Non tutte le donne vengono per nuocere

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Davide Tentoni stava festeggiando il suo ottantaquattresimo compleanno nella sua bella casa a Faenza, dove era nato nel 1930.
In questa città aveva sempre vissuto e non intendeva certo cambiare ora che aveva raggiunto una età così importante.
Nella sua lunga esistenza non era mai stato molto fortunato nei rapporti con le donne più importanti della sua vita e spesso si era chiesto se questo accadeva solamente perchè era particolarmente sfortunato o se dipendeva da qualcosa che non andava in lui.
La prima donna fondamentale, come capita a tutti, era stata sua madre Geltrude.
Con lei non era mai riuscito ad instaurare, e non certo per colpa sua, un rapporto d’amore come succede normalmente tra genitore e figlio.
Non ricordava un solo episodio positivo, mentre di momenti negativi poteva elencarne per giorni interi.
Spesso gli tornavano in mente i giorni della scuola materna.
Quando il pomeriggio arrivavano per portare a casa i bambini, tutte le mamme prendevano in braccio i propri figli, li coccolavano, li accarezzavano e li baciavano.
Ogni mamma diceva alle maestre: “Sono venuta a prendere mio figlio” con un tono che lasciava trasparire gioia e si informava sul comportamento tenuto dal figlio durante la giornata, poi se ne andava col bambino in braccio.
Sua madre invece ripeteva sempre la stessa frase: “Sono venuta a ritirarlo”, come se si trattasse di un pacco e, appena gli era vicino, senza alcuna dimostrazione di affetto, lo prendeva per mano e lo trascinava via come si fa con un trolley.
A casa, mentre i suoi coetanei si divertivano giocando, lui era costretto ad aiutare la madre nelle faccende domestiche.
Naturalmente non riceveva mai gratificazioni per questo, ma solamente rimproveri se non portava a termine correttamente i compiti affidati.
Alla madre rimproverava anche la scelta dell’uomo che aveva sposato, suo padre Mario, bracciante agricolo, che si era sempre disinteressato di lui perchè alla famiglia preferiva l’osteria dove passava il tempo, quando non era al lavoro, giocando a carte e bevendo come una spugna, tanto che era sempre ubriaco.
Per tornare a casa a dormire, a causa dell’andatura zigzagante, raddoppiava quasi la distanza che separava l’abitazione dall’osteria.
A causa di questo suo vizio a lavorare faceva, come si usa dire, quello che poteva.
Un giorno, mentre era impegnato a stendere letame nei campi gettandolo dal carro sul quale si trovava, le gambe non lo avevano retto ed era caduto sul concime.
Per rialzarsi si era rotolato, sporcandosi talmente che, anche volendo, non avrebbe potuto fare di peggio.
Quando, la sera, era tornato a casa per mangiare puzzava talmente che la moglie gli aveva impedito di entrare, invitandolo ad andare a lavarsi nel fiume che distava pochi metri.
Mario era morto quando Davide aveva appena sei anni, rendendo totale e definitiva la sua assenza.
La madre, a seguito della scomparsa del marito, era diventata ancora più arcigna.
La seconda donna con la quale Davide aveva avuto un rapporto insoddisfacente era Cesira, la maestra delle elementari.
Sin dalla prima volta che l’avevano vista, lui e i suoi compagni, erano rimasti impressionati dallo sguardo.
La donna era strabica per cui non si capiva mai dove stesse guardando, causando forte disagio negli alunni.
Oltre al difetto visivo aveva anche un pessimo carattere.
Era sempre di cattivo umore e urlava per un nonnulla.
Anche i metodi educativi non incontravano i favori dei ragazzi.
Si aggirava continuamente tra i banchi, controllando con attenzione e quando notava errori, macchie sulle pagine dei quaderni causate dall’inchiostro o qualsiasi altra cosa ritenuta negativa colpiva con forza le mani dei colpevoli col righello di legno.
A renderla ancora più sgradevole contribuiva l’alito terribile dovuto all’abbondante utilizzo che faceva, quando cucinava, di aglio e cipolla.
Inoltre mangiava molto spesso fagioli e, purtroppo, falliva di frequente il controllo dei noti effetti collaterali provocati dai legumi.
Quando, terminati i cinque anni delle elementari, la madre gli aveva detto che aveva studiato a sufficienza e che era giunto il momento di andare a lavorare, aveva accolto la notizia come una liberazione.
Dover subire la madre a casa e la maestra a scuola per cinque anni era stata una prova molto impegnativa e non sarebbe stato in grado di sopportare altre insegnanti scorbutiche.
Davide aveva trovato lavoro presso la falegnameria di Gastone, un uomo di quasi sessant’anni che era conosciuto da tutti come gran lavoratore e buonissima persona.
Il ragazzo si era da subito trovato molto bene e si era impegnato moltissimo per imparare il mestiere nel più breve tempo possibile.
La paga settimanale era soddisfacente col solo inconveniente che finiva tutta nelle mani della madre Geltrude.
Il ragazzo aveva accquisito rapidamente le competenze necessarie e dopo tre anni era in grado di portare a termine qualsiasi prodotto, compreso anche mobili dalla forma particolare, in assoluta autonomia.
In certi casi era Gastone che chiedeva consiglio a lui, riconoscendogli una innata abilità e capacità decisamente superiori alle sue.
Quando Gastone aveva deciso di andare in pensione, Davide aveva rilevato l’attività e assunto alcuni ragazzi per poter incrementare il fatturato.
All’epoca aveva solamente venti anni ma era già molto conosciuto ed apprezzato, tanto che di lavoro ne aveva anche troppo.
Era stato in quel periodo che si era fidanzato con Maria, una splendida ragazza conosciuta una sera in una balera.
Con lei Davide si trovava molto bene ed era felice, tanto che aveva deciso di sposarla e, dopo due anni di fidanzamento, nella chiesa di Reda, il paese vicino a Faenza dove abitava Maria, si era celebrato il matrimonio.
Dopo un anno era nato Pietro, uno splendido bambino, e Davide si sentiva al settimo cielo.
Finalmente stava dimenticando tutte le angherie che la madre, morta due anni prima, lo aveva costretto a subire.
Aveva una vera famiglia, una famiglia come quelle che tanto aveva invidiato ai suoi coetanei quando era bambino.
La bella favola si era interrotta bruscamente quando Pietro aveva due anni.
Maria si vedeva molto bella e riteneva ingiusto non consentire ad altri uomini di godere delle sue grazie.
Aveva così iniziato ad uscire quasi tutte le sere, cambiando molto spesso il cavaliere che l’accompagnava a ballare.
Dopo sei anni aveva dato a Davide altri tre figli (due bambine e un maschietto), dati nel senso di consegnati per accudirli qualche giorno dopo il parto, visto che neppure lei sapeva con certezza a chi imputare la paternità.
Dopo aver tentato più volte di convincere Maria a cambiare abitudini, a dedicarsi alla famiglia e ai figli e a smetterla con quel tipo di vita, alla fine Davide si era arreso.
Si era convinto che non avrebbe mai avuto una relazione normale con una donna e aveva deciso, con molto dolore, di separarsi dalla moglie.
Maria lo aveva accusato di essere un egoista, di saper pensare solamente a se stesso, aveva inveito contro di lui vomitandogli addosso accuse prive di fondamento ma, alla fine era andata via lasciandogli tutti i figli.
Davide li aveva cresciuti in modo corretto, dando a tutti la possibilità di seguire il ciclo di studi preferito.
Il risultato era stato ottimo: i quattro ragazzi si erano tutti laureati e lo avevano ringraziato per questo.
Non aveva più tentato di allacciare relazione affettive, anche se ne sentiva parecchio il bisogno, fino a quando, raggiunto il traguardo delle ottanta primavere, aveva deciso di assumere una badante per farsi aiutare in casa.
I figli avevano le loro famiglie e, con tutta la buona volontà, non riuscivano ad aiutarlo a sufficienza, anche perchè abitavano tutti a diversi chilometri di distanza.
Dopo aver raccolto informazioni ed aver parlato con diverse aspiranti, aveva deciso di assumere Ewa, una donna polacca di sessant’anni, vedova, costretta dal bisogno ad abbandonare la sua casa in cerca di lavoro.
Ewa si era dimostrata molto brava ed efficiente, andando oltre le normali mansioni di una badante.
Davide con lei si mostrava generoso, aggiungendo ogni mese un’integrazione al salario previsto.
Dopo due anni di convivenza, anche se cercava di negarlo, si potevano considerare una coppia di persone mature, anche se non erano ufficialmente sposati.
Un po’ alla volta il suo muro di diffidenza si andava sgretolando: Ewa lo trattava sempre con affetto ed era sempre disponibile.
Un mese prima di compiere gli ottanquattro anni il sindaco di Faenza aveva celebrato le nozze alla presenza di figli, nuore, generi e nipoti di Davide e dei due figli di Ewa che erano giunti appositamente dalla Polonia.
Il giorno del compleanno Ewa aveva organizzato una festa a sorpresa invitando i familiari e qualche amico nella bella casa di Faenza.
Davide, commosso per la gradita iniziativa si era lasciato andare ad una frase che aveva divertito tutti: “Credo di poter affermare, senza temere di essere smentito, che non tutte le donne vengono per nuocere”.
Detto questo aveva abbracciato e baciato Ewa.

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Andrea Menegon Tasselli

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