Il passaggio in cantina

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Scrivo queste pagine del mio diario, conscio che saranno le ultime che scriverò, per ripercorrere gli ultimi giorni della mia vita.
Questa è la mia storia ed è solamente mia.
Non è per un eccesso di egoismo che lo dico, ma perché a nessuno auguro di vivere ciò che ho vissuto io.
A nessuno auguro di vedere ciò che ho visto e di conoscere la verità come l’ho conosciuta io.
Era il 15 di dicembre quando, durante alcuni lavori per la ristrutturazione della vecchia villa di famiglia, io e Michael Bradley, mio caro amico d’infanzia, scoprimmo il passaggio.
La mia famiglia, i Mackay, era sempre stata famosa per la sua eccentricità.
Tutti, a Balton, erano a conoscenza della mania dei miei genitori, e prima ancora dei miei nonni, di collezionare feticci magici provenienti da ogni parte del mondo.
Fu il mio trisnonno, Robert Mackay, ad iniziare quella strana attività, dopo essere tornato da un viaggio in Australia.
La leggenda vuole che, in quel luogo, si fosse imbattuto in un’antica città sepolta nel deserto, la cui esistenza era stata dimenticata dagli Dei e dagli uomini.
In questa città, si dice, aveva recuperato alcune tavole di pietra che narravano di luoghi lontani, di galassie oscure e corrotte dalle quali erano giunti esseri immensi e maligni che ancora abitavano il nostro mondo, nascosti nei suoi recessi più oscuri.
Le tavole furono mostrate al pubblico e ad alcuni esperti della Miskatonic University, che rimasero stupiti nel rendersi conto che non potevano confutarne l’originalità.
Se erano dei falsi, erano i migliori falsi mai creati nella storia dell’uomo.
Ossessionato dalle verità racchiuse in quelle tavole, Robert tornò a viaggiare in lungo e in largo ed ogni volta, di ritorno dai suoi viaggi, portava qualcosa di nuovo.
Stava indagando in misteri che nessun uomo dovrebbe conoscere.
Fu suo figlio, il bisnonno Edward, a proseguire questi studi quando Robert morì di malattia.
Edward scoprì che già qualcun altro aveva seguito le tracce di questi esseri antichi, un arabo folle di nome Abdul Alzhared.
Fu nella terra di quest’ultimo, la lontana Arabia, che il mio bisnonno trovò l’opera da lui scritta, il Necronomicon.
Ne trascrisse solamente alcune pagine, poiché il semplice contatto con quel libro così assurdo lo faceva stare male e sapeva che un’esposizione eccessivamente prolungata avrebbe distrutto ogni traccia di sanità nella sua mente.
Il testo riportato in inglese narrava di Padre Dagon e Madre Idra, del grande Cthulhu che attende a R’lyeh e di altri abomini di cui ho paura anche solo a scrivere il nome.
Edward passò il testimone al figlio Arthur e lui a mio padre.
Fu proprio a questo punto della storia che ci fu una rottura.
Io non ho fatto in tempo a conoscere mio padre, né mia madre.
Sono morti in un incidente, sul quale la gente di Balton non vuole fornire alcun dettaglio, quando avevo poco più di un anno.
Sono stato portato in un orfanotrofio, dove gli incubi che tuttora mi tormentano hanno cominciato a riempire le mie notti di sonno.
Secondo gli psicologi è un modo che il mio cervello ha per farmi ricordare ciò che è successo ai miei genitori.
Hanno cercato invano di carpire qualche informazione al riguardo, hanno ricorso addirittura all’ipnosi, ma senza successo.
Dicono che, addormentato sul lettino, non riuscivo a parlare sensatamente.
Le uniche parole che uscivano dalla mia bocca sembravano essere in una lingua mai esistita o scomparsa da eoni.
Sono riuscito a ricostruire la storia della mia famiglia soltanto da poco, dopo che le autorità competenti sono riuscite a risalire a me e a consegnarmi l’atto di proprietà della villa.
Sono stati gli uomini di Balton ad aiutarmi, pur nella diffidenza verso una famiglia che, era evidente, non andava loro a genio.
