Un ricordo trovato per strada

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Ci sono ricordi che dormono in fondo al cuore, ma basta poco per risvegliarli.
E’ sufficiente un’immagine che aggancia i tuoi occhi, mentre stai percorrendo in auto una strada che fa parte dei tuoi luoghi e che conosci bene, ma che non rientra nei tuoi abituali itinerari.
Eccola l’immagine.
Mi appare sulla destra, muta e solenne nel suo abbandono, come un monumento dimenticato.
E’ una casa disabitata, all’apparenza triste, ma che non mi trasmette l’angosciante inquietudine di certi monumenti.
Anzi, tutt’altro.
Perciò mi fermo e, nel silenzio, la guardo, sorridendo, mentre i ricordi prendono la forma di due bambini di dieci anni che corrono sull’aia.
La casa si anima di persone e di animali.
Sento lo starnazzare delle anatre, il muggire delle mucche, il grugnire dei maiali, il chiocciare delle galline e vedo i due bambini chiacchierare e ridere prima di entrare nella rimessa e uscire, in retromarcia, a bordo di una Fiat 500 giardinetta.
Al volante c’è il mio amico Luigi che è in classe con me e che, come me, ha dieci anni; ma l’auto la sa guidare (almeno così prima mi ha assicurato) e ci riesce, anche grazie ai cuscini che si è messo sotto al sedere e che gli permettono di avere una più comoda visibilità.
I suoi genitori non sono a casa e quale occasione migliore per portarmi a spasso per i campi mostrandomi la sua precoce bravura nella guida? Le carraie sono sconnesse e adatte più ai trattori che alle auto, ma Luigi non demorde e continua a guidare concentrato; è determinato ed orgoglioso e, con me seduto al suo fianco, vuole portare a termine quell’improvvisato rally agreste.
Il percorso tra i filari delle viti si fa sempre più difficile, le buche ci fanno sobbalzare, i fossati mi intimoriscono, ma ad ogni sussulto, la mia paura – curiosamente – diminuisce, fino a trasformarsi in una gioia infinita, così che ad ogni balzo segue una risata e ad ogni curva, incontenibili sghignazzi.
La “sgrègna” ormai si è impadronita di noi e “pilota” e “navigatore”, incoscientemente ebbri di felicità, ridono a crepapelle, continuamente sballottati dentro l’abitacolo della giardinetta che si appresta a compiere l’ultima svolta a destra, per immettersi “int e’ cavdêl”, la striscia più esterna del campo, che li avrebbe riportati al punto di partenza, sull’aia di casa.
Ma appena effettuata la svolta, ecco che i due vedono, in fondo al rettilineo, qualcosa che mai avrebbero voluto vedere.
Non era “qualcosa”, in verità.
Era “qualcuno”.
Una persona molto familiare (più a Luigi che a me) se ne stava là, in fondo a “e’ cavdêl”, immobile.
E come avesse i piedi saldati al terreno, a gambe divaricate e con le braccia incrociate sul petto, guardava dalla nostra parte.
O, meglio, fissava sicuramente qualcosa e non c’era alcun dubbio che i suoi occhi fossero piantati su qualcuno: noi.
Come in un film western, l’inquadratura è in “campo lungo”; la figura umana è lontana dall’obiettivo; è là, in fondo alla carraia, ma la notevole distanza non ci impedisce di riconoscerne l’identità: è il padre di Luigi (evidentemente rientrato a casa prima del tempo).
I nostri sghignazzi, come fossero collegati al pedale del freno, si arrestano di colpo, come di colpo si arresta l’auto.
Ci guardiamo qualche secondo, in silenzio, e decidiamo di comune accordo (senza bisogno di sprecare parole) di affrontare con rassegnazione il nostro destino.
Luigi, emettendo un impercettibile sospiro, riavvia l’auto e, lentamente, procede verso suo padre che ora, lo vediamo, non ha più le braccia incrociate sul petto, ma, sempre coi piedi ben piantati a terra e a gambe divaricate, si sta sfilando, con calma e maestria, la cinta dai pantaloni.
Si vede chiaramente che non è nuovo a quel gesto: lo esegue perfettamente, con assoluta padronanza.
E intanto non ci stacca gli occhi di dosso, perforando con lo sguardo l’inutile parabrezza.
La sua mano, ormai, impugna con sicurezza la cintura completamente sguainata e con i suoi due occhi stretti a fessura inchioda i nostri quattro, spalancati e tremanti.
Come due bestie che vanno incontro al loro triste destino, avanziamo col capo reclinato.
E più si accorcia la distanza che ci divide da suo padre e più il piede di Luigi si fa leggero sull’acceleratore.
Arriviamo sull’aia con la forza d’inerzia, a macchina spenta, in folle.
Luigi, già qualche metro prima, aveva spento il motore , come se ogni particolare potesse servire a dimostrare la nostra più profonda contrizione.
All’improvviso, poco prima di aprire lo sportello, mi balena in testa un pensiero che all’istante mi rasserena: ma che devo temere io? Sono forse io il figlio dell’uomo che con la faccia da pistolero stringe in mano il suo cinturone? Ero forse io alla guida della sua auto? Era forse stata mia l’idea del rally campestre? No, no, no e no! E allora di che cosa dovrei aver paura? Sono forse suo figlio, io? Questa riflessione mi aveva portato a decidere di scendere dall’auto piuttosto rinfrancato; ma non appena apro lo sportello, una sferzata mi incendia le gambe nude (accidenti ai pantaloni corti!) Il “pistolero”aveva cominciato a “sparare”nel “mucchio selvaggio”, anche se il “mucchio” era composto da soli due piccoli banditi.
Il “pistolero” non faceva distinzioni e non aveva preferenze e, soprattutto, non si limitava a “sparare” dentro l’abitacolo, ma rincorrendo i due che erano schizzati fuori dall’auto, distribuiva nerbate ad entrambi, in eguale misura, numero ed intensità, adottando la diligenza del buon padre di famiglia.
Quando tornai a casa e raccontai a mia madre l’accaduto…
Bè, dovetti correre ancora, per evitare di essere ferito dai colpi di ciabatta sparati da mamma Calamity Jane!…
* I ricordi, ha detto qualcuno, sono l’unico paradiso da cui non possiamo essere scacciati…
Risalgo sulla mia auto che avevo lasciato all’ombra del grande tiglio e riguardo la casa immersa in un silenzio che continua a partorire dentro di me voci e immagini…
Se non ci fosse la sbarra di ferro che impedisce l’accesso, mi farei volentieri un giro “int e’ cavdêl”, per farmi sballottare ancora un po’ dai ricordi…
Ma butto un occhio all’orologio.
E’ tardi.
E allora torno (come scrive Carver) alla mia “prossima occupazione: la vita.
Sempre la vita”.
Ma sorridendo.
(g.p.)

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Gianni Parmiani

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