DOMINGO

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Due uomini sulla settantina sono seduti uno di fronte all’altro su due vecchie sedie di plastica, quelle bianche da giardino.
Uno fabbrica una sigaretta di tabacco, l’altro legge un periodico locale che non riconosco.
Sopra di loro, la grande scritta “Gentleman” sta perdendo la seconda “E”, pericolosamente curva e fissata con del fil di ferro a un cespuglio di cavi.
I quadri elettrici di Las Palmas sono tutti così, un groviglio di fili che dalla parete esterna di un edificio si diramano verso abitazioni, appartamenti, locali.
Il salone da barbiere “Gentleman” non fa eccezione.
Stanza di cinque metri per cinque, due poltrone di pelle e un bancone sul quale prendono polvere crema da barba, forbici, pettine e una macchinetta collegata alla corrente.
Il proprietario si chiama Domingo, settant’anni suonati e tutti che lo chiamano “Mingo”.
Assomiglia vagamente all’attore secondario di un film girato a Cuba, di quelle comparse che passano lente sullo sfondo, magari guidando un’auto d’epoca con un sigaro tra i denti.
Mi colpiscono i suoi capelli: bianchi e perfettamente pettinati all’indietro, con una leggera onda rockabilly che si sposa perfettamente con le basette curate, nonostante l’età.
Domingo indossa costantemente il grembiule bianco da lavoro, quello senza colletto e con i bottoni tutti da una parte, chiusi fino in cima.
Non ha nulla da invidiare ai giovani parrucchieri cinesi dell’angolo, con i capelli colorati e le foto di pettinature incredibili in vetrina.
“Gentleman”, la vetrata, non ce l’ha proprio, ha un portone di legno che Domingo chiude ogni sera alle 18.00, con spranga e lucchetto.
Non ho mai visto un turista fermarsi da “Gentleman”, né un giovane adolescente canario, soltanto tre o quattro anziani, perennemente parcheggiati lì fuori, a raccontarsi per l’ennesima volta le loro vite e il fatto che il clima, anche qui sull’isola, non sia più quello d’un tempo.
Spesso ho pensato di fermarmi e farmi fare i capelli da “Gentleman”, magari una spuntatina ai lati, oppure tagliare la barba, con quel pennello imbevuto di crema e la lametta che si apre come un coltello serramanico.
Però non l’ho mai fatto.
Non c’è un vero motivo.
Forse non voglio scoprire che, in realtà, Domingo non si chiama Domingo, come ha partorito la mia mente senza una vera ragione, inoltre nessuno lo chiama Mingo e nemmeno taglia i capelli, ha smesso da oltre vent’anni, però tiene aperto il salone per gli amici, quelli che non vogliono spendere la pensione al bar e si ritrovano lì, sotto la scritta “Gentleman” con la “E” che dondola sulle loro teste, perché non conoscono altro posto più simile alla parola “casa”.
Mi piace il fatto che non lo saprò mai, Domingo e i suoi amici resteranno per me ciò che la mia mente ha creato per loro, fermi di fronte al “Gentleman” a parlare del tutto e del niente, con i passanti che li vedono ma non li osservano, con il rischio di sparire e lasciare spazio a un pub, un’agenzia viaggi, un negozio di souvenir.
Il loro essere fuori dal tempo è l’immagine che ho vissuto per otto mesi passando ogni giorno davanti al “Gentleman”, con la speranza che, da domani in poi, tutto resti ancora così.

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Francesco Checco Satanassi

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