Il giardino di Halloween

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20 Ottobre 2014 Non so nulla di lui.
Nulla tranne il nome.
Matteo, detto il Matto.
Ogni volta che ho chiesto a mia mamma di parlarmi di lui lei ha accuratamente evitato l’argomento.
L’unica cosa che mi continuava a ripetere era “non ci devi parlare e non devi assolutamente avvicinarti a casa sua.” Beh, non che casa sua sia facile da raggiungere.
Non vive in città, Matteo il Matto.
Vive fuori, nei boschi.
L’unica strada che porta a casa sua è un sentiero contorto, che d’autunno si ricopre di foglie cadute.
Nessuno lo libera, quindi andarci in bici è impensabile.
Certo, anche a piedi non è una gran cosa, con quegli alberi che sembrano cercare di afferrarti con i lunghi rami sbilenchi.
E allora perché lo sto facendo? Perché mi sto avvicinando a quel luogo? La risposta la so, è molto semplice.
Matteo il Matto ha le migliori zucche intagliate del paese.
Forse le migliori del mondo.
Me l’ha detto il mio amico oggi a scuola e se lo dice lui ci credo.
Mi ha detto che nel periodo di Halloween non esiste giardino migliore da osservare e voglio bearmi gli occhi.
Il fruscio delle foglie morte è l’unico suono che mi accompagna, mentre mi addentro nel bosco.
Non è tardi, ma sembra notte.
Le chiome degli alberi ed il tempo nuvoloso non aiutano molto.
C’è anche un po’ di foschia, cosa più che normale da queste parti ma che oggi mi mette un po’ di paura.
Un’ultima svolta e ci sono.
Eccola lì, la casa del Matto.
Poco più che una baracca di legno, sembra il capanno di un boscaiolo.
Una grossa catasta di legna è appoggiata alla parete destra, mentre un grande albero, sul lato sinistro, pende e graffia le persiane semichiuse con i rami.
Il giardino, se così si può chiamare, è dismesso e sembra che nessuno lo curi più da anni.
Le erbacce hanno vinto e, gioiose, si arrampicano sui pali che un tempo servivano probabilmente per far crescere i pomodori.
Questa caricatura di un normale orto è circondata da una palizzata in legno, non molto alta.
Un portoncino dello stesso materiale è l’unica cosa che separa il mondo esterno dalla tana del Matto.
Timoroso, mi avvicino.
Le ho già viste, alte ben oltre il recinto e impalate su dei tronchi appuntiti.
Sono meravigliose.
Una foresta di zucche, sembrano guardarmi.
Davvero, non sto scherzando, sembrano vive.
I loro occhi vuoti sono pieni di energia e i sorrisi sono splendidamente terrificanti.
Incantato da quello spettacolo, non mi accorgo di una radice sporgente ed inciampo.
Mi blocco un attimo, dopo essermi rialzato.
Ascolto attentamente per verificare che nessuno mi abbia sentito.
Dopo un paio di minuti tiro un sospiro di sollievo.
Nessun rumore.
Forse Matteo non è in casa.
Il mio sguardo si perde in quello di una zucca.
Sembra che mi stia scrutando, sembra che riesca a guardarmi nell’anima.
Sembra che mi stia parlando.
Vieni, bambino, vieni, sembra dire.
I miei piedi si muovono quasi da soli.
Un passo dopo l’altro mi avvicino al recinto.
Circospetto, mi guardo intorno per vedere se c’è qualcuno e noto con piacere di essere solo.
Non so perché lo stia facendo, non riesco a fermarmi anche se so che è una stupidata.
Davanti a me c’è il portoncino.
La mia mano si allunga a toccarlo.
Con uno scricchiolio esso si apre e rivela un sentiero lastricato.
Con il cuore in gola varco la soglia.
La curiosità è troppa, voglio vedere quelle zucche da vicino.
Riesco a vedere il mio fiato mentre spalanco la bocca per la sorpresa.
Da fuori non potevo vedere, ma anche il terreno è pieno di vegetali intagliati.
Sono disposti in maniera artistica e sembrano accogliere il visitatore.
Vieni, bambino, vieni.
Un passo dopo l’altro.
Vieni.
Mi avvicino alla prima zucca che vedo.
Vieni.
Mi chino, appoggio il ginocchio destro al suolo bagnato e la mano al vegetale.
Vieni.
Abbasso il collo e scruto nell’oscurità dei suoi occhi.
La verità mi colpisce come un fulmine.
Dentro la zucca c’è una testa.
La testa di un bambino, all’incirca della mia età.
Mi fissa con gli occhi vuoti, sorride.
Matteo è un assassino.
Un assassino di bambini.
Mi alzo veloce, senza nemmeno voltarmi.
Sbatto contro qualcosa, o qualcuno.
Sento il fiato di un uomo sul mio collo, mentre un braccio forte mi stringe il petto.
Mi dimeno, scalcio, cerco di urlare ma lui mi blocca la bocca con un panno imbevuto di qualcosa.
Pian piano perdo le forze.
Gli occhi mi si chiudono e mi abbandono al mortale abbraccio di Matteo il Matto.
Un pensiero fugace, prima di svenire: vedrò ancora la luce? 20 Ottobre 2015 Sorrido.
Un sorriso radioso, divertito.
Non posso farne a meno, gli uncini che fermano le mie labbra mi impediscono qualsiasi altra espressione.
Gli aghi che mi bloccano gli occhi, poi, non parliamone.
Se fossi ancora vivo il dolore sarebbe insopportabile.
L’interno della zucca è piccolo, scomodo ed umido.
Se non altro mi ha messo in alto e non a contatto con il terreno.
E’ già qualcosa.
D’un tratto lo vedo.
Un ragazzino come lo ero io.
Anche lui attratto dalla bellezza misteriosa di questo giardino di Halloween.
Vorrei gridargli di fuggire, ma non posso.
Non esisto più, sono un oggetto che ha un solo, semplice compito.
Lo fisso, quel bambino ignaro.
Lo fisso mentre si avvicina ed apre il portone.
Nel giardino, l’ombra di uomo si muove e si prepara a colpire ancora.
Vieni, bambino, vieni.

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Redazione LOPcom

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