Al di là del mare

0
()

L’odore era lo stesso: legno antico.
Rebecca lo avvertì non appena mise piede nel vialetto d’ingresso, armata solo di un piccolo trolley.
Non era cambiato nulla rispetto all’ultima volta che era stata là.
Ogni dettaglio era rimasto incastrato in un tempo macerato tra ricordi e vecchie nostalgie.
Si morse le labbra, traendo un respiro profondo.
Le narici furono impregnate anche dal profumo delle siepi e da quello di erba bagnata.
Accelerò il passo, i tacchi dei sandali echeggiavano nel silenzio del quartiere.
Al suo fianco, villette a schiera e giardini.
Dietro, in fondo, tra gli alberi, il mare.
Un mare azzurro, quasi confuso al cielo e alle nuvole.
La promessa di tutti i suoi sogni.
Corrucciò la fronte, il cuore palpitò.
Varcò la soglia di un cortile.
Si fermò.
A pochi passi da lei, un pergolato con un forno a legna consumato dagli anni.
Sul lato opposto, una casa con una scala in pietra e un tetto spiovente, quello dove da bambina amava arrampicarsi per guardare le stelle.
Prese dalla tasca dei jeans un mazzo di chiavi.
Lasciò il bagaglio accostato al muro e salì in casa.
Non appena si trovò di fronte la porta, il fiato le morì tra i polmoni.
Le gambe minacciarono di cederle.
Per non crollare, si appoggiò alla parete.
Chiuse gli occhi.
Le sembrò di cadere, graffiata da un ricordo forte quanto il presente o forse di più.
È sul ciglio di una camera Rebecca.
Con le mani strette sui fianchi, tiene gli occhi fissi davanti a sé.
Non si muove eppure trema.
Trema vistosamente e non parla, intrappolata nei suoi diciotto anni.
Osserva, quasi senza fiato, sua madre Paola seduta davanti lo specchio del comò.
Con gesti meccanici e lenti si pettina.
Sebbene siano a luglio inoltrato, indossa una camicia a manica lunga e una gonna di lana.
È il suo modo di difendersi dal mondo.
Il viso è scavato dalle rughe, la bocca si stringe e rilassa ogni volta che districa un nodo.
«Mamma…» Alla fine, Rebecca trova il coraggio di rompere il silenzio.
Paola non risponde, continua a pettinarsi senza dire nulla.
«Mamma…» ripete la ragazza, trattenendo a stento un moto di pianto.
La donna prosegue a tacere.
Il rumore di una porta aperta fa voltare Rebecca di scatto.
All’ingresso, inondato dall’accecante luce di mezzogiorno, c’è un ragazzo.
Ha il viso pulito, di chi vede il mondo per la prima volta.
Rebecca deglutisce e non muta di un millimetro la sua posizione.
Lui si porta un dito sulle labbra, facendole cenno di tacere.
Poi, con un movimento del capo indica l’esterno.
Lei annuisce e si lascia scivolare a terra, con la schiena contro lo stipite.
Paola, in un gesto più deciso, si strappa una ciocca di capelli e la osserva cadere con occhi vuoti.
Rebecca sobbalzò, scacciando via quel brandello di passato rimasto sospeso tra pelle e cuore.
Si girò alla porta d’entrata nascosta da una tenda strappata in più punti e scossa dal vento.
Incerta, infilò la chiave nella toppa e si addentrò in casa.
Subito, l’odore di legno, quello dei mobili e degli infissi, manifestò la sua presenza.
La ragazza si guardò intorno.
Teli bianchi coprivano il divano e il resto degli arredi.
Fili di luce, sottili e fragili, penetravano dalle persiane e lambivano il pavimento.
Rebecca non si stupì di come là gli anni avessero smesso di scorrere, restando imprigionati a quel giorno d’estate.
Sorrise amara.
Anche lei era rimasta incatenata a quel momento, nonostante avesse messo un mare e centinaia di chilometri tra se stessa e il paese.
Nonostante fosse scappata, rinunciando alla sua ipotesi di felicità.
Sedé sul sofà, piegò il busto in avanti e si coprì il viso con le mani.
Un alito di vento, intriso di salsedine, spazza via i capelli di Paola.
Rebecca piega una gamba al petto.
È sempre rivolta all’entrata.
Il ragazzo, su un lato dell’ingresso, aspetta, a braccia conserte.
Picchietta un piede sul pavimento.
Solleva gli occhiali dal naso e si strofina gli occhi.
Una voce emerge nella quiete.
«È qui!» Paramedici con una barella e poliziotti entrano in casa.
Rebecca alza gli occhi al soffitto.
La bocca si storce in un’espressione di acerba sofferenza.
Sulle guance scorrono lacrime.
