VERSO CASA

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Sono le nove e venti.
L’orologio del mio ufficio non ha mai sbagliato, né un minuto di più né uno di meno.
Sarei dovuta rimanere al lavoro anche domani ma non avevo per nulla voglia di fare un intero sabato di straordinario.
Ho sempre preferito terminare gli affari importanti in anticipo, a costo di tardare fino a quest’ora.
Per di più, oggi è giorno festivo.
Ma come tirarsi indietro quando si hanno responsabilità? Controllo le ultime righe che ho digitato sul foglio elettronico.
Ora posso spegnere il computer e ritenermi una donna libera, fino a lunedì mattina.
Con la borsa stretta sotto il braccio destro, la giacca del tailleur ripiegata sull’altro, spengo la lampada alogena, prendo le chiavi della macchina ed esco dalla stanza che mi ha vista impegnata per quasi dodici ore.
Chiudo la porta alle mie spalle, scendo la rampa di scale e striscio il badge.
Il custode è comodamente adagiato su una poltrona imbottita, di quelle girevoli, e ha i piedi appoggiati alla scrivania.
Per un attimo distoglie gli occhi dal libro.
Ha sentito dei rumori sospetti.
Con aria furtiva sposta il collo in avanti per osservare il piazzale del parcheggio, che, ovviamente, è deserto, illuminato da solitari lampioni.
Sono certa che è stato il rumore dei miei passi a destarlo.
Riprende tranquillo la sua lettura, che solo ora noto essere un Dylan Dog, edizione a colori.
Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che quei rumori uditi poco fa potessero provenire dalla mia direzione.
La trama del fumetto deve essere particolarmente avvincente, penso tra me e me.
Non rimane altro che schiarirmi la voce e annunciare ai quattro venti la mia presenza.
Mi fissa da sopra gli occhiali da lettura, che ora gli stanno a metà naso.
Accennando ad un sorriso, esordisce: ‘Buona sera Caterina! Ha finito anche per oggi? Posso chiudere l’intera baracca? ‘ ‘Si, Franco.
Per oggi ho concluso.
È venerdì anche per me…
anzi, quasi sabato se tardo ancora un poco! ‘.
Varco l’uscita e mi dirigo verso la mia utilitaria.
Non sarò a casa prima delle undici.
Non mi piace spingere troppo sull’acceleratore, preferisco metterci qualche minuto di più.
Ricordo sempre una frase della nonna.
Chi va piano, va sano e lontano.
Già, la nonna.
Meglio non avvisarla che rientro in anticipo.
Mi aspetta per domani sera e se sente squillare il telefono a quest’ora le prende un infarto.
Meglio farle una sorpresa, quando domani mattina si sveglierà con sua nipote accanto.
Apro la portiera centralizzata, sistemo la borsa e la giacca sul sedile posteriore e salgo a bordo.
Allaccio la cintura di sicurezza e accendo la radio, d’istinto.
Si parte, verso casa! Il tempo non è dei migliori.
La giornata si è presentata sin dal mattino fredda e uggiosa e così è stato nel pomeriggio, quando ho udito più volte il ticchettio della pioggia bussare alla mia finestra.
Alzo gli occhi al cielo, senza scorgere nemmeno una stella.
Solo la luna fa capolino da dietro un’impalpabile nuvola.
Si cela il volto, pare timida quando la osservo, manca solo che arrossisca.
Mi pento di essermi tolta la giacca, inizio a sentire freddo.
Dovrei sostare per indossarla ma non vedo aree di servizio: il rettilineo che percorro è scarsamente illuminato, sembra non avere mai fine.
Non mi rimane altro che accendere il riscaldamento, ruotando la manopola alla mia destra.
Mi soddisfa guidare perché esamino in silenzio tutto quello che mi circonda.
Spesso osservo le case illuminate e immagino cosa potrebbe accadervi all’interno.
Viaggio di fantasia quando sono sola, mi distacco dalla realtà e dimentico chi sono, cosa faccio, dove vado.
Penso ancora alla nonna, a quanto sia contenta ad avermi con lei.
È rimasta vedova prematuramente e, se non avesse me, i fine settimana sarebbe sempre sola.
Stare con lei significa sentirmi a casa.
Ho trascorso l’infanzia nel paese dove tuttora vive, Caselle.
Come tutti i piccoli borghi di campagna, l’atmosfera è ancora placida e domestica.
Qui mi rifugio per farmi coccolare.
La nonna mi chiama pulcino, anche se sono trentenne.
Cucina le patate arrosto, rosolate a puntino nella birra, i biscotti di amido, le raviole ripiene, gli gnocchi alla romana, la torta di noci e cioccolato.
Stira alla perfezione ogni tessuto, nessuna minima piega le sfugge.
Siamo in confidenza, tra noi non esistono segreti, per questo parliamo spesso nelle nostre serate, anche prima di addormentarci.
Quando ero piccola è stata lei a darmi l’abitudine di pregare prima di coricarmi, con sette preghiere sempre scandite nello stesso ordine: Padre Nostro, Ave Maria, Angelo di Dio, Gloria, Salve Regina, Eterno Riposo e Angiolino.
L’ultima era indispensabile per dormire, altrimenti, diceva, avrei faticato tutta la notte a prendere sonno.
La nonna ha credenze di ogni tipo, non solo quest’ultima.
Mi ha sempre affascinato ascoltarle perché da esse traspaiono paure d’altri tempi.
La gente utilizzava questi antidoti per difendersi dall’incertezza e, in tal modo, credeva di scampare ai pericoli.
Ma non oggi, che è l’era del coraggio, della forza, della razionalità.
Guardo il quadrante perlato dell’Omega che porto al polso.
Sono le dieci e ventisette.
Ma cos’è che mi sta attraversando la strada? Un gatto? Un fagiano? Un riccio? Ma che diavolo è? Che fa, si ferma in mezzo alla strada? Non riesco a rendermi conto di cosa si tratta che già non c’è più.
Stupido gatto, ecco cosa sembrava.
Ho frenato bruscamente e ciò mi ha consentito di evitarlo, anche se per poco non perdevo il controllo dell’auto.
Torno ad osservare l’orologio, dimenticando di averlo fatto solo un minuto prima.
Oggi è il primo novembre, il giorno dei santi.
Domani sarà quello dei morti, dedicato al ricordo dei nostri cari che non ci sono più.
A tal proposito mi vengono alla mente alcune mattine del 2 novembre trascorse a Caselle.
Ho sempre amato dormire fino a tardi, non mi è mai stato negato se non per andare a scuola.
Ma quel giorno era diverso: venivo svegliata presto, poche ore dopo l’alba.
Dovevo alzarmi e riassettare il letto in tutta fretta.
I morti dovevano tornare a dormire nelle proprie case, tra le proprie lenzuola, al fianco dei famigliari rimasti in terra.
E se qualche anima si dimostrava inquieta, inviando strani segni o creando singolari coincidenze, veniva acceso un lumino di cera candida, per placare gli spiriti.
Sorrido e penso a quanto i tempi siano davvero cambiati.
Nel frattempo mi accorgo di essere quasi giunta a destinazione, sono all’ultimo incrocio che mi porterà a casa.
Svolto a sinistra et voilà.
Parcheggio nel cortile retrostante lo stabile, scarico i pochi bagagli che mi accompagnano e chiudo la macchina.
La locanda a fianco suona musica dal vivo: stasera deve aver fatto il tutto esaurito, dato il vociare della clientela.
Povera nonna, come riuscirà a dormire? Ah già…
dimentico sempre che l’Angiolino è una ferrea garanzia per il sonno serale degli anziani! Estraggo dalla borsa le chiavi di casa e mi accingo ad aprire la porta principale.
La serratura non oppone resistenza, permettendomi subito di entrare.
La sala è buia, così come la camera da pranzo e la cucina adiacenti.
La nonna deve essere già a letto, meglio fare piano per non svegliarla.
E Lilla dov’è? Strano che non mi abbia sentita rientrare quella furia scodinzolante.
Che stia dormendo anche lei? O che stia piuttosto invecchiando? Poso le borse e la giacca sulla prima poltrona e accendo la luce nella sala da pranzo.
La mia speranza è che in cucina ci sia qualcosa di pronto, anche di freddo, purché commestibile.
Invece mi devo accontentare: solamente una tazza di latte e qualche biscotto.
Sciacquo il bicchiere usato, lo ripongo sul piano del secchiaio smaltato e mi affretto a raggiungere il piano superiore.
La giornata di lavoro comincia a pesarmi, sento le gambe gonfie e la testa mi duole.
Salgo con passo vellutato e mi svesto alla tenue luce proveniente dalle scale, nella camera che precede quella della nonna.
La vedo immobile nel letto, il che significa che sta riposando tranquilla.
Indosso il pigiama e spengo le luci.
Deve essere rimasta socchiusa una finestra della stanza perché riesco a raggiungere il letto senza problemi, nella penombra.
Lilla riposa nella cuccia rivestita di cotone scozzese.
Si scalda con uno straccio di lana bianco profilato in giallo, probabilmente fatto ai ferri.
Emette un mugugno, sembra che abbai nel sonno.
Starà sognando, l’ha fatto tante altre volte.
Alzo le coperte e mi sdraio accanto alla nonna, nella parte destra del letto matrimoniale.
Le lenzuola di flanella profumano di ammorbidente.
Subito mi scaldo e ascolto la voce della notte, proveniente dall’esterno.
Poi più nulla, finalmente mi addormento.
Stanotte ho avvertito strani movimenti, ne sono sicura.
Non provenivano dalla locanda, quelli li conosco bene: voci, schiamazzi, musica, colpi di tosse, risate.
Rumori allegri, che mi tengono compagnia.
Per prima è stata la porta dell’ingresso, con un fruscio.
Poi è stata la volta della sala da pranzo e della cucina.
E le scale? Mi è persino sembrato di scorgere una luce…
avrei dovuto andare a vedere, ma non ho avuto il coraggio.
Se ci fosse stata Caterina con me…
Il lumino che ho acceso in camera dovrebbe rimettere le cose al loro posto.
Se qualche spirito è irrequieto si placherà e tutto tornerà come prima.
O almeno lo spero.
Non ho mai riposato così bene! Dopo una giornata campale come ieri mi ci voleva davvero.
La nonna si è già alzata…
a quest’ora? Già, dimenticavo.
Vorrà fare colazione presto e andare al cimitero, dal nonno.
Chissà che felicità quando mi ha visto, qui accanto.
Vedendomi dormire così pacifica non avrà voluto svegliarmi e sarà andata cauta nei movimenti.
Ma… cos’è quel lumino? Come mai è stato acceso? Nonna? Nonna? Nonna? Che starà facendo per non sentirmi? Meglio che scenda a controllare…

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Caterina Paltrinieri

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