Storia da more.

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(Ci tengo a chiarire che l’errore nel titolo è voluto) STORIA DA MORE: “Mi chiedo se l’amore esista davvero” CAPITOLO 1 Quando Irina mi scaricò fu una tragedia.
Perdere una donna è come perdere il cellulare, senza, di questi tempi, non vai molto in la.
Mi chiamo Adolfo Ricciorini, e senza che mi prendiate per il culo a causa di questo nome orribile vi dico fin da subito che sono una gran bel figo.
Occhi azzurri, capelli neri e un discreto accento bolognese che non rovina di certo la mia pseuda reputazione.
Un’ unica sfiga: 16 centimetri al massimo.
Ho vissuto fino a diciotto anni con i miei genitori, successivamente mi sono rotto il cazzo e ho deciso di andarmene per costruire la mia vita.
Sono un veterinario, amo gli animali e gli animali amano me.
Dicevo la stessa cosa delle donne americane, poi mi son trovato cornuto dopo la seconda visita.
Le mattine di Novembre a Bologna sono un po’ malinconiche.
Il tragitto che faccio per andare in ambulatorio è sempre infestato da una puzza micidiale di piscio ed escrementi animali, probabilmente cani, anche se non escludo l’ ipotesi dell’ umano.
Appena varco la porta dello studio sento l’odore di Mirna, la donna delle pulizie, che incontrai durante un convegno a Milano.
Ricordo il suo battito cardiaco quando mi aiutò a inserire la chiave nella serratura, la seconda volta.
La camera in cui alloggiavo era due volte più piccola della mia stanza a Bologna, l’unica finestra dava proprio su una delle vie principali del capoluogo lombardo, ed io, mi affacciavo la mattina, per scrutare eventuali sagome femminili che potessero suscitare in me qualcosa che a parole non si può spiegare.
Ma non vidi nulla.
Quando chiusi la porta Mirna era ancora li, sul letto.
I capelli corti, quasi maschili, e un corpo da giocatore di football, non facevano di lei la donna perfetta per diventare mia moglie.
Provai a svegliarla in tutti i modi.
La chiamai dolcemente, provai a farle squillare il telefono, la presi a calci in faccia, la buttai giù per la tromba delle scale ma niente, il suo corpo giaceva lì, immobile, addormentato.
Le lasciai un biglietto: “Mi chiamo Adolfo, sono di Bologna, se cerchi un lavoro di poco pregio ma che ti permetta di vedermi un’altra volta chiamami”.
Due giorni dopo era li, pronta a seviziarmi la scrivania e tutti i miei apparecchi medici.
Quando un paziente mi chiede se è la MIA donna a rendere così pulito il locale io rido, rido perché se la vedessero sarebbe la donna di tutti.
Ma non dispongo solo della sua presenza, perché al secondo posto tra le femmine meno femmine che ci siano troviamo Margherita.
Centoquarantasei chili di pura macelleria veneta.
La mia segretaria.
Margherita, data la sua mole, riesce a essere sia segretaria che scrivania, così almeno risparmio su una delle due.
Gran lavoratrice che non si fa scrupoli a fare mezz’ora in più al lavoro, ovviamente al giusto prezzo.
Per fortuna non l’ho conosciuta a nessun convegno e non ho dovuto inserire nessuna chiave, è bastato un suo curriculum, scritto male, e quei capelli rosso fuoco, immersi in una sagoma prominente che a stento riesco a descrivere.
Mi ricordo, che al primo colloquio, sono riuscito a vederle gli occhi.
Una chiacchierata durata 1 ora, 35 minuti e 21 secondi e la base del discorso fu la sua teoria di come le signore paffute possano rendere di più a scapito di una minuta.
Poi ha deciso di andare, stringermi la mano e uscire, aspettandosi la mia chiamata futura.
Non posso non amarla, non sbaglia mai con gli appuntamenti; ecco, forse non ha delle gambe sexy e un decolté da osservare ogni cinque minuti, però riesce a essere una presenza costante che riduce notevolmente quello sforzo lavorativo che altrimenti sarebbe devastante.
Insomma, il cerchio delle persone attorno a me si stringe, mancano solo due miseri e inutili particolari che guarda caso, renderanno questa storia identica a tutte le altre.
Ilaria e Rocco.
La prima, è la classica gnocca di turno, con un seno discreto, unghie ben levigate, neo sul labbro superiore, occhiali da segretaria porca e cicatrice sull’ occhio… quello sano, l’altro ha subito un virus che solo una persona su 30.000 può pigliare.
Ricopre il ruolo di vicina di casa con cui avrò parlato si e no 3 volte, di cui una non ne sono sicuro, ero un po’ sbronzo.
Rocco invece è il guastatore, il mio unico amico.
Guastatore perché quando Dio creò il tempismo, lui era già li, pronto a rivendicarlo.
Infatti una leggenda narra di un uomo, che cinque minuti prima che io potessi entrare per esporre la mia tesi di laurea decise, suo malgrado, di avvertirmi che l’allora mia ragazza Chiara se la faceva con il bidello delle superiori.
Insomma, un tastino dolente che preferirei non ripercorrere.
Questa è la mia vita, un uomo, che cerca l’amore senza frecce al suo arco.
Quanto è diversa dalla vostra? CAPITOLO 2 Come ogni storia che si rispetti, la mia inizia con un rumore assordante, decibel di totale nervosismo che fa partire la giornata come se non avesse uno scopo.
E sono solo le 07:00.
Fin da quando ero un fanciullo pieno di brufoli la colazione viene prima di una qualsiasi altra cosa.
Prima del bagno, prima di spegnare la sveglia, prima di pettinare le Barbie, prima di lavarsi le mani…
Prima di tutto.
Anche di me stesso, se fosse possibile.
Mentre assaggio quella pasta dolce alla crema presa da Mirno, il gentleman del bar sotto casa, leggo il giornale… preso da Ugo, nell’ edicola a due passi dal portone.
Titolo in grassetto: NON CI SONO TRACCE DELL’ ABOMINIO: Il maniaco che ha invaso Bologna respira ancora.
Tremo.
Fa un gran freddo, ci credo! Ahimè! Bologna non è più come una volta; di quella città, tranquilla e sicura, ormai è rimasto solo il ricordo.
Stessa sorte è toccata alle donne che la popolano.
Infatti, se andiamo in giro per Piazza Maggiore, possiamo notare che le ragazze portano i cosiddetti leggins, ovvero, pantaloni in tessuto fine che mettono in chiara evidenza il “canyon” vaginale.
Così facendo, l’uomo, che è di larghe e lunghe vedute, perde il lusso della sorpresa.
Mi soffermo su questi pensieri mentre indosso quegli indumenti che mi daranno un tono molto aristocratico, cosa che mi rende particolarmente nervoso.
Scendo le scale e mi avvio alla fermata dell’ autobus, dove, tra continui e innocui sbadigli attendo con impazienza l’arrivo del mezzo.
Come al solito la puntualità non è farina del sacco dell’autista.
Chiaramente, i posti a sedere sono un optional; roba che per trovarne uno bisogna partire dal deposito, ma del resto, sono ancora giovane e pimpante, quindi posso anche restare in piedi.
Mi chiedo come certa gente possa odorare di capra bagnata alle 08:30 del mattino, nonostante l’invenzione della doccia e del deodorante.
Da un paio di giorni su questo veicolo sale lei.
Vestita come per andare a un Rave Party dove saranno presenti solo degli avvocati, con quegli stivali senza il minimo accenno di tacco, il trucco praticamente nullo, i capelli ricci e il corpo esile, quasi si potesse spezzare alla prima curva.
E tutte le volte mi faccio incantare, quasi fossi sotto ipnosi; e spazio.
Do libero sfogo ai miei pensieri.
Alcuni platonici.
Altri meno.
Penso a come sarebbe bello chiederle il nome, a come gioirei se accettasse un mio invito a pranzo, alle mille domande che potrei farle su come fa vestirsi così male.
E rimango incantato.
Come un critico che fissa un quadro.
Cerca di carpirne le forme, i colori, il significato nascosto, cosa ha provato l’autore nel momento della sua realizzazione.
Si fa ammaliare dalla potenza che trasmettono quei volti, quelle espressioni così realistiche.
Lui, il critico.
A me, interessa del chiodo.
Quello che tiene su il quadro.
La misura, lo spessore, grandezza, rotondità e potenza di inserimento nel muro.
Il chiodo che sembra così inutile ma invece è tutto.
E tutto questo vaga nell’insignificanza, quando mi decido a parlarle, e lei, dal canto suo è già scesa dal bus.
FINE ANTEPRIMA (il documento è un copia / incolla di una versione vecchia sempre creata da me.
Mi scuso in anticipo per eventuali errori non segnalati o corretti.)

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