L’ultimo viaggio

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Lunedi mattina ore 7:00.
Sono L’addetto al funzionamento della strumentazione radio, delle telecomunicazioni e di tutti i servizi di comunicazione.
Sto dormendo nella mia branda, è il mio turno di riposo.
Sono svegliato di soprassalto.
Mi dicono di fare i bagagli, io e altri cinquanta ragazzi saremo trasferiti in trincea.
I soldati scarseggiano, molti sono morti o feriti in modo grave.
I tedeschi si stanno preparando a sfondare la nostra linea difensiva.
Servono soldati, non importa se non hai mai imbracciato un fucile, devi andare e basta.
Questa è la guerra.
Ho paura.
Mi sento stranito, corro dal nostro capitano per avere spiegazioni.
«Ragazzo io non posso farci nulla, questi sono ordini.» Disse il capitano, voltando lo sguardo verso la finestra e chinando il capo.
Siamo addetti alle comunicazioni, che ne sappiamo di come si spara.
Il maggiore Morelli ci ordinò di sbrigarci, di raccogliere le nostre cose e di salire sul camion.
Raccattai un po’ di vestiti, un libro, carta e penna, per scrivere lettere a casa.
Quando potevo, scrivevo ai miei genitori e loro puntualmente mi rispondevano.
Non oso immaginare la loro preoccupazione quando si vedranno recapitare la mia lettera con scritto; sono al fronte, in trincea.
Spero non sia la mia ultima lettera.
La consegnai, scrissi poche parole, terminando con un “ ci rivedremo presto”.
Siamo in guerra! Ho in tasca un rosario che mi ha lasciato mia madre.
Ore 8:00 Il camion era pronto, ci fecero salire, tutti ragazzi giovani, il più vecchio trent’anni, io ventisette.
Percorreremo 120 km per arrivare al fronte.
Provavo una sensazione strana, come se fosse l’ultimo viaggio, nessuno parlava, visi preoccupati, speriamo che questa guerra finisca presto e di fare ritorno dai nostri cari.
Questo, penso fosse il pensiero comune che si poteva leggere negli occhi dei miei compagni di reparto.
Me ne hanno parlato della vita in trincea.
La trincea è uno stretto fossato scavato per circa due metri di profondità e altrettanti di larghezza che si estende per diversi chilometri lungo il territorio, fosse coperte da filo spinato dove si appoggiano fucili e mitragliatrici.
Il soldato era protetto dai proiettili del nemico ma in quei ‘corridoi’ si viveva una vita a contatto costante con la morte o, perlomeno, con il pericolo di morte.
Arrivati.
Ci fecero scendere in fretta e furia, a malapena riuscii a prendere la mia borsa.
«Ragazzi, mettetevi in fila, documenti alla mano, a ognuno di voi sarà consegnato un fucile e munizioni, forza veloci!.» Disse un graduato di reparto.
Giunse il mio turno, mi diedero un fucile e munizioni, poi una volta uscito dalla fila, un sergente mi spiegò come caricare l’arma .
Io ascoltavo, ma vedevo solo le sue labbra muoversi, il freddo e la paura erano una cosa sola.
«Hai capito ragazzo?.» «E ora vai entra nella trincea, zona est, lì un caporale ti assegnerà il tuo posto di combattimento.» In realtà non avevo capito nulla.
Entrai in trincea.
Un puzzo tremendo, fango, odore di feci, barellieri che portavano via morti e feriti.
Si avvicinò un ragazzo che mi spiegò come funzionavano le cose, senza usare mezzi termini.
«Hai paura vero?.» Mi disse.
«Tranquillo, è normale, oggi ci sei e domani chissà, due ore fa ci hanno scaricato addosso migliaia di proiettili, abbiamo perso trenta uomini, se ti può consolare… prega.» Ore 20:00.
Sono rimasto per otto ore di guardia, mi hanno assegnato un fucile, munizioni, elmetto e una mitragliatrice, di quelle fisse; in caso di assalto del nemico il mio unico compito sarà quello di sparare.
Un ragazzino accanto a me (avrà avuto tra sì e no vent’anni) mi spiega che la mitragliatrice che ho in dotazione, con un colpo di grilletto può sparare sino a venti colpi, potenzialmente potevo uccidere una ventina di persone in pochi secondi.
Il mio turno di vedetta si concluse, otto ore di paura.
Da quanto riferito dal nostro comandante i tedeschi sarebbero pronti all’offensiva, questione di ore, il buio è un’arma micidiale, loro in settecento, noi poco più di cento soldati.
Silenzio totale; si ode solo un brusio di sottofondo, ragazzi che pregano il loro Dio.
L’ultima speranza, una preghiera.
Piove, fa freddo, ci copriamo con le nostre mantelle, seduti tra i rifiuti, dove l’acqua si mescola al sangue.
Non riesco a dormire è impossibile, qui nessuno dorme.
Mi avvicino al comandante per parlargli.
«Comandante perché non ci arrendiamo, moriremo tutti.» «Ragazzo, arrenderci… preferisci morire in un campo di concentramento… ci ucciderebbero ugualmente, come mosche, tanto vale combattere per l’onore.» «Quale onore, mi spieghi!» Gli risposi.
«Torna alla tua postazione, mi sa che tra poco qui s’illuminerà a giorno, sii fiero di avere difeso la tua patria.» Questa fu la sua risposta.
Questo è un pazzo, o forse questa è la guerra.
Ore24:00 Le trincea nemica era distante pochi metri e ad un tratto nel silenzio totale si udì un urlo; Alle aus de Focus… in poche parole i tedeschi si riversarono contro di noi, settecento uomini con fucili a baionetta alla mano, dietro di loro scie di lanci di mortai accesero la notte.
Il mio dito spinse quel maledetto grilletto, vidi cadere dalle mie mani il rosario di mia madre, osservai la croce staccarsi e il Cristo crollare al suolo con il viso rivolto al cielo.
Iniziai a sparare, non capivo nulla, forse aspettavo solo la morte… che sopraggiunse dopo pochi minuti.

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Redazione LOPcom

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