Confusione

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Il ticchettio dell’orologio, lo squillare dei cellulari, il vociare dei pendolari: la stazione era caotica e affollata.
Una babele di viaggiatori fastidiosi e un ammorbante conglomerato di preoccupazioni.
Di norma non frequentava questi luoghi.
Era più avvezzo a quella giungla urbana che erano i bassifondi; lì non aveva bisogno di vestiti buoni per dimostrare ciò che valeva.
Fra la feccia bastava poco perché il rispetto e il timore che gli altri provavano per lui lo seguissero come un’ombra.
Un pesce grosso in una piccola boccia.
Le 14:15.
Gli occhi gli cadevano continuamente sull’orologio da polso, unico indizio che avrebbe potuto rivelare ad un attento osservatore la sua agitazione.
Doveva essere lì già da un pezzo.
Forse un contrattempo? Di norma gli avrebbe fatto pagare ogni secondo di ritardo.
Ma il casino che era successo rendeva necessaria la sua presenza, incolume.
Le 14:55.
Dall’orologio lo sguardo si spostò leggermente sulla gonna cortissima della ragazzina davanti a lui.
Seduto sulla panchina, se si sforzava abbastanza, poteva vedere… Non sapeva perché fosse così.
Non sapeva perché gli piaceva fare certe cose.
Lui non pensava, lui agiva, e forse era per questo che a Johnny non era andata a genio mandare lui ad aspettarlo.
Aveva già fatto fin troppo, ma la situazione era tragica, ed anche un solo uomo era indispensabile.
La ragazzina, 16-17 anni al massimo, si voltò e lo salutò.
Ricambiò il saluto.
Se non ci fosse stata tutta quella gente l’avrebbe già uccisa.
Il fischio del treno, il fumo, la calca.
Era stufo di quella merda, ma presto se ne sarebbe andato: il suo uomo era arrivato e tutto si sarebbe risolto.
Le porte si aprirono, lasciando uscire una fiumana di pendolari che pareva un gregge di pecore belle grosse.
Una figura di media statura e dal fisico ben piazzato gli si fermò davanti, squadrandolo con attenzione.
Quell’uomo, vestito con abiti firmati e con il volto ornato da baffetti, che gli davano un’insopportabile aria da snob, sembrava averlo riconosciuto, ma continuava ad esitare, più per prudenza che per paura.
Allora decise di togliersi ogni dubbio: – David Slater? – E’ il mio nome – rispose l’altro, rimanendo seduto sulla panchina.
Sul volto dell’ometto baffuto fu abbozzato un sorriso: – Sono William “Fixer” Blake.
Penso sia ora di parlare del motivo per cui sono qui.
I due si diressero verso la macchina con il passo affrettato.
Gli aveva raccontato tutto, tutto ciò che era successo, e il suo volto spavaldo si era improvvisamente impallidito.
Quel tizio era lì per risolvere un problema, un problema più grande di ciò che si aspettava.
Entrati nella vettura, David mise in moto, cominciando il percorso per raggiungere Johnny, alla baita.
Dopo tutto quel rumore si sarebbe goduto un po’ di silenzio.
Ma Will aveva piani differenti.
– Fammi capire bene, – sbottò lui – vi si presenta un’occasione d’oro, uno dei pochi lavori nella storia del crimine alla cui fine si può dire di essere a posto per tutta la vita, e commettete un errore del genere? Will si aspettava una risposta, ma David non lo soddisfò.
– E’ un errore da dilettanti, David – continuò lui – Capisci, sì o no? Vorrei tanto sapere chi è il coglione che ha fatto una cazzata di dimensioni così colossali! David continuò a non rispondere, limitandosi a lanciargli uno sguardo che valeva più di una confessione completa.
– Non ci credo! – La voce di Will si tramutò in una fragorosa risata: – Mi hanno messo nelle mani di un deficiente, un vero e proprio deficiente.
David continuava a non rispondere.
– Che c’è? Non mi rispondi più? Non ti sarai mica tagliato anche la lingua? – lo sbeffeggiava.
– Prima, quando dovevi descrivere quella merda che hai fatto, mi sembravi capace di parlare! L’ometto continuava a blaterare, inventandosi per lui ogni tipo di nuovo insulto.
Se non ha le palle per risolvere la situazione – pensava David – può dirlo subito, senza rompermi i coglioni.
Le parole lo travolgevano, mentre tentava di distrarsi guardando incautamente il paesaggio intorno a loro.
Sarebbe stato un lungo viaggio.
Le capanne abbandonate tra gli alberi, la strada che da asfaltata si fa di molle fango, l’uccello, lo scoiattolo, il lupo, la pioggia, la pistola.
Lo sguardo fisso sulla pistola.
E smise di pensare.
Un logorroico fracasso lasciò spazio alla quiete del bosco.
David non sapeva perché fosse così, ma la cosa al momento non lo toccava.
Non gli importava più di Johnny, né di tutto il resto.
Un po’ di mero e sano silenzio gli bastava e avanzava.

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Andrea Teodorani

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