Quel fottutissimo sentore

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Le valigie erano pronte, aveva chiuso il gas e le finestre e fatto tutto ciò che aveva annotato di dover fare.
Poteva partire, il tempo delle vacanze era finalmente arrivato.
Ma sentiva, chissà perché, di avere dimenticato o sottovalutato qualcosa, come se non avesse preparato a sufficienza quel momento tanto atteso.
O forse a gravare come un’ombra fredda era una premonizione, un allarme.
L’intuizione che qualcosa sarebbe andato storto.
Ma Eolo, così chiamato per via della scarsa altezza e della bruttissima abitudine – seppure involontaria – di soffiare nel sonno, sapeva di essere parecchio paranoico così decise che tutto era apposto e, finalmente, si chiuse alle spalle la porta di casa.
Eppure proprio mentre stipava le valigie in ascensore avvertì appena un sentore, quasi un’idea dell’odore gas.
Tentò di costringersi ad ignorarlo ma non ci fu verso, il suo cervello elaborava ormai soltanto immagini di esplosioni e case sventrate.
Guardò l’orologio.
Dieci minuti non avrebbero fatto differenza.
Il bollino rosso era previsto per l’indomani.
Riprese tutte le b, corse, cercò nel marsupio le chiavi e riaprì la porta di casa.
Come il miglior cane da tartufo seguì, naso all’aria, la scia di gas, arrivando quasi a sbattere contro i fornelli.
Bene, le manopole stavano tutte in posizione verticale.
Si calò ad aprire lo sportello appena sotto il lavello dove, dietro una selva di detersivi e spugne, stava nascosto il rubinetto principale del gas.
Era chiuso.
Iniziò ad allarmarsi seriamente.
Se tutto quello che poteva controllare era apposto allora si trattava di un guasto.
Cominciò a chiedersi, vittimizzandosi non poco, perché capitassero proprio a lui tutte le disgrazie più orrende.
Guardò l’orologio.
Tra controlli e lamenti aveva perso mezz’ora senza concludere nulla.
Faceva ancora in tempo.
Gli venne in mente un test che forse aveva visto fare in televisione.
Non era sicuro di non esserselo appena inventato ma doveva tentare.
Corse in bagno e prese la schiuma da barba.
Se c’è perdita, pensò orgoglioso, la schiuma farà le bolle.
Quindi aprì nuovamente lo sportello, lo svuotò completamente e vi si infilò.
Per la prima volta inviò mentalmente un sentito grazie alla mamma per avergli dato delle dimensioni da grande puffo.
Spalmò il tubo, se stesso e parte del muro di schiuma bianca ed iniziò l’osservazione attenta di eventuali fenomeni gassosi.
Niente.
Tutto fermo.
Forse perché era troppo buio.
Prese dalla tasca il cellulare e scaricò l’applicazione “Torcia”.
Gli ci vollero dieci minuti.
Maledetta ADSL a singhiozzo.
Dopo aver lanciato due SOS accecandosi temporaneamente capì finalmente qual era il tasto per mantenere la luce fissa.
E di nuovo giù sotto il mobile.
Niente, tutto fermo.
Allora il problema, si disse, doveva essere proprio nella cucina.
Guardò l’orologio.
Era passata un’ora e mezza.
Imprecò a denti stretti.
Faceva ancora in tempo.
Poteva partire di notte.
Ma non avrebbe chiamato un tecnico.
Non la settimana di ferragosto.
Non si sarebbe assolutamente fatto rapinare da nessuno.
Era bravo.
Avrebbe continuato da solo.
Controllò quanto lungo fosse il tubo e, bene, aveva spazio di manovra.
Si sollevò, si tolse la maglietta a fiori da partenza estiva e si apprestò alla grande fatica.
Spostare la cucina dal muro.
Tirò, tirò stringendo i denti con tutta la forza che aveva in corpo.
Vi aggiunse la rabbia e la frustrazione per il ritardo e quella maledetta, infine, si mosse.
Stronzissima cucina in ghisa ed acciaio, pensò rimpiangendo l’acquisto cardine di tutto il mobilio della zona giorno della sua casa.
Era riuscito nell’impresa di staccarla dal muro di quasi un metro.
Doveva solo scavalcare e controllare.
Si sedette sul lavello a mo’ di bidè e, roteando le gambe piroettò aggraziatissimo dietro la macchina infernale.
Qui lo attendeva un groviglio di tubi e fili che avrebbero spaventato il più sbruffone tra gli ingegneri.
Usò il naso come spia infilandolo in tutti gli anfratti della macchina e venendo così a scoprire quanto grasso e sporcizia si depositano in questi posti infimi.
Ormai puzzava come una costoletta di maiale in agrodolce ed aveva il viso pieno di striature delle quali non voleva conoscere l’origine.
Non c’era perdita.
Solo quel fottutissimo sentore, quella maledetta idea.
Ma non veniva da là.
Guardò per un attimo il muro dove correva il tubo andando a finire chissà dove.
Poteva sempre scavare.
Ma no, non ne valeva la pena.
Se si trovava nel muro sarebbe stata impossibile da individuare.
Sarebbe stato costretto a vendere casa.
Andare a vivere altrove.
Avrebbe comprato dei deodoranti ambientali per nascondere quella puzza di gas e sperare che gli acquirenti non si accorgessero di nulla fino al rogito.
Era disperato.
Guardava quei mobili pensando alla fatica che avrebbe fatto per portarli in una nuova abitazione.
Doveva disdire il telefono.
La luce.
Mamma mia.
Una volta aveva seguito un corso antincendio sul lavoro e ricordava che il pompiere spiegò come il gas fosse più pesante dell’aria e tendesse quindi a depositarsi sul pavimento.
Detto fatto era si trovò come un marine in Vietnam a fare il passo del giaguaro con il naso all’ingiù per tutta la stanza.
Niente.
Forse era lui che non riusciva a distinguere il pericolo dalla puzza di polvere che ristagnava.
Mea culpa, ammise, se ne fosse uscito vivo avrebbe lavato casa molto più spesso.
Il pompiere, ricordò aveva suggerito di spingere il gas fuori dalla porta di casa con una scopa.
Che stupidaggine pensò, ma poi ricordò di essere disteso a terra al centro di una cucina ormai ridotta a campo di battaglia.
Prese la scopa ed iniziò una schermaglia tra lui ed il nulla mentre mulinava in aria colpi di scopa contro l’invisibile nemico.
Il tutto con la porta di casa aperta alla curiosità di eventuali vicini che, se si fossero trovati a passare per caso da quel pianerottolo, avrebbero visto un hobbit incazzato a torso nudo roteare la scopa al centro di una cucina distrutta.
Basta, si disse, ansimando di fatica.
Il sentore era ancora là.
E lui aveva esaurito le idee.
A parte una.
Un ultimo tentativo.
Il più pericoloso ed estremo.
Ormai non gli importava più nulla di vivere o morire in quello che voleva diventasse il suo mausoleo.
Avrebbe usato il fuoco.
La fiamma gli avrebbe risposto.
Si frugò nelle tasche per tirar fuori l’accendino e rimase bloccato con la mano a mezz’aria e la mascella abbandonata a se stessa ed alla gravità.
Gas.
Puzza.
Condensa.
Era quel piccolo bastardo.
Gli si era rotto in tasca.
Aveva avuto sempre con sé la perdita.
Per questo ne avvertiva la puzza anche davanti l’ascensore.
Si guardò intorno distrutto come l’ambiente che lo circondava.
Andò lentamente verso il balcone.
Sbloccò la serranda dal rudimentale antifurto che gli avevano venduto in ferramenta quindi si affacciò.
Osservò il sole tramontare e, trattenendosi dal dire cose di cui poi la sua coscienza l’avrebbe fatto pentire, vi scagliò contro quel cosetto infernale che tanta fatica gli era costato.
Guardò l’orologio.
Era sera.
Aveva ancora tempo.
Entrò in cucina, sistemò tutto, si fece una doccia e finalmente, ormai col buio della notte calato come un sipario sulla sua avventura, chiuse la porta di casa con le valigie ad osservarlo dubbiose che fosse la volta buona.
Attraversò il pianerottolo rifacendo mentalmente la lista di tutto quello che andava messo in sicurezza o bloccato ed entrò in ascensore.
Mentre scendeva a piano terra però un pensiero si attaccò come una zecca fastidiosa al suo cervello: aveva avuto come un sentore, quasi un’idea del rumore di una goccia d’acqua che cadeva ritmicamente dentro casa…

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