L’ as-soluzione

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Sempre ha temuto che tornasse.
Preannunciato dai fotogrammi dei tg che inquadrano, a distanza, un lembo di lenzuolo.
E dai trafiletti: ritrovato il corpicino di…
Lui, don Lino, sta in canonica, sulla collina, accanto alla chiesa bianca e azzurra.
La prima volta che lo sentì arrivare albeggiava.
Un giorno ancora caldo di settembre saliva vaporoso da oltre i pioppi.
La gran macchina arrestò sul sagrato il respiro ovattato del motore e solo il suono dello sportello aperto e chiuso segnò quel confine nel silenzio.
Il confine del tra il non sapere ancora ed il sapere …
Tre visite, così.
Tre assoluzioni.
E sono passati cinque anni! Intanto che i passi si avvicinano, don Lino pensa a tante cose.
Si è messo la stola viola e fatto il segno della croce.
Tra mettersi la stola viola e farsi il segno della croce, ha fatto anche un’altra cosa, annaspando con la mano in un cassetto.
L’uomo entra.
Sa di essere stato udito e sa che il prete, ancora una volta, lo sta aspettando.
Si confesserà, sarà assolto, andrà in pace.
Lavato dal suo crimine, potrà abbracciare sua moglie e stringere mani come se nulla mai fosse accaduto.
Presiederà sorridente le riunioni in ufficio e brinderà ai pranzi sociali.
Tutto cancellato: urla, rantoli e sangue.
Quando capiscono, infine, le bambine non vogliono proprio saperne di ‘ubbidire’! Non resta che zittirle finché non stan ferme del tutto.
Poi sono come bambole.
Da giocarci per ore, finché sono fredde del tutto.
Si proverà anche questa volta a dare ‘la mancia’ al prete.
Che non l’ha mai accettata.
Arrestrando dopo l’assoluzione, un braccio proteso a rifiutare tutti quei bei soldoni.
Don Lino ascolta l’uomo, devotamente in ginocchio e a capo chino.
‘Mi pento!’ Farfuglia mentre le lacrime cadono giù, sul velluto rosso cupo del cuscino e lo punteggiano, nere.
Don Lino traccia lentamente il segno del perdono.
Mentre lo fa, si osserva la mano per vedere quanto sia ferma.
L’uomo si alza: niente più lacrime e voce dura, adesso.
‘Accetti, questa volta.
E’ tanto, tanto denaro!’ E mette, sull’inginocchiatoio, un rotolo di banconote violette.
Ha dovuto piegarsi e ora si alza e spalanca la faccia innanzi alla canna della parabellum.
Non la bocca spalanca, la faccia tutta.
Da orecchio a orecchio.
E quando arretra per l’urto in pieno petto – preciso e netto come una frontiera – conserva quell’espressione raggelata d’incredulità e di spavento.
Don Lino guarda il sangue circondare il corpo caduto supino.
‘E me chi mi assolve, adesso?’ Si chiede.
Poi rivede, a uno a uno, i visetti comparsi sui giornali e in televisione.
Ma, soprattutto, pensa a quelli che mai più si vedranno perché ora l”orco’ giace morto ai suoi piedi.
Così soffia sulla canna, come ha visto nei western, da bambino.
Prima di prendere il cellulare e chiamare i carabinieri.

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giorgio arena

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