La presenza di Michael, orfano come me e vecchio compagno di giochi ed avventure, è stata l’unica cosa rassicurante in quell’ambiente ostile dove occhi indiscreti hanno cominciato a seguire ogni mio movimento dal momento stesso in cui vi ho messo piede.
Sto divagando, lo so, ma è essenziale farlo, perché solo così un eventuale lettore potrà capire il mio stato d’ansia quando il passaggio fu trovato.
Avevamo appena spostato un grosso mobile.
Lo volevamo portare ad un antiquario per vedere se fosse possibile guadagnare qualcosa dalla sua vendita.
Dietro di esso una parte del muro era crollata e al di là di essa si intravedevano delle scale in discesa.
Mi sentii male e svenni in quel momento.
Mi risvegliai in camera con un Michael preoccupato che mi chiedeva come stessi.
Mi disse che, mentre ero incosciente, avevo farfugliato qualche parola, che riporterò di seguito.
-Helena, esci dal retro e porta il bambino in città! Non c’è più tempo, sta per arrivare! Appena finirò di nascondere il passaggio ti raggiungerò, se Dio vorrà ch’io mi salvi!- Quella sera rimasi a lungo sul letto, sveglio, a pensare a quelle parole.
Era come se, a causa di un’intima connessione tra me ed il mio passato, avessi rivissuto nella mente gli ultimi istanti di vita di mio padre.
Una persona sana di mente, a quel punto, se ne sarebbe andata.
Sarebbe fuggita dal passaggio, dalla villa e da Balton.
Io no.
Forse il seme della folle ricerca aveva fatto in tempo, nel mio primo anno di vita, ad attecchire.
Volevo scoprire tutta la verità, sui miei genitori e su quello che si nascondeva nei sotterranei.
Il 18 dicembre, ieri sera, non potei più trattenermi.
Percorsi le scale che mi portavano verso l’ignoto e trovai, alla fine, una stanza circolare simile ad una cupola.
Al centro di essa vi era una sorta di obelisco, costruito in un materiale che non avevo mai visto: sembrava vetro nero, eppure non riuscivo a vedere attraverso esso.
Mi avvicinai, spinto da una forza irresistibile, e mi ci appoggiai.
Un terrore atavico, primordiale, mi colse mentre avvicinavo gli occhi a quell’oggetto, ma non mi ritirai.
In un attimo capii tutto.
Fu come se la mia mente si fosse aperta d’improvviso, i sigilli imposti dal mio essere terreno rotti dalla magia dell’obelisco.
Ricordai perfettamente l’anno passato con i miei genitori e ricordai perfettamente il momento in cui mio padre Daniel aveva portato in casa quell’obelisco.
Obelisco che altro non era che una porta tra i mondi, uno degli ingressi utilizzati dagli Antichi per accedere alla nostra dimensione.
In quel momento stavo guardando attraverso la porta.
I miei occhi, strappati al mio corpo, viaggiarono attraverso i mondi e al di là del tempo.
Mi ritrovai in un mondo oscuro, dove venivano intonati canti cacofonici da creature che non riesco, razionalmente, a descrivere.
E fu allora che lo vidi.
Enorme, grossolano, orrido e maestoso.
Il re dei mostri, il Dio per gli Dei, il Cieco e Idiota.
La mia mente spalancata ne conosceva il nome, e questo era Azathoth.
Io lo guardai, incapace di distogliere lo sguardo, e lui guardò me.
Solo in quell’istante riuscii a tornare nel mio mondo.
Ormai la speranza è perduta.
Come mio padre, come mio nonno e i miei antenati, ho desiderato indagare verità che nessuna mente razionale può accettare.
Ho visto oltre al visibile, ho sconfinato in sfere che non sono di competenza della razza umana e, per questo, sarò punito.
Sento i passi per le scale.
La luce della candela si spegne come per magia e lo studio sprofonda nel buio.
Solo grazie alla luna riesco a concludere questo racconto.
Prima di chiudere il diario trascrivo il mio ultimo pensiero: che volto vedrò apparire sulla soglia? Quale creatura avrà mandato Azathoth per punire la mia curiosità? Quale incubo si presenterà per prendermi per mano e condurmi alla morte?

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Redazione LOPcom

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