Angie (Una Porta per l’Inferno)

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La luce del semaforo passò dal rosso al verde e i pedoni ammassati ai lati della strada iniziarono svelti ad attraversarla.
Angie si fece largo fra la calca di giacche scure e ventiquattrore come meglio poté.
Indossava un completo color crema e dei tacchi troppo alti per una giornata di lavoro, ma quello era il suo primo giorno nella nuova compagnia e voleva fare bella impressione.
Raggiunse il marciapiede appena prima che le auto riprendessero il controllo della carreggiata e si diede uno sguardo intorno: l’alto edificio squadrato, sede della North Co.
era ormai a meno di un isolato di distanza e incombeva su di lei e su tutti i passanti come un obelisco di vetro e acciaio.
La luce ancora tiepida del mattino pareva ammorbidirne le linee, dando colore alle vetrate altrimenti di una limpidezza glaciale.
La donna faceva ancora fatica ad assimilare l’idea di essere ad un passo dalla svolta che tanto aveva atteso nella sua vita: finalmente un lavoro degno di lei, in una città piena di promesse e di sbocchi.
Se pensava al piccolo paese ai margini della civiltà dove era cresciuta le veniva da ridere.
Ogni tanto le sembrava tutto un sogno, e quasi si convinceva che qualcuno l’avrebbe additata come un’estranea e lei sarebbe stata cacciata via, di nuovo dalla polvere senza nome e senza gloria che aveva generato lei e tanti come lei.
Scacciò quei pensieri: doveva essere risoluta e determinata.
Il destino le stava offrendo una grossa chance, non poteva sprecarla in inutili paranoie.
Così si rimise in cammino, gli occhi fissi sul gigante immobile che si avvicinava ogni passo di più, fino a riempire la sua visuale.
Passò attraverso una delle tante porte scorrevoli dell’ingresso, lasciandosi immediatamente dietro i rumori del traffico e della gente per strada.
L’atrio era ampio e dal soffitto alto; gente in giacca e cravatta vi si muoveva senza sosta, spostandosi da un punto all’altro come polvere nell’aria.
Sparsi senza un apparente schema c’erano divanetti di pelle e poltrone attorno a piccoli tavoli di vetro, in compagnia di numerose piante alte e dalle foglie sottili.
Mosse qualche passo, incerta e un po’ spaesata, alla ricerca di un punto di riferimento, poi intravide proprio al centro un bancone quadrato al cui interno si affaccendava una manciata di dipendenti in uniforme bianca e nera.
Per fortuna: doveva essere il centralino, o qualcosa di simile.
Lo raggiunse in fretta, controllando l’orologio che portava al polso: aveva ancora qualche minuto.
-Salve, cosa posso fare per lei?- una ragazza mora e dal sorriso smagliante la vide arrivare e capì che aveva bisogno di una bussola.
-Sì, grazie, buongiorno…- iniziò –Sarei Angie Morrison, cercavo…- -Ah, miss Morrison, ci avevano avvisati del suo arrivo.- la interruppe quella con candore quasi aggressivo.
Angie non si era aspettata una simile accoglienza, ma non poté non sentirsene lusingata.
-Deve recarsi al…- cercò l’informazione sul computer più vicino -Piano ventuno, lì cerchi l’ufficio del signor Roger Calls: la sta aspettando.- -Ah, grazie, come…- -Gli ascensori sono proprio lì in fondo.- Angie si girò nella direzione indicata e intravide le quattro trombe metalliche degli ascensori.
-Oh, grazie mille, allora.- -Si figuri, buona giornata miss Morrison.- rispose la donna, ponendo fine al breve colloquio.
Angie non perse altro tempo e si fece strada fino agli ascensori; proprio mentre li raggiungeva, uno di essi arrivò al piano terra, facendo uscire tre uomini intenti a discutere di chissà quali statistiche.
Rapida, prese posto nell’ascensore vuoto e premette il ventunesimo tasto sul pannello luminoso alla sua destra.
Le porte si chiusero immediatamente davanti a lei, lasciandola sola nella cabina.
Angie si mise a rimuginare su cosa avrebbe detto di lì a poco al signor Calls, mentre l’ascensore saliva con estenuante lentezza verso il ventunesimo piano.
Avrebbe dovuto dire qualcosa di brillante, o limitarsi ad un fare professionale e distaccato? Non voleva sembrare noiosa, ma certe persone si sentono più a loro agio con interlocutori poco espansivi.
Era il caso di Calls? Senza rendersene conto iniziò a tamburellare con la punta del piede, nervosa: l’attesa era sempre la parte più difficile.
-E dai, stupido ascensore, muoviti!- inveì a bassa voce, controllando il numero del piano sul display.
…undici…
…dodici…
…tredici…
Lo schermetto luminoso si spense.
Angie ebbe appena il tempo di battere le palpebre, poi l’abitacolo sobbalzò con violenza, strappandole un gridolino.
Si appoggiò d’istinto alle pareti metalliche, mentre l’ascensore si scuoteva ancora, come uno stomaco di latta in preda ai crampi.
-No, ti prego, no…!- Tutto si spense.
La donna fissò il buio completo che le velava gli occhi e per un attimo si sentì morire.
Attese l’inevitabile caduta, la sensazione del terreno che le svaniva da sotto i piedi, ma non successe nulla.
-Cazzo…- mormorò.
Poi, ripreso un po’ di coraggio -Cazzo, cazzo, cazzo!- Si passò le mani fra i capelli e prese un respiro profondo; cercò il pannello dei pulsanti a tentoni, ma non riuscì a trovarlo.
Frugò nella borsa ed estrasse il cellulare, mentre l’oscurità sembrava stringersi su di lei, premendole sulla pelle.
-Trovato!- Con la luce dello schermo riuscì a individuare i pulsanti e premette quello d’allarme.
Naturalmente non successe nulla.
-Non ci credo…!- lo premette ancora e ancora, ma quello non ne voleva sapere di funzionare.
Il suo primo istinto fu di mettersi ad urlare, ma riuscì a controllarsi, anche se il suo respiro si era fatto affannoso.
Non sarebbe rimasta lì per molto, ne era certa: l’ascensore non si era fermato, si era spento.
Un blackout, quindi, e un blackout non poteva durare a lungo in un edificio come quello.
-Ma proprio oggi…- si appoggiò nuovamente alle pareti dell’ascensore, fissando il soffitto appena visibile.
Non c’era neanche una schifo di luce salvavita.
L’avrebbero rimproverata per il ritardo? Ma no: non era mica colpa sua se era mancata la corrente! Che potevano dirle? Sarebbe andato tutto a posto.
Un sospiro gelido sul suo collo.
Angie scattò in avanti con un grido sorpreso e sbatté la testa contro la parete davanti, facendo ondeggiare l’ascensore come un tappo di sughero in un lago d’inchiostro.
Si massaggiò la fronte, tremando ancora per lo spavento.
Che diavolo era stato? Le era sembrato un fottuto respiro.
Ma lì non c’era niente che potesse respirare, a parte lei.
Se l’era immaginato, era uno spiffero.
Si accorse di aver fatto cadere il cellulare: ne scorgeva la luce puntata verso il pavimento ad appena un passo da lei.
Allungò la mano per prenderlo…e si fermò.
E se qualcosa avesse afferrato la sua mano? Erano pensieri sciocchi, e lo sapeva, eppure non riusciva a ignorarli: quel respiro era stato così reale…
Fissò il buio pesto al quale porgeva la mano: le sembrava di intravedere qualcosa, o era la sua immaginazione? Doveva esserlo, c’era solo lei lì dentro e si stava autosuggestionando come una vera professionista.
Trattenne il fiato e prese il cellulare, puntandolo a mo’ di torcia davanti a sé.
Nulla.
Solo fredde, immobili, innocue pareti di latta.
Lasciò andare l’aria tutta d’un fiato, svuotandosi anche dei propri timori.
Nello stesso istante, le luci della cabina si riaccesero.
-Oh, grazie al cielo…- L’ascensore ricominciò a salire.
-Visto? È andato tutto bene…tuuuutto alla grande…- si disse, rimettendo il telefono in borsa e sistemandosi rapidamente vestito e acconciatura.
Aveva ancora la sensazione di non essere più sola, di avere qualcosa in agguato alle sue spalle, ma non volle cedere all’istinto di girarsi a controllare: sarebbe stato un gesto da paranoica.
Le porte dell’ascensore si aprirono e lei uscì in fretta, lasciando che le si richiudessero silenziosamente dietro.
Il ventunesimo piano era un fitto labirinto di uffici rinchiusi in anonimi gusci di plastica e vetro, il tutto immerso in un silenzio tombale denso e immobile, come l’acqua in uno stagno.
Angie mosse qualche passo incerto, senza riuscire a scorgere nessuno: l’intero piano sembrava essere deserto.
Che avessero evacuato il personale per via del blackout? Ma no, non era possibile! Eppure tutti gli uffici erano vuoti ed i suoi passi erano l’unica cosa che spezzava quella calma innaturale: non lo squillo di un telefono, non il ronzare di una fotocopiatrice.
Nulla.
-Heilà…? C’è qualcuno…?- La paura cominciò a strisciarle su per la schiena, facendola rabbrividire.
C’era qualcosa di sbagliato, in quel posto.
Notò che tutte le luci erano spente e quella che entrava dalle grandi finestre era rossa e obliqua.
Ritagliava ombre scure e lunghe, quasi fosse il tramonto, ma naturalmente non poteva essere: era mattino quando era entrata nell’edificio.
-Signor Call? Mi sente?- azzardò ancora, senza ricevere risposta.
Si era ormai addentrata nel labirinto di uffici vuoti e decise che era il caso di tornare indietro.
Si girò e tornò sui propri passi, intimandosi di non mettersi a correre.
C’era sicuramente una spiegazione per tutto quello che le stava capitando e, quando l’avrebbe trovata, ci avrebbe riso sopra.
Era quasi tornata all’ascensore, quando si immobilizzò.
Un’ombra.
L’ombra di un uomo, su una parete alla sua destra.
Rimase a fissare quella sagoma scura, col cuore in gola, come fosse qualcosa di alieno e terribile.
Il suo possessore era dietro l’angolo, molto vicino, ma lei non poteva scorgerlo da dove si trovava.
Non si muoveva, forse quella era la cosa inquietante: rimaneva perfettamente immobile, come se stesse contemplando intensamente un quadro.
Finalmente aveva trovato qualcuno, era la sua occasione per raccapezzarsi in tutto quel casino, eppure titubava.
Aveva sfidato il silenzio già per due volte e le era andata bene, ma adesso? Non doveva essere sciocca, si disse, probabilmente l’ombra era di qualcuno spaesato quanto lei, d’altra parte lei stessa era immobile a fissare una sagoma sulla parete.
Si fece coraggio.
Prese fiato.
-Scusi…?- Un ringhio basso e vibrante le sciolse le budella.
La sagoma girò la testa nella sua direzione, seguendo il suono della sua voce e ringhiò ancora, come un animale inferocito.
In quel verso c’era cattiveria e una fame insaziabile e, quando la sagoma mosse il primo passo, Angie capì che era il momento di correre.
Si lanciò verso quella che pensava fosse la direzione per l’ascensore, lasciando da parte tutte le domande che l’avevano assillata fino a pochi secondi prima.
Le scarpe coi tacchi la rallentavano, ma non aveva il coraggio di fermarsi a toglierle: quel ringhio era sempre dietro di lei e, se avesse rallentato, era sicura che avrebbe sentito il respiro dell’inseguitore sul proprio collo.
Il labirinto di uffici sembrò stringersi attorno a lei, ingarbugliandosi in un dedalo senza uscita: era già passata di lì? E la cosa che la inseguiva era ancora alle sue spalle, o dietro il prossimo angolo? Il rumore di qualcosa che si fracassava a terra e un grido di rabbia la fece trasalire: la creatura era da qualche parte alla sua destra.
Angie si guardò attorno, terrorizzata, individuando a meno di qualche metro di distanza le porte dell’ascensore, che ammiccavano da sopra i cubicoli di plastica come la punta di una boa fra le onde.
Si lanciò in quella direzione, arrampicandosi sulle scrivanie abbandonate e scavalcando le pareti in plastica per non perdere di vista l’obiettivo.
L’ombra la vide e riprese l’inseguimento, ma Angie aveva ormai preso vantaggio ed il ringhio non sembrava più così vicino.
Percorse in volata gli ultimi metri e pigiò ossessivamente il tasto di chiamata.
-Avanti, stronzo, avanti!- Il ringhio era dietro di lei, ne sentiva già il morso sulla pelle.
Cresceva, cresceva come una marea vibrante e nera a riempirle la testa.
Ormai ne era certa: se si fosse girata non ci sarebbe stato ritorno.
Le porte di metallo si aprirono.
Angie si fiondò nell’ascensore e premette a caso i pulsanti dei piani.
Davanti a lei, un’ombra dai denti aguzzi compiva gli ultimi passi verso la sua preda.
Dave si sentiva come in un film, appeso ad una corda di nylon a calarsi giù per la tromba dell’ascensore.
Da non credere.
Certo, sapeva che cose del genere potevano capitare, prima o poi, ma non si sarebbe mai aspettato di viverle veramente.
L’ascensore era ormai sotto di lui, ne illuminò il tetto metallico con la luce del proprio elmetto, guardando in basso.
La dannata cabina si era bloccata fra il tredicesimo ed il quattordicesimo piano, esattamente a metà.
Quale fosse il guasto non era ancora chiaro, ma non voleva saperne di ripartire.
Da dentro era partito il segnale d’allarme, ma nessuno rispondeva alla voce degli operatori.
Era il caso di controllare se gli occupanti stessero bene.
Poggiò i piedi sull’ascensore e si liberò della corda fissata in vita.
-Ci sono, tutto bene!- urlò, per informare il collega più in alto, al quattordicesimo piano.
-Perfetto! Vedi la botola?- La vedeva, il bordo lucido riluceva come un rigagnolo d’acqua.
-Sì, adesso entro!- La aprì senza difficoltà e si calò nella cabina.
Si guardò attorno, ma non vide nessuno.
Che l’allarme fosse partito da solo? Notò solo allora che le pareti erano sporche, impiastrate di qualcosa di scuro.
Un odore nauseabondo ammorbava l’aria.
Le porte dell’ascensore si aprirono.
Dave si girò, il volto stupito di chi vede l’impossibile, illuminato dai raggi obliqui di un tramonto alieno.

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