Paola si volta all’ingresso.
Segue i movimenti degli uomini.
Li scorge inoltrarsi in cucina.
Sostano a lungo nella stanza.
Nessuno fiata.
Quando escono, trascinano con loro, sulla lettiga, un uomo chiuso in un sacco di plastica.
La donna è turbata da un brivido.
Il volto si distorce nell’orrore.
Porta le mani sulle guance.
Affonda le unghie nella carne.
Un lamento le sale sulla punta delle labbra e si perde tra le pareti della camera.
Acquisisce forza.
Ora grida Paola, piange e sembra voglia strapparsi la faccia.
Rebecca sobbalza, fissa la madre per un istante lungo, eterno, un istante che le resterà incagliato nell’anima per il resto della sua vita.
Poi si alza e la raggiunge.
La circonda con le braccia e l’accosta a sé.
Si siede a terra con lei e le fa nascondere il viso nel petto.
Rebecca tolse le mani dal volto, puntando l’attenzione alla cucina, confinante con la sala.
La polvere si era annidata ovunque.
Fece una smorfia.
Il pavimento portava incisi i segni, le strisciate della barella.
Ebbe addirittura l’impressione di vederci le impronte dei paramedici e dei poliziotti.
Un rumore di passi le fermò il respiro.
Non si mosse.
«Giulio…» bisbigliò.
Dietro di lei, il ragazzo, fermo sulla soglia, la guardava in un misto di stupore e sofferenza.
I suoi lineamenti erano rimasti quelli di sempre, come la sua innocenza.
Il tempo si era sospeso persino per lui, legandolo ai vent’anni di allora.
Neanche gli occhiali aveva cambiato.
Piccoli e leggeri, gli incorniciavano i grandi occhi nocciola.
«Mia madre ti ha vista arrivare ma io non volevo crederci.» Fece un passo avanti, fermandosi a poca distanza dalla donna.
«Ho dovuto controllare.» Rebecca tacque qualche minuto.
Dopo, prendendo un ampio respiro, si voltò.
Appena i suoi occhi azzurro cielo inciamparono in quelli di Giulio, la scheggia di dolore conficcata in mezzo al cuore prese a pulsare con cieca determinazione.
«Mamma è morta e io posso finalmente dare via questa casa.» «Quando è successo?» Rebecca si scansò una ciocca color miele dietro un orecchio.
«Tre giorni fa.» Alzò le spalle.
«Spero che adesso sia in pace.» «Non si è mai ripresa da quel giorno?» «No, pensavo che al di là del mare sarebbe stata meglio ma mi sbagliavo.» Giulio si grattò la nuca, osservando Rebecca.
Era sempre la ragazza dallo sguardo altrove.
La ragazza che gli era sfuggita dalle dita.
«Ti ho cercata tanto.» «Ho cambiato anche numero, oltre che città.» Rebecca si alzò, aggiustandosi la maglietta sui jeans.
«Te l’avevo detto, mi sembra.» «Sì, ma che c’entra?» Giulio spalancò le braccia con esasperazione.
«Mi hai liquidato come se non t’importasse niente di me!» «Sai che non è così.» «No, non lo so, Rebecca.» Rebecca si scansò i capelli indietro.
Si chiuse nel silenzio.
«E non sono mai riuscito a smettere di aspettarti.» Sussultò alle parole del ragazzo.
La gola si seccò, mentre un brivido l’attraversò sulla schiena, rievocandole sulle dita il ricordo del loro addio, dell’ultima carezza che aveva lasciato sulla sua guancia.
Giulio esitò.
Alla fine, l’abbracciò, baciandola sulla testa.
Rebecca non accennò alcun gesto, paralizzata nel suo stesso respiro.
Con la coda dell’occhio, infilò lo sguardo in cucina.
Dondola il corpo di un uomo, appeso alla cinghia dei pantaloni legata a una trave del soffitto.
Il padre di Rebecca.
Lei è sulla soglia, incapace di fare o dire qualsiasi cosa.
Sua madre è aggrappata ai pantaloni del marito, gli occhi spalancati, vitrei.
La bocca secca, la voce, un guaito.
Lo fissa e sembra in attesa che si svegli.
Rebecca sollevò le braccia e le avvolse intorno alla vita di Giulio.
Affondò il viso nel suo petto.
L’odore di legno fu sostituito da quello di lui, un profumo altrettanto familiare.
L’unico ad esserle mancato.

Leggi anche  I coniugi stranieri

 

Ti è piaciuta questa pubblicazione?

Clicca per valutare

Valutazione media

Vuoi essere il primo a valutare questa pubblicazione?

Se ti è piaciuta questa pubblicazione...

Ci dispiace che questa pubblicazione non ti sia piaciuta

Cosa non ti è piaciuto di questa pubblicazione?


Elisabetta R Brizzi

Nessuna descrizione.

Lascia un commento