Malinteso

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Erano le 23:00 e la mia giornata lavorativa era appena giunta al termine.
Ero stanco, stanco morto: avevo lavorato sui progetti per un nuovo carcere, ma ogni volta che riuscivo a progettarne uno perfetto il mio capo riusciva a trovare qualche imperfezione.
Sembrava un incubo.
Alla faccia di chi sostiene che il lavoro di architetto sia facile.
Ma finalmente ero a casa.
Mi appoggiai lentamente sul portone e girando il pomello mi lasciai trasportare dalla porta fino all’interno del mio dolce condominio: ora che ero dentro non mi rimaneva altro che chiudere la porta e…
Le scale – diavolo! – come avevo fatto a non pensarci? L’ascensore era fuori uso, non potevo fare altro che trascinare le mie gambe malconce attraverso gli scalini.
Sembrava una montagna invalicabile, almeno per me a quell’ora: più camminavo e più quei dannati gradini sembravano aumentare.
Ma finalmente ecco il mio piano, ecco la mia porta di casa.
Al buio la scandagliai con la mano per trovare la maniglia, ma non c’era, era sparita, o almeno sembrava sparita.
Stanco mi appoggiai alla porta ed essa si spalancò: per qualche strana ragione era già aperta.
Possibile che quella mattina mi fossi dimenticato di chiuderla? ‘No’, pensavo, ‘ricordo benissimo di averla chiusa’.
Entrai lentamente e chiusi la porta, che subito si riaprì.
Bah, non avevo voglia di iniziare una scaramuccia con la porta che già mi aveva creato problemi, allora avanzai per la stanza a luci spente, confidando sul ricordo perfetto della disposizione dei mobili.
‘Aargh’, urlai.
Avevo urtato un baule.
Ma non c’era nessun baule in casa mia, e comunque non nel soggiorno.
Ma non mi importava: ignorando il dolore entrai nella camera da letto.
Ah, al momento non desideravo altro che appoggiare la testa nel cuscino del mio squallido letto singolo, nel mio squallido appartamento da scapolo.
Mi buttai sul letto pregustando già la dolce sensazione del contatto con un fresco cuscino…
ma c’era qualcosa che non andava: il letto mi sembrava più grande, come un letto matrimoniale.
‘Mah, sarà solo la mia immaginazione, l’effetto della stanchezza’, pensai, ‘si sa che la stanchezza fa brutti scherzi’.
Mi addormentai beato, ignorando il brusco risveglio che mi attendeva.
‘Svegliati’, sentivo.
‘Svegliati e seguici in centrale, giovanotto’.
Mi alzai quasi automaticamente senza seguire la mia coscienza, che insisteva perché io rimanessi a dormire: ancora non avevo realizzato cosa mi stava succedendo.
‘Ti sei introdotto senza permesso in questo appartamento; non sembra tu abbia commesso altri reati, ma devi comunque seguirci’.
Ora realizzai la situazione.
‘Come?’, urlai, ‘ questa è casa mia! L’appartamento numero otto del condominio!’.
Mi trascinarono fuori ridendo.
Guardai il numero dell’appartamento: corrispondeva, ma sul campanello c’era scritto che apparteneva alla famiglia Scacciacane.
‘Impossibile, impossibile, vi dico!’, sbraitai, ‘sono Alberto Cacciaguerra, abito in quell’appartamento! Chiedete ai condomini, ve lo confermeranno!’.
Mi voltai verso la porta dell’appartamento numero sette: era mezza aperta, e dalla piccola fessura si potevano scorgere gli occhi e una mano della vedova Fagioli.
Lei era sempre gentile con me, avrebbe confermato la mia versione! ‘Glie lo dica, signora, glie lo dica!’.
Spaventata, chiuse la porta.
‘E’ un’ulteriore conferma, amico, tu ora verrai con noi’.
Mi arresi ai poliziotti e mi lasciai portare in centrale.
Lì mi interrogarono per ore ed ore ed ore, e io continuai a ripetergli sempre le stesse cose: ‘Mi chiamo Alberto Cacciaguerra, ho quarantacinque anni, sono un architetto’.
Fecero ricerche di ogni sorta ma a loro dire un Alberto Cacciaguerra di quarantacinque anni a Cesena non esisteva.
Iniziai a tenere un diario per tutte quelle settimane di interrogatori ed ho continuato anche per tutti questi anni passati nell’istituto di igiene mentale.
Non posso fare altro che arrendermi all’evidenza: sono un pazzo, sono un pazzo che crede di essere una persona che non esiste.
Avevo delle speranze in centrale, ma quando aprirono la mia valigetta e vidi con i miei occhi che lì dentro c’erano solo stracci e giornali di qualche anno prima cominciai a dubitare di me stesso: chi ero? Quanti anni avevo? Che lavoro facevo? Chi erano i miei genitori? Dove vivevo? Dei quesiti a cui non potevo rispondere.
Ora sono qui in questa stanza di manicomio.
Sono stanco come quella sera, stanco.
Mi accascio a terra, non riesco ad arrivare al letto…
Chiudo gli occhi…
Dormo…
Sento un rumore, come quello di una sveglia.
Apro gli occhi, mi alzo.
Sono nel mio appartamento.
Come? Mi sono addormentato in manicomio ed ora…
Apro la porta che collega la stanza da letto al salotto.
‘No!’.
Ci sono dei corpi sul pavimento, un uomo e una donna, morti: i coniugi Scacciacane.
No, no, no, non va bene! Prendo il telecomando e accendo il televisore, non so perché.
Le notizie che sento purtroppo non mi rassicurano: ‘Un uomo con gravi problemi psichici è fuggito la sera scorsa da un istituto di igiene mentale cesenate; il soggetto è instabile e pericoloso’.
Sento le sirene della polizia.
Devo scendere e spiegare che è un errore, tutto questo è uno stupido malinteso.
Attraverso le scale velocemente, apro la porta senza preavviso, sento degli spari: le pallottole mi oltrepassano il corpo, percepisco i muscoli lacerarsi, il battito del mio cuore rallentare.
Lascio cadere qualcosa dalla mano destra.
Un coltello? Impossibile, come ho fatto a non accorgermene prima? Mi guardo le mani mentre cado in ginocchio: insanguinate.
Come è possibile? Mi volto verso i poliziotti mostrando un sorriso di sangue: ‘E’ tutto un malinteso’, dico, ‘un malinteso’, stessa cosa che ripeto mentre un poliziotto mi spara in mezzo agli occhi.

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Andrea Teodorani

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