e cinquanta tre minuti.

 

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Behemoth

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