Hans e il Gigante – 2

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Non aveva mai chiesto aiuto a nessuno, certo del fatto che se avesse raccontato la verità sarebbe stato sicuramente deriso e non creduto.
Inoltre c’era la seria probabilità che se qualche anziano del villaggio vicino fosse venuto a conoscenza del suo segreto, avrebbe fatto di tutto per rubarglielo ed egli avrebbe certamente vissuto il resto dei suoi giorni in quelle case che accoglievano chi aveva mente e pensieri troppo ‘colorati’.
La sua balia, poco prima di morire, gli avrebbe confessato che era cresciuto sempre solo perché i suoi genitori erano stati rinchiusi proprio in una di quelle case .
La madre e il padre erano figure che il gigante non riusciva nemmeno a ricordare: più volte aveva pensato di essere o un figlio della natura oppure un essere esistito da sempre, messo dentro a quel castello con un compito che ancora gli era sconosciuto.
Lo aveva confidato alla balia, all’epoca era solo un bambino inconsapevole di avere un segreto, e lei aveva riso dolcemente e lo aveva rassicurato dicendogli che lui era una persona come tutte le altre, solo un po’ più grande.
Gli aveva vietato categoricamente di raccontare chi e dove fossero i suoi genitori altrimenti avrebbero catturato anche lui.
Se era ancora lì ed era potuto crescere, lo doveva alla coppia che si era sempre rifiutata di pronunciare alcuna parola.
Infatti non avevano emesso più un solo suono dal momento della cattura, poiché ritenevano che quello fosse l’unico modo per proteggere il loro figliolo e per concedergli almeno una possibilità di salvezza.
Vivevano i loro anni nel silenzio, confortati dal fatto che nel mondo ci fosse una parte di loro che in qualche modo, anche se non sapevano di preciso quando, avrebbe intrapreso la propria strada per tramandare ciò che alla nascita gli era stato trasmesso dai genitori.
Al gigante premeva di fare alla balia una sola domanda.
In quel momento non gli importava del segreto perché diceva a se stesso che l’avrebbe comunque scoperto prima o poi: se si trovava all’interno di quelle mura, sarebbero state sufficienti pazienza e tenacia per cercarlo.
-Se mi hai allattato e curato al posto di mia madre, dovresti conoscere il mio nome: ti prego, dimmelo!- aveva quasi le lacrime agli occhi mentre glielo domandava e provava un po’ di vergogna perché non riusciva a ricordarlo.
A quella richiesta la donna, lo sguardo piccolo e commosso, nonostante la morsa che sentiva al cuore e il suo tempo che stava per scadere, aveva pronunciato queste ultime parole: ‘Caro ragazzo, a nessuno è permesso pronunciare il tuo nome fino a quando non sarai tu a farlo per la prima volta.
Continua a cercarlo, ma fai in fretta, dovrai riuscire a trovarlo prima che una sola parte del tuo segreto riesca a uscire da una porta ‘.
E il corpo di lei, adagiato sul letto, era scomparso all’improvviso come scompaiono le ombre quando la mattina si aprono le tende per far entrare la luce: era semplicemente svanita nel nulla.
Tutto ciò era strano perché le persone abitualmente non si dissolvono, di solito muoiono e poi vengono seppellite nel cimitero centrale dove i parenti possono portare i fiori una volta al mese, secondo le leggi vigenti del villaggio.
Il gigante aveva compreso, in quel momento, che non era certo il caso di confidare a qualcuno i suoi dubbi, tanto meno raccontare ciò a cui aveva assistito: in lui avevano messo le radici i sentimenti di rabbia, paura, indecisione e solitudine che sono di difficile comprensione per un ragazzino.
Ora doveva riposare o almeno provarci, l’indomani avrebbe preso in considerazione di ragionare sul da farsi.
*Continua*

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Barbara Bi

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