Le tre caravelle – La vera storia della partenza per la scoperta dell’America

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Sir Giobadin osservava furioso le tre navi alla fonda nel porto di Genova: Colombo aveva preferito il capitano irlandese Marc O’ Moret e lo svedese Stefan Sgob per il comando di due delle tre caravelle.
Lui era relegato a fare il secondo sulla nave di Colombo: agli ordini di quel pezzente genovese su uno scafo carico di aglio e basilico.
Stava guardando Marc O’ Moret consegnare un dispaccio a un tale che poi partì a cavallo, quando venne chiamato a bordo dal suo comandante.
Questi gli presentò la nobile Maria Joana Ogero, di origini spagnole, e la nipote Deferica Masni che avrebbero viaggiato con loro insieme alla dama Clara Plaza.
Sir Giobadin era sconvolto: non solo le donne a bordo portavano sfortuna, bisognava anche pensare alle reazioni della ciurma.
Colombo spiegò che la Regina di Spagna in persona aveva chiesto che viaggiassero con lui: una volta raggiunte le Indie non sarebbero state un peso, occupate a fare acquisti di profumi e souvenir.
E poi anche O’Moret e Sgob avevano due donne francesi sulle loro navi: Alice Cervè, in grado di parlare con i morti, e la famosa poetessa Silvy Djni.
Entrambe andavano in cerca di suggestioni e fonti di ispirazione, per conto di un nobile francese.
L’indomani, col vento in poppa, le navi salparono alla volta dello stretto di Gibilterra; dopo poche ore di navigazione Alice Cervè ebbe un malore, perse conoscenza e iniziò a delirare in turco.
Uno dei marinai, che conosceva la lingua, disse che la donna riferiva di gravi pericoli e sventure prossimi a venire.
Nei giorni successivi non accadde nulla e la navigazione risultò tranquilla: solo O’ Moret, il cui scafo era l’ultimo in formazione, vide che al largo di Napoli tre veloci navi avevano preso a seguirli tenendosi a debita distanza.
Le tre caravelle si erano appena lasciate alle spalle le coste occidentali della Sicilia quando vennero incrociate da altrettanti velieri da combattimento.
Le insegne non lasciavano dubbi e incutevano terrore: era il Gran Comotto d’Oriente, pirata turco e discendente di Saladino, che dopo l’abbordaggio salì a bordo della nave ammiraglia.
Il pirata abbracciò il secondo di Colombo che altri non era se non il califfo Giobadino, suo cugino, da tempo in Europa sotto mentite spoglie; lo ringraziò di averlo aiutato e promise di dividere con lui il bottino di bordo e le navi.
Giobadino propose di meglio: arricchirsi con un riscatto da chiedere alla Regina di Spagna per la restituzione delle nobildonne a bordo.
Gran Comotto fu entusiasta e volle vedere le donne: Maria Joana e Deferica erano terrorizzate dall’uomo con feroci sembianze, mentre Clara Plaza non abbassò lo sguardo di fronte al pirata.
Questi, interpretando il gesto come una sfida, prese la donna e la portò della sua nave come concubina; poi ordinò ai suoi ufficiali di fare lo stesso con le donne a bordo degli altri due scafi.
Ma i Pirati, saliti a bordo, trovarono Alice Cervè che, in trance, li minacciava in aramaico e brandiva un’ascia; dal canto suo Silvy Djni cantava a squarciagola una romanza, obbligando i turchi a coprirsi le orecchie per evitare perforazioni dei timpani.
Nella confusione generale, mentre il Gran Comotto inseguiva bramoso Clara Plaza, i pirati non si accorsero dell’arrivo di tre scafi: erano le navi che avevano seguito le caravelle da Napoli, comandate da Lu Caperassu, mercenario sardo cui O’ Moret anni prima aveva salvato la vita ed era il destinatario del dispaccio inviato da Genova.
Sospettando di Sir Giobadin lo pregava di seguirli e tenersi pronto ad aiutarli in caso di problemi; anche il comportamento di Alice e Silvy era stato concordato tra O’ Moret e Sgob, se fossero insorti imprevisti nel viaggio.
Lo scontro tra i sardi e i turchi, con l’aiuto dei genovesi, versava a sfavore dei pirati che, in numero inferiore, furono costretti a ritirarsi portando con loro Maria Joana, Deferica e Clara; le loro navi, più veloci, non poterono essere raggiunte.
Colombo e gli altri fecero vela alla volta della Spagna: una volta giunti a corte Giobadino venne condannato a pulire, a vita, le latrine di un bagno turco.
O Moret, Sgob e Lu Caperassu furono ricompensati con un forziere d’oro ciascuno e dispensati dal proseguire il viaggio; anche Alice e Silvy vennero premiate e tenute a corte, l’una per aiutare le future strategie della corona e l’altra come cantante.
La regina fu felice di essersi liberata Di Maria Joana, Deferica e Clara, considerate tre succhiasangue dedite solo alle spese; in quanto a Colombo fu confermata la sua partecipazione alla spedizione, ma venne declassato a consulente e si decise di partire da un porto diverso, questa volta senza donne al seguito.
Del Gran Comotto non si ebbero notizie certe; qualcuno narra che abbia ottenuto le grazie di Clara, mentre altre fonti riferiscono che, avendo fallito con lei, si sia ritirato a vita privata sposando Maria Joana e adottando Deferica, cosa che lo avrebbe ridotto sul lastrico.

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