TENERO COME IL METALLO

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Il Poison è uno di quei pub che rientrano nella sottocategoria dei locali “heavy-metal-hard-rock”.
Come tutti i locali appartenenti a questa sottocategoria di nicchia, il Poison è tendenzialmente piccolo e stretto, un paio di tavoli con il buon vecchio divanetto, sgabelli stesi lungo l’infinito bancone e, soprattutto, poster degli AC/DC alle pareti e bandiere dei KISS agli angoli, accerchiate da manifesti di band dal nome illeggibile causa un font a forma di saetta squarcia tenebre.
L’atmosfera è naturalmente quella tipica di chi frequenta questi posti: poca luce, musica alta e un muro di televisori che trasmettono live di PANTERA e BLACK SABBATH cui davanti, a pochi metri, 3-4 giovani fanno aerare il locale grazie a turbini e frustate di capelli su ogni assolo di chitarra.
Il metallaro canario non differisce di molto dal metallaro generico che tutti conosciamo: capello lungo e sciolto, meglio se leggermente unto e con una riga al centro super anni ‘90, a meno che non abbia un antenato sudamericano, in questo caso il capello può essere portato all’indietro, imbevuto il gel, e raccolto in una coda di cavallo abilmente intrecciata.
L’abbigliamento, non serve dirlo, segue una rigida tendenza che negli anni non è mai mutata, è incredibile quanto ogni moda “passi di moda” tranne il metal, che effettivamente non è una moda ma uno stato d’animo, direbbero alcuni, un’attitudine dura fuori ma tenera dentro.
Come il tonno in scatola.
Ad ogni modo, il metallaro per eccellenza non può non avere un giubbotto di pelle, meglio se questo è il classico “chiodo” anni ’80, corto sulla pancia e con le fibbie ai lati, magari anche una bandana rossa che spunta dalla tasca posteriore dei pantaloni.
In mancanza di ciò, il metallaro di oggi indossa un semplice giubbotto di jeans cui ha sapientemente strappato le maniche, ricoprendo ciò che resta con: – Toppe di qualsiasi gruppo metal al Mondo che abbia suonato esclusivamente tra il ‘79 e l’89.
– Un pacchetto di sigarette, rigorosamente Marlboro rosse, che spunta dal taschino sul petto.
– Un accendino Zippo imbevuto di benzina agricola, da accendere esclusivamente sfregiando lo stesso sulla coscia, producendo scintille che illuminano gli immancabili tatuaggi tribali sull’avanbraccio, o raffiguranti la morte con la falce che impenna un’Harley sulla quale è legata una donna nuda crocefissa.
Ma, soprattutto, la presenza dell’incredibile, per quanto immancabile, gigantesco logo del Jack Daniel’s stampato e ricamato su tutta la schiena.
I metallari del Poison hanno un’età che varia tra i 16 e 30 anni, dove 16 sta per: sono magrissimo, pallido, ho la t-shirt degli SLIPKNOT e la schiena curva per il peso della chitarra chiusa in questa enorme custodia a forma di bara, orgogliosamente diventata parte della mia giovane spina dorsale.
Al contrario, il trentenne metallico indossa volentieri magliette dei GUNS e degli IRON MAIDEN, specificando che conosce a memoria tutta la cronologia dei loro album, compresi testi, durata delle canzoni e ringraziamenti.
Il trentenne metallico mostra orgoglioso la sua pancia da bevitore navigato e la sua testa pelata come una palla da biliardo, nascondendo quel pizzico d’invidia per chi, dei propri capelli, ha fatto un arma da sbrigliare sotto ogni palco.
In mezzo al marasma di assoli e corna al cielo, si notano cappellini di pelle che ricordano quelli della polizia americana anni ’80, guanti di pelle tagliati sulle dita e stivali dotati di speroni da cow boy.
Come ogni sotto-tendenza, musicale e non, esistono i borderline, quelli che pur facendo parte del tutto, hanno preso le distanze col tempo, chiudendosi in un oceano di ricordi fatto di concerti allo stadio, cavalcate notturne in moto e risse da saloon.
Si tratta del metallaro nostalgico, quello intorno ai cinquanta, il più delle volte solo, appoggiato al bancone con un whisky rigorosamente senza ghiaccio o in piedi a fianco dell’immancabile tavolo da biliardo, con le spalle al muro, piede appoggiato alla parete e una birra tenuta per il collo, incrociando le dita libere nel taschino dei jeans.
Oltre a ricordare che si stava meglio quando si stava peggio, il metallaro nostalgico ha soltanto due obiettivi nella vita: – Indossare quello storico giubbotto da motociclista che lo fa sentire giovane nonostante la voce rauca e i baffi ingialliti dal tabacco.
– L’odio profondo per le nuove generazioni di metallari, quelli con le Vans ai piedi invece che lo stivale di pelle di bue del Montana, quelli che si fanno le canne invece di una bella troia d’assalto, quelli che non conoscono nessuna band che abbia suonato prima dell’anno 2000.
Ma, soprattutto, il metallaro nostalgico, odia un personaggio presente ovunque, quello che in ogni locale metal si presenta come se nulla fosse, con un sorriso da simpaticone e la voglia di divertirsi senza problemi, con un atteggiamento tendenzialmente afro-reggae e una fascia per capelli che raccoglie un orrido nido di dred lunghi fino al collo.
No.
I dred no.
Tutto il mondo del metal s’indigna di fronte a chi, presentandosi come fan dei RAGE AGAINST THE MACHINE, si avvicina al bancone e ordina un vodka e lemon, dando un “cinque” al barista e chiedendo al DJ un pezzo dei Wailers.
Un affronto, una violenza, uno schiaffo al Dio dell’acciaio.
Il metallaro non ha i dred, odia il reggae e soprattutto non beve cocktail.
Di nessun tipo.
Nemmeno caffè macchiato.
Il metallaro beve birra, media, chiara, ghiacciata, servita solo in boccale.
Alternata, spesso e volentieri, con uno Jägermeister a temperatura polare, partecipando all’unico intramontabile argomento di conversazione: i METALLICA sono o non sono diventati troppo commerciali?

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Francesco Checco Satanassi

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