Breakfast at Dino’s – Parte 4: La notte di Matt

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Erano appena le tre del mattino e Matt dormiva ancora come un sasso.
All’improvviso, degli squilli: era arrivata l’ora di andare.
Aveva un lavoro importante da fare.
Si alzò di scatto, facendo cadere per terra delle bustine di droga che evidentemente aveva lasciato lì prima di addormentarsi.
La polvere bianca, fine e leggera, ornava il pavimento come fosse neve.
– Al diavolo! – imprecò lui, infilandosi i pantaloni e andando a rispondere al telefono.
– Sì?…
Oh, fratellone, stavo giusto per prepararmi.
Tra la Elmore e la Williams, OK, OK, va bene, vengo subito.
Matt buttò giù la cornetta, cercando fra la spazzatura che riempiva la stanza il suo cappotto.
– Quel rumore? – fece una voce assonnata proveniente dalle lenzuola.
– Non sarà mica stato quello della coca che si sparge a terra, vero? Miriam, la più scaltra spacciatrice di Elmore Street, era sensualmente distesa sul materasso, coprendosi a malapena seno e pube con le braccia.
Per sette volte lei e Matt si erano mollati e per sette volte si erano ritrovati.
Matthew aveva sempre ammesso di esserne psicologicamente dipendente, anche più della droga che gli procurava, e poi aveva sempre amato le scopate con le donne di colore.
Ma di recente era cambiato qualcosa: aveva notato le nausee mattutine, tutti i segnali… L’ottava volta sarebbe stata quella definitiva.
– Cazzo, Matt, questi sono tutti verdoni buttati nel cesso.
– Smettila, piccola, te l’ho spiegato che d’ora in poi i soldi non saranno più un problema.
– Allora vedi di tornare, perché quelli sono tutti soldi che mi devi per questa cazzata! Quello era il massimo del romanticismo che Miriam era in grado di dargli.
Preparatosi, Matt uscì dal suo appartamento, un buco in un condominio cadente lungo Elmore Street, senza salutare.
Percorse il corridoio.
Era quasi arrivato all’ascensore, quando fu intercettato da una donna grassa e vecchia.
Non conosceva il suo nome, ma era molto amico di suo figlio, Luke: forse un po’ troppo depresso, ma era un piacevole conversatore.
– La prego, signore, è fuori di sé.
Si è messo sul cornicione.
Continua a blaterare cose assurde sul suicidio e… – Ha bevuto? – la interruppe Matt.
– Perché se ha bevuto mi spiego molte cose.
– Sì, penso qualche birra.
– OK, ho capito dove vuole arrivare.
Mi porti da lui e risolverò la faccenda.
I due entrarono nell’appartamento che la vecchia condivideva con suo figlio.
Si fermarono davanti a una finestra da dove si poteva vedere distintamente una figura magra ed allungata appiattirsi contro il muro per evitare di cadere giù.
Luke gli aveva sempre parlato di suicidio, di morte, ma Matt non lo aveva mai preso sul serio.
“Arriverà la volta in cui mi sbronzerò troppo”, gli diceva, “e allora sì che vi pentirete di non avermi preso sul serio”.
Evidentemente il momento era arrivato.
Matt si sporse e fece un cenno all’amico perché lo seguisse, ma lui non si muoveva.
– Ehi, Luke, cosa fai? Ti butti di sotto? – Che domande del cazzo che fai, anche te! Non lo vedi? – Quel che vedo è un tizio losco che attraversa un cornicione.
Se fossi un poliziotto ti sparerei, così, per sicurezza.
– Che lo facessero, cazzo, quei piedipiatti di merda, così mi farebbero la grazia! – Dai, non dire così, rientra dentro.
Se lo fai, andiamo insieme da me, così ti faccio provare i miei sigari cubani con l’assenzio.
– No, non mi servono quelle cazzate.
Sono tutte cose materiali, e i miei problemi sono più esistenziali.
– Se ti va di fare l’erudito, allora, perché non vieni dentro e mi reciti una delle tue poesie? – No, non è più il tempo per quelle cose.
E poi fanno schifo.
Sono un’accozzaglia di banalità.
– Senti, Luke, ragiona.
Pensa alla povera Cecily.
Cosa credi che proverà quando saprà… Luke interruppe Matt con un urlo di disperazione: – Perché credi che mi trovi qui? Per capriccio? Quella troia mi ha mollato.
L’ho trovata a letto con un’altra! – Mi vuoi dire che non posso fare niente per impedire la più grande boiata della tua vita? – Evidentemente è così! – fece Luke, allontanandosi ancora di più dal suo aspirante salvatore.
– Allora – disse Matt, voltandosi di scatto – buttati pure, chi se ne frega! I secondi passarono eterni, e lo sguardo del suicida dilettante si trasformò da deciso ad attonito.
Ma come, – aveva pensato – mi lascia qui così, lui che diceva di essere mio amico? Si spostò con lentezza verso la finestra, tentando di scrutare la stanza all’interno: doveva esserci, continuava a ripetersi.
Lui era l’unico che gli voleva bene, doveva essere ancora lì.
Matt effettivamente c’era, nascosto dietro a un mobile, pronto a scattare per afferrarlo.
Uno scatto fulmineo e in pochi attimi Luke era dentro, al sicuro, tenuto con forza seduto sulla poltrona.
– Brutto frocio del cazzo, allora sei rimasto! Dai, non fare scazzi, passami la bottiglia e lasciami uscire di nuovo: ho bisogno di altro alcol per fare il grande passo.
Il pugno, forte, devastante, sconvolse la guancia destra del ragazzo, facendogli sputare sangue.
Ora Matt non scherzava più: era serio, ma soprattutto in ritardo, e a Nick non piaceva aspettare.
– Adesso stammi a sentire, filosofo da strapazzo.
Tu adesso andrai a letto a dormire, ti riposerai e domani mattina ti sorbirai anche tutti i postumi di questa cazzo di sbornia.
Andrai in bagno, una volta alzato, e guarderai il livido che ti ho fatto, e allora capirai, cazzo, che se qui c’è uno che ha una scusa per farla finita sono io.
Allora tu ti pulirai, ti raderai, e taglierai i capelli.
Forse ti metterai anche il profumo.
E, cazzo, andrai a donne come non sei mai andato in vita tua.
Ricordatelo, perché se non lo farai, quel pugno sarà solo il primo di una lunga serie.
Matt se ne andò in silenzio, e così rimase per tutto il tragitto fino all’incrocio.
Appena la vide entrò nella macchina di Nick, dal lato del passeggero.
– Dove cazzo sei stato? – gli chiese il fratello.
– Lo sai che per arrivare al punto di ritrovo ci vuole un’eternità in macchina.
– Beh, lasciamo stare, – fece lui, poggiando il capo sul sedile – è una storia lunga.
Erano ormai le quattro, e il viaggio era lungo, perciò decise di chiudere gli occhi e abbandonarsi a Morfeo.

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Andrea Teodorani

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