Il condannato

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La luce debole della luna passa oltre le sbarre della finestra della mia piccola cella che per dieci anni è stata la mia casa.
Ogni giorno, ogni singolo giorno, maledico il mondo, Dio o qualsiasi altra ‘entità superiore’ che ha deciso di farmi superare la notte vivo.
Se, come dicono i miei carcerieri, esiste una provvidenza, esiste una qualche divinità, soltanto un Dio sadico e folle potrebbe accettare tutto questo.
Solo un animale accetterebbe di osservare immobile le sofferenze a cui quelle bestie sottopongono me e molti altri che hanno avuto il coraggio di esprimere le loro opinioni.
Le mie ferite, oramai interamente infettate, mi rendono ogni secondo un inferno, ma la stanchezza è troppa, è davvero troppa.
Gli occhi mi si chiudono.
Chiunque tu sia, se ci sei, ti prego, uccidimi.
Una chiave gira nella serratura.
La porta si apre.
Un carceriere.
In altre situazioni combatterei, ma è da troppo, troppo tempo che questa storia va avanti.
Lui mi si avvicina minaccioso con in mano il manganello di ordinanza, in caso io opponga resistenza.
Io non lo farò e lui lo sa bene.
Ma non gli importa.
Mi sferra un colpo in petto, giusto per il gusto di essere generoso, e mi solleva come se fossi un semplice cuscino.
E’ inquietante pensare che solo qualche anno fa il peso morto che questa guardia sta portando in spalla era un uomo, forte e pieno di vita.
Una ferita mi si è aperta.
Il sangue sul pavimento bianco cade copioso.
Svengo.
Uno schiaffo mi riporta di nuovo in un mondo di terrore e sofferenze.
La corte.
E’ da quando mi hanno rinchiuso in quella bara che chiamano cella che sogno di poterla vedere, la fine di questo incubo.
L’alto inquisitore, dall’alto della sua postazione, mi guarda disgustato.
Fa un cenno alla guardia, che mi trascina più vicino.
Quel vecchio che ha il coraggio di farsi chiamare giudice, puzza di incenso e ottusità.
La mia intolleranza ad entrambe mi fa rigurgitare.
Il processo è momentaneamente sospeso.
Dannazione! – Il Papato vi ha accolto a braccia aperte, vi ha dato una casa in un mondo ormai morto che voi avete contribuito a spegnere, vi ha dato terra feconda invece di fame, acqua potabile invece di veleno radioattivo.
Vi ha dato la fede, la speranza.
E voi come lo ripagate? Adulterio, blasfemia, ateismo.
Il suo più grande errore è stato pensare che la libertà di pensiero e di parola avesse posto nel piccolo angolo di pace che il clero, e soltanto il clero, ha creato.
La pace è il frutto dell’assenza di dissenso, il dissenso è frutto della libertà di pensiero.
La sua condanna ormai è certa, ma le voglio dare un’ultima possibilità per pentirsi.
Si aspettano che pianga, che mi metta in ginocchio e li preghi di non uccidermi, che rinneghi tutta la mia vita e tutto ciò in cui credo.
Le forze mancano, non riesco a ribattere alle atrocità uscite dalla bocca dell’inquisitore: mi rimane un’ultima scelta.
Lo sputo, un misto di saliva e sangue, non raggiunge il volto del giudice, ma svolge il suo ruolo.
L’inquisitore infuriato mi condanna a morte e mi addita come senza speranza, ma io non lo ascolto.
Morirò, finalmente morirò, e il mio cuore scoppia di gioia, non perché lo farò da martire, non perché lo farò rivendicando il mio status di uomo libero, ma perché dopo tanto, troppo tempo abbandono questa farsa che è diventata la mia vita.
Il nulla mi accoglie; spero che stavolta sia per sempre.

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Andrea Teodorani